Risposta a F.K.

Sul Corriere dell’Alto Adige di ieri Florian Kronbichler ha pubblicato un articolo che, citandomi all’inizio, tratta il problema dell’unità politica su base etnica degli italiani. Lo pubblico anch’io provvisto in calce di una mia risposta.

Grido “di disperazione” ha chiamato il collega Gabriele Di Luca, ieri su questa colonna, il richiamo all’unità etnica (italiana) del sindaco Luigi Spagnolli in vista delle elezioni provinciale 2013. A tanto non ci sarei arrivato. La disperazione presuppone un minimo di sorpresa, un qualcosa di nuovo, e io questo proprio non lo vedo. La messa in guardia da troppa frantumazione tra chi la pensa in modo uguale e quindi il richiamo ad una maggiore unità del centrosinistra italiano in Provincia, sono liturgie della political corectness. Tornano puntuali a ogni elezione e puntualmente restano inesauditi. Il sindaco Spagnolli non è un principiante. Non può che ritenere quell’appello un invito gratuito, un po’ come la rituale preghiera dei cattolici “per l’unità di tutti i cristiani”. Sarà che a recitarla, Spagnolli crede che tocchi al lui, monocolo fra tanti ciechi.

Più che disperazione, io vi vedo rassegnazione. L’annuncio di “discesa in campo” all’insegna di una ricaduta. È la prova che qui la politica non si evolve, non progredisce, ma sta girando in un circolo che purtroppo è vizioso. Perché è questa la “novità” nella politica del Sudtirolo: i partiti italiani stanno scoprendo e rivendicando a sé vizi e virtù che storicamente sono dei partiti tedeschi (o meglio: del partito) e che questi ora stanno per buttare alle ortiche perché ritenuti ingombranti e per motivi svariati superati: sono l’unità etnica e il principio della proporzionale.

Visti dalla parte sudtirolese-tedesco-ladina, sono valori storicamente difendibili e pure vincenti. Visti dalla parte sudtirolese-italiana, sono invece una mera caricatura. Per buone ragioni storiche e sociali non possono avere presa, e se l’avessero, succederebbe in un modo nazionalista, indesiderabile, insomma. (vedasi l’ “onda nera”, anni 1980). Non avendo le “attenuanti” storiche del Sudtirolo tedesco-ladino, la chiamata alla compattezza etnica italiana può solo finire in una politica di destra. Una “unità etnica di centrosinistra” non è solo antistorica, è illogica.

Va riconosciuto il buon proposito del sindaco e vice-Landeshauptmann in spe: vuol superare il proselitismo partitico. Siamo quasi a più partiti che consiglieri. Ma il problema non è sudtirolese e tantomeno etnico. Riportandolo a un problema etnico, non si fa altro che rifare “in italiano” gli errori dei “tedeschi” e in più al momento meno opportuno. Unità etnica vuol inevitabilmente dire separazione etnica. Non solo la Volkspartei, ma neppure i Freiheitlichen ne sentono più un gran bisogno. C’è voglia di superarla. Fra la gente – sia tedesca che italiana – non tira affatto aria di ripicca etnica, anzi. Al momento, ad aver voglia (perché bisogno) di contarsi, quindi di dividersi, sono solo i politici.

Florian Kronbichler: Caro sindaco, l’unità etnica è al tramonto, Corriere dell’Alto Adige, 22 aprile 2012.

Florian Kronbichler ha ragione. Richiamando con il suo editoriale di domenica (Caro sindaco, l’unità etnica è al tramonto) quanto avevo scritto il giorno precedente (Gli italiani tra disperazione e speranza), egli suggerisce che il termine più appropriato per caratterizzare gli appelli all’“unità etnica” provenienti da parte italiana sia quello di “rassegnazione” e non “disperazione”. Senza voler affatto caldeggiare un indirizzo simmetrico dall’esito caricaturale nonché politicamente asfittico (e davvero mi rincresce aver dato l’impressione di farlo), mi permetto solo di mettere in dubbio la tendenza calante del monolitismo etnico tedesco e, come afferma Kronbichler, il fatto che esso ormai appaia come “ingombrante”.

Se volessimo giudicare “ingombrante” il monolitismo etnico, infatti, dovremmo avere già avvistato da tempo un orizzonte di sviluppo istituzionale per il quale il principio della divisione (che poi si traduce nella costituzione dei partiti a larga denominazione etnica) risulti davvero qualcosa non solo di poco desiderabile, ma anche di incongruo rispetto alle nuove dinamiche di potere che si vanno accennando. Che le cose non stiano così – e che dunque il meccanismo autonomistico di cui disponiamo funzioni invece ancora da deterrente rispetto alla nascita di una proposta rivolta al superamento della divisione etnica – lo dimostra a mio avviso la difficoltà persistente incontrata dall’unico movimento “interetnico” ufficialmente presente sul nostro territorio (sto parlando ovviamente dei Verdi) allorché esso – accanto ai temi della tutela dell’ambiente o della trasparenza amministrativa – di tanto in tanto decide di rispolverare con scarso successo anche la critica al nostro modello di convivenza.

Ripeto: in assenza di una cornice istituzionale radicalmente diversa rispetto a quella vigente, il principio della divisione etnica non potrà che riprodurre la sua egemonia e la dialettica tra maggioranza e minoranza verrà sempre orientata dall’appartenenza ai rispettivi gruppi linguistici. Il punto così diventa quale sia la migliore strategia da adottare se non vogliamo rassegnarci a dare per scontato che le cose non cambieranno mai o, se lo faranno, sarà comunque in peggio. Auspicare l’unità politica (non etnica!) dei partiti prevalentemente votati dagli “italiani” significa semplicemente augurarsi che un giorno avremo due cartelli (e solo due) contrapposti secondo differenze programmatiche di facile comprensione e soprattutto sempre meno ispirate da logiche o decisioni extraterritoriali. Ciò aiuterebbe, se non altro, a rendere meno acuto il problema del livello di rappresentanza in rapporto all’effettiva sussistenza del loro elettorato di riferimento. Ma su questo mi pare che anche Kronbichler concordi.     

 

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