Roma, per me

Qualche giorno fa sono riemerso da Roma come da un sogno che ho voluto sognare. Un sogno breve, purtroppo, senza neppure aver potuto realmente disporre della convinzione di averlo voluto davvero sognare più a lungo e – per così dire – in modo definitivo e reale.

Roma mi è apparsa come un complesso di suoni e di voci, piuttosto che come un repertorio d’immagini. Forse per questo faccio fatica a parlarne (mi sembra che la memoria acustica sia più labile di quella visiva, almeno per me).

Roma aveva una voce roca, si sarebbe detto viziata dal fumo di troppe sigarette, ma alla fine di ogni sua frase l’intonazione diveniva sgargiante e, non trovo un’altra parola, innocente. Questa è stata per me la voce di Roma.

In un giorno di nuvole parigine sono andato al cimitero acattolico della Piramide Cestia. Qualcuno lo chiama anche “cimitero degli inglesi”. È un posto magnifico, un hortus conclusus disseminato di tombe. Tra le tante, quella di John Keats e di Gramsci, che conoscevo perché raffigurata in una celebre fotografia di Pasolini. Quando ho chiesto a un passante alla stazione della metropolitana indicazioni per raggiungerlo (a me piace sempre chiedere indicazioni, anche se so dove devo andare) ho sbagliato e ho detto: “come faccio per raggiungere il giardino degli inglesi?”. Lui mi ha corretto ricordandomi che si trattava di un cimitero, non di un giardino. Ma anche il giardino, forse, era un sogno che avrei voluto sognare.

A Roma alloggiavo in una casa di via Giulio Rocco. Quartiere Garbatella, che per un romano significherà sicuramente qualcosa di ben preciso nella mappa dei luoghi da desiderare o da aborrire. Io però non ho avuto modo di addentrarmi in simili questioni di gusto. Non ho avuto la forza di staccarmi dal flusso della Ostiense che trascinava sempre via da lì.

Avevo con me alcuni libri. Prima di tutto quello di Marco Lodoli, intitolato Isole. Guida vagabonda di Roma (Einaudi), comprato alcuni anni fa e che mi pareva utile. Anch’io avrei voluto scovare queste “isole romane di bellezza e poesia: una piazza, un albero, un quadro, un bar di periferia, una strada secondaria. Isole ritagliate nel corpo della città, luoghi preziosi circondati solo dall’oceano frenetico della distrazione”. Ma poi siamo finiti ugualmente al Colosseo e a Piazza San Pietro.

Però forse un’isola, non so esattamente se nel senso indicato da Lodoli, l’ho trovata anch’io. Proprio di fronte a via Giulio Rocco, oltre le tumultuose ondate di veicoli della Ostiense, c’è un ristorante: Al biondo Tevere. Si tratta del locale in cui Pier Paolo Pasolini e Pino Pelosi cenarono quel cupo giorno di novembre (1975) che poi fu anche l’ultimo vissuto dal poeta di Bologna. Per curiosità ci sono andato a cena anch’io, l’ultima sera. Avverto che non sto parlando di un indirizzo presente sulla “Guida alle Osterie” di Slow Food. L’ambiente è disadorno, la cucina misera. Quella sera era anche deserto. Ma sono ovviamente le memorie a renderlo interessante. Non escludo che d’estate, grazie a una terrazza affacciata sul Tevere, l’impressione sarebbe stata e sarebbe più intensa. Così, invece, uno è costretto a rinchiudersi nell’inutile ricerca del “com’era” o del “come fu”. E allora ti assale una qual certa malinconia. Aggravata dalla qualità dei piatti.

Fuori dal ristorante il traffico non accennava a smettere, ed erano già le dieci di sera. Mi sembrava che dal mare, laggiù, s’irradiasse come un supplemento di luce, una promessa azzardata. Parlando di “Petrolio”, l’ultimo libro di Pasolini rimasto incompiuto (o compiuto nella sua costitutiva incompiutezza), Emanuele Trevi ha scritto che in quelle pagine “abbondano i rami secchi, o se preferite i sentieri interrotti. Diramazioni che non vengono sviluppate, e rimangono lì, frammenti senza futuro, monconi di trama” (Emanuele Trevi, Qualcosa di scritto, Ponte alle Grazie 2012). Un po’ come quando hai appena conosciuto una persona che ti piace, vorresti rivederla, ma poi non la vedi più.

 

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