Sudtirolo troppo speciale

È da qualche giorno in libreria il nuovo libro di Ulrich Ladurner, giornalista e inviato del noto settimanale tedesco “Die Zeit” (“Südtiroler Zeitreisen. Erzählungen, Haymon 2012, pp. 277). Si tratta di un convincente ritratto della nostra provincia, svolto in otto racconti ben scritti e capaci di tendere un arco tra il passato e il futuro di questa terra.

Ladurner, nella prefazione al suo libro lei propone un paradosso: “Südtiroler Zeitreisen” non sarebbe un’opera sul Sudtirolo perché nel Sudtirolo, in realtà, si rispecchia il mondo intero. Ma questo non è forse vero a proposito di ogni luogo? Oppure dobbiamo veramente credere che il Sudtirolo sia un luogo privilegiato dal quale guardare il mondo?

Il Sudtirolo è un luogo dal quale è possibile guardare al mondo, o almeno all’Europa, perché nel passato la storia, la grande storia, ha impresso qui alcune delle sue tracce più profonde. Ma c’è anche un altro senso che mi sento di attribuire alla parola “privilegio”. So che questo potrà sembrare sorprendente, perché i sudtirolesi si vedono spesso e volentieri nel ruolo delle vittime. Se però paragoniamo i sudtirolesi ad altre minoranze etniche bisogna dire che essi sono stati molto fortunati.  Bravi, certo, ma anche fortunati. Vorrei insistere su un punto: anche se le vicende legate al Sudtirolo possono certamente rivelare un tratto peculiare, io penso che i sudtirolesi farebbero finalmente bene a smettere di considerarsi come qualcosa di speciale. Il Sudtirolo non è speciale. Questo continuare a ritenersi del tutto speciali è un segno di provincialismo. Il Sudtirolo fa parte del mondo e soltanto riuscendo a riconoscersi in una totalità più vasta potrebbe uscire da questo suo provincialismo.

Gli otto racconti che compongono l’ossatura del libro tracciano una storia che, a partire dal 1905, ricapitola il secolo trascorso e sbocca in un futuro non troppo lontano da noi (l’ultimo racconto arriva al 2025). È possibile sintetizzare le linee di tendenza fondamentali che hanno mosso lo sviluppo della società sudtirolese?  

Penso che in senso politico siano progressivamente emersi dei tratti sempre più negativi. Una forte tendenza “monarchica”, ma improntata a un opportunismo privo di morale. L’importante insomma è solo riuscire a portare a casa il risultato. Non importa come o grazie a chi. Si tratta di un modello politico che trovo devastante, perché la politica svolge sempre anche un ruolo pedagogico. Dal punto di vista economico, poi, la situazione mi ricorda quella dei defunti paesi del blocco comunista, con un ruolo sproporzionato della mano pubblica e un pernicioso intreccio tra politica e affari. Per quanto riguarda la società nel suo complesso, infine, abbiamo visto l’affermarsi di una logica tesa quasi esclusivamente alla moltiplicazione del profitto e del denaro, anche mediante il fenomeno della svendita della Heimat, una logica paradossalmente non disgiunta da un vittimismo di natura quasi metafisica.

L’ultimo racconto (“Kaltern, 2025”) si chiude con una cauta nota di fiducia nei tempi a venire (“Was auch immer geschah – die Zukunft konnte kommen”). È interessante comunque notare che nell’abbozzo del Sudtirolo futuro da lei tentato la cornice istituzionale rimane quella che conosciamo (il Sudtirolo continua a far parte dell’Italia, per esempio) anche se dal paesaggio etnico sbucano elementi innovativi (cinesi, indiani, musulmani) e sembrano scomparire gli italiani (l’unico “italiano” presente nel libro è il carabiniere del terzo racconto – “Kiens, 1965” – coinvolto nella fosca stagione degli attentati indipendentisti). Possibile che gli italiani siano diventati così irrilevanti al fine d’illustrare le specificità di questa terra?

Vorrei che non ci fossero dubbi al riguardo. Un Sudtirolo privo d’italiani non sarebbe più il Sudtirolo. Per quanto riguarda il libro ammetto di aver trascurato questo aspetto e di non essere riuscito a rappresentare la società italiana che vive qui in tutta la sua complessità. Riflettendoci mi rendo conto di aver anch’io ceduto ad una certa – chiamiamola così – cecità strutturale. Mi dispiace. Però anche in quello che ho scritto, almeno implicitamente, credo di essere riuscito ugualmente ad interpretare anche il possibile “sguardo italiano” sulle cose di questa terra.

Ci consenta di chiudere con un’ultima domanda un po’ scomoda. La composizione di questo libro è avvenuta grazie a un generoso finanziamento pubblico da parte della Provincia (100.000 euro) nella cornice delle iniziative per le celebrazioni hoferiane del 2009. Visto che “Südtiroler Zeitreisen” non è certo un esempio di letteratura al servizio del potere (esemplare, a questo proposito, l’invettiva contro Merano contenuta nel quarto racconto), è forse possibile dire che il ceto politico locale ha finalmente superato l’antico complesso del “Nestbeschmutzer” (chi denigra il luogo in cui è nato, ndr), oppure dobbiamo pensare che in certi casi i soldi vengono spesi, per così dire, a scatola chiusa?  

Non ho nessun problema a rispondere. È stato fatto un concorso, con modalità trasparenti, e io sono riuscito a vincerlo proponendo un progetto (intitolato “Südtirol: Kulturelle Visionen 2025”) che poi è maturato nella pubblicazione di questo libro. Mi stupisco che qualcuno si stupisca. La Giunta provinciale era inoltre perfettamente a conoscenza sia dell’autore che della struttura del libro. Nessuna scatola chiusa, quindi. Ecco, magari in questo senso allora sì, forse stiamo superando lentamente il complesso del “Nestbeschmutzer”. Penso però che la polemica riguardi soprattutto la somma di denaro. Lo posso capire. Eppure anche in questo caso c’è assoluta trasparenza. Una volta ottenuto l’incarico ho fatto un’offerta e loro hanno accettato. Sono peraltro dell’avviso che un lavoro di questo tipo debba essere pagato bene. O sarebbe forse meglio che gli scrittori continuassero sempre a ricevere meno di quel che meritano?

Corriere dell’Alto Adige, 30 marzo 2012

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