Narrare la colpa

Pubblico qui la versione completa dell’intervista a Francesca Melandri apparsa oggi sul Corriere dell’Alto Adige in occasione della pubblicazione del suo nuovo libro (Più alto del mare, Rizzoli, pp. 235, 17 euro). Si tratta di un romanzo “breve” che, se possibile, mi è piaciuto persino più del fortunatissimo romanzo “epico” d’ambientazione sudtirolese del quale abbiamo parlato molto. Le ragioni di questa mia predilizione rimangono ineffabili. Nell’intervista ho cercato di sollecitare Francesca a girare intorno alla sua opera come farebbe il mare intorno a un’isola (che però deve rimanere ignota: sta agli eventuali lettori prenderne possesso in modo personale e senza una particolare introduzione). Il risultato sono domande e risposte che entrano tra gli anfratti del testo come farebbe l’acqua del mare lungo una scogliera. Buona lettura e un particolare ringraziamento a Francesca per la sua disponibilità.

“Più alto del mare” è un libro molto diverso da “Eva dorme”. È stato difficile staccarsi dal mondo del tuo primo romanzo per cimentarsi con un tema completamente nuovo?

Non penso di essere una narratrice ‘a tema’, ovvero con un’agenda di contenuti da portare a casa. A me interessa l’atto di narrare in sé. Questa cosa in fondo così primaria e arcaica che è il raccontare storie, il porsi al loro servizio con le proprie più o meno efficaci competenze di linguaggio e di esperienza di vita, e quindi l’andare alla ricerca della forma che queste storie possono prendere. Il mio primo romanzo era complesso, pieno di personaggi, col passo lungo dell’epica; con “Più alto del mare” avevo voglia di provare un meccanismo narrativo più semplice (almeno all’apparenza). E così è venuto fuori un romanzo molto più breve, con solo quattro personaggi e racchiuso nelle tre unità (di tempo, di luogo e di azione). Però dico ‘all’apparenza’, perché come tutti sanno l’essenzialità non è un obiettivo necessariamente più facile della complessità. Anzi.

Da quale grumo di esperienze o d’idee è nato “Più alto del mare”?

Innanzitutto c’era il ricordo di una visita fatta all’Asinara qualche anno fa in cui ero stata travolta, come chiunque ci metta piede, dal contrasto tra la durezza della storia dell’isola (lazzaretti, campi di prigionia, carceri di massima sicurezza…) e la meraviglia, l’olimpica potenza della sua natura; sapevo che prima o poi l’avrei usato in una storia. Poi, molti anni dopo, mentre scrivevo “Eva dorme” e pensavo a Peter – il terrorista assassino fratello della protagonista Gerda – ho cominciato a riflettere su quella che potremmo chiamare la “colpa per prossimità”, ovvero quella che ricade sui parenti di chi compie atti gravi di violenza. E ho cominciato a immaginare due personaggi che non hanno nulla in comune tra loro (un professore di filosofia, comunista, intellettuale e cittadino; una contadina cattolica che ha passato tutta la vita in una piccola comunità montana) se non questo: i loro parenti più stretti hanno ucciso. Paolo ha un figlio terrorista, Luisa un marito detenuto comune. Sono due persone innocenti e normali sulla cui testa è caduta, come una bomba, l’eccezionale colpa di altri. E mi sono chiesta: se questi due s’incontrassero mentre sono in visita al carcere, cosa avrebbero da dirsi?

Il richiamo all’altezza del mare, oltre che nel titolo, torna diverse volte nel tuo nuovo libro con accezioni diverse. Abbiamo forse a che fare con una metafora che sembra più liquida e sfuggente dell’acqua marina della quale si serve?

Con questo nuovo romanzo è successo quello che era già accaduto con “Eva dorme”, ovvero il titolo è nato praticamente insieme alla storia. La frase ‘non c’è muro più alto del mare’, relativa al concetto di isola-carcere, c’era già nella sinossi che avevo scritto per darmi una rotta per la scrittura, ed è rimasta nelle prime pagine del libro. Poi però, scrivendo, esattamente come nelle parole ‘Eva dorme’ ho scoperto in seguito altri significati di natura anche molto diversa. Non so se si tratti di una metafora o piuttosto di una rappresentazione dello sguardo dei due protagonisti: quando li incontriamo, della propria esistenza essi scorgono soprattutto l’aspetto di costrizione, chiusura di orizzonte, fine della speranza. Prigionia, insomma.  Poi succede qualcosa che muta il loro punto di vista. E di conseguenza, la loro esperienza di vita.

Anche in “Più alto del mare”, come già in “Eva dorme”, troviamo personaggi che si collocano sempre in una posizione eccentrica rispetto al nostro modo consueto di considerare certi argomenti (siano questi la recente storia di una piccola provincia alpina o la vicenda del terrorismo degli anni settanta). È forse possibile parlare di una poetica dei margini?

Credo che chi s’identifica con il centro delle cose (nonché di sé stesso) corre due grossi rischi:  semplificare artificiosamente la complessità, e ignorare i contesti. Guardare ai margini e guardare dai margini è un buon modo, io trovo, per cautelarsi almeno un po’ contro questi rischi. Ma forse è semplicemente l’atteggiamento che corrisponde alla mia indole. Non c’è dubbio che io consideri il punto di vista marginale sui fatti non solo come quello più consono alla mia natura ma anche quello più fecondo. Nello specifico della domanda, credo che si potrebbe descrivere “Eva dorme” anche come un secolo di storia italiana narrata dal punto di vista del suo confine più settentrionale. Stesso discorso per quanto riguarda “Più alto del mare”. Per troppo tempo mi è sembrato che i cosiddetti ‘anni di piombo’ siano stati raccontati come se essi riguardassero solo coloro che erano al centro dell’azione, ovvero i terroristi. Solo dopo molti anni, ad esempio, si è cominciato doverosamente a raccontare le cose anche dal punto di vista delle vittime e dei loro parenti. Ma ho tuttora l’impressione che gli effetti distruttivi e deflagranti della violenza ideologica che ha insanguinato l’Italia siano stati minimizzati rispetto, invece, al loro reale impatto emotivo sulla società intera. Per questo ho spostato il margine della mia narrazione di quegli anni più in là, prima ai parenti dei terroristi e poi ancora oltre, ovvero a chi ha avuto contatti con loro nelle carceri. Quegli anni hanno lasciato una traccia profonda nel nostro Paese, anche in chi non è stato personalmente coinvolto. E io credo che questo lascito non sia stato ancora elaborato pienamente. Mi piacerebbe se questo romanzo contribuisse ad allargare il discorso su quegli anni in questa direzione.

Nonostante nei tuoi libri non manchino le emozioni che scaturiscono dalle pieghe del “cuore”, dunque traspare sempre – e non certo come semplice sfondo –  una dimensione d’impegno civile che oltrepassa la particolarità delle vicende individuali. Una volta avremmo parlato, a tal proposito, di letteratura d’impegno. Ti sembra una categoria desueta o impropria per descrivere il tuo lavoro di scrittrice?

Forse la maniera migliore di rispondere a questa domanda consiste nel citare le parole della grande Wislawa Szimborska: “Tutte le tue, nostre, vostre /faccende diurne, notturne / sono faccende politiche. / Che ti piaccia o no, /i tuoi geni hanno un passato politico, / la tua pelle una sfumatura politica,/i tuoi occhi un aspetto politico. (…) Perfino per campi, boschi / fai passi politici /su uno sfondo politico”. Detto in maniera ben più prosaica, nessuno ha un’esistenza avulsa dal resto del mondo e del tempo in cui vive. Se il mio Paese ha una politica dei trasporti di un certo tipo, ad esempio, io pendolare ogni giorno ci metterò un certo tempo ad arrivare al lavoro, e questo avrà conseguenze sul mio matrimonio e sul rapporto con i miei figli.  E così via. Farci credere che l’unico piano reale della nostra esistenza sia quello individuale, che le nostre vite siano scandite solo dalle nostre esperienze ed emozioni personali – o al massimo, di quelle della nostra cerchia più ristretta di relazioni – è una delle grandi menzogne del nostro tempo, forse la più grave e distruttiva. Così come il concetto che la politica non c’entri con l’esistenza di tutti noi. Svelare queste menzogne è, io credo, un compito importante di chiunque abbia parola e ascolto pubblico, nell’Italia di oggi. Se questa convinzione produca qualcosa che possa definirsi ‘letteratura d’impegno’ non lo so, né, onestamente m’interessa come definizione. Preferisco parlare di un restituire alla vita la totalità dei suoi piani: quello emotivo, quello interpersonale, quello sociale, quello politico, quello storico. Tutti noi siamo tutte queste cose; coscienti o no, la questione non cambia.

Leggendo questa tua ultima opera si ricava l’impressione di una freschezza stilistica che già allude a qualcosa di più lontano e indefinito. Un po’ come aver trovato la sorgente che libera le parole?

Sarebbe meraviglioso aver trovato ‘la sorgente delle parole’ una volta per tutte, ma non credo funzioni così – o almeno certo non funziona così per me. Io mi sento di doverla ritrovare ogni volta che comincio un’opera nuova. L’importante credo sia non smettere di cercarle, quelle parole, e non accontentarsi mai.

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