Il ricordo che salva (a Samb Modou e Diop Mor, in memoriam)

Qualche anno fa scrissi una cosa che non ho mai pubblicato. Lo faccio ora pensando con molta sofferenza e rabbia a quello che è accaduto oggi a Firenze. Ognuno di noi, in qualsiasi modo, deve contribuire ad arginare questa disgustosa deriva.

Sono tornato dalle vacanze con un indirizzo, annotato dietro la copertina di un saggio di Alessandro Dal Lago (“Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale”) che mi ero illuso di poter leggere al mare. Non esattamente una lettura da spiaggia, infatti, anche se purtroppo una lettura molto attuale, e in un certo senso doverosa, parlando di spiagge, di “ultime spiagge”, pensando a tutte quelle persone (tra le quali donne e molti bambini) morte di fame e di stenti durante la traversata della disperazione per arrivare in Italia. Sono comunque tornato dalla mia spiaggia con un indirizzo, dicevo. Un indirizzo da scrivere su una cartolina o una lettera, al ritorno, insieme ad alcune parole. Parole non facili da trovare, per ragioni, oltre l’evidenza di un comprensibile pudore, che forse risulteranno più chiare alla fine di queste considerazioni un po’ rapsodiche.

Per cominciare, il tema è quello del ricordo. O meglio, la scommessa di salvezza che noi leghiamo al ricordo e dunque alla scrittura (si scrive, anche, per ricordare, per salvare qualcosa o qualcuno, magari noi stessi, dall’oblio). Una delle testimonianze più alte di questa relazione tra la memoria, la scrittura e la salvazione si trova in una lirica di Giuseppe Ungaretti, intitolata per l’appunto “Memoria”, dedicata ad un amico emigrato con lui in Francia dall’Egitto e suicidatosi nel 1913. Tra la prima e l’ultima strofa (“Si chiamava Moamed Sceab…. E forse io solo so ancora che visse”) il poeta immerge gli scarni cenni della vita dell’amico nella luce di questo ricordo che salva, un ricordo che deve essere visto perciò come un vero e proprio supplemento di vita (è vita, è ancora vita, quel saper “che visse”). Ovviamente il ricordo vale sempre tanto per chi è ricordato che per chi ricorda e, parlando di Moamed Sceab, del suo duplice esilio (straniero nella terra d’origine e straniero in Francia), Ungaretti ci parla del suo stesso essere senza radici (déraciné), del non avere una patria, se non quella patria vicaria che è la poesia, come quella scritta per un amico altrettanto (e ben più drammaticamente) “sradicato”.

Il tema del ricordo si intreccia così inevitabilmente con quello dello straniero. Anche i ricordi, in fondo, sono stranieri difficili da riconoscere, da assimilare. Nel libro che ho citato all’inizio, e che io cercavo di leggere inutilmente sulla spiaggia, Dal Lago utilizza alcune parole di Franz Kafka per focalizzare la condizione dei migranti: “Lei non è del Castello, lei non è del paese, lei non è nulla. Eppure anche lei è qualcosa, sventuratamente, è uno straniero (ein Fremder), uno che è sempre di troppo e sempre fra i piedi, uno che vi procura un mucchio di grattacapi, che vi costringe a sloggiare le fantesche, che non si sa quali intenzioni abbia…”. In modo probabilmente non molto diverso da quelli praticati da Moamed Sceab e da Ungaretti, l’agrimensore K. è giunto una sera d’inverno come uno straniero e chiede di entrare nel Castello, chiede che i signori del Castello “ricordino” il motivo della sua venuta, il lavoro per il quale è stato convocato. Chiede che venga insomma riconosciuto. Ma i signori non ricordano o fingono di non ricordare. Senza un esplicito permesso di soggiorno, come si direbbe con il linguaggio burocratico di oggi, egli è costretto a cercare un riparo di fortuna, riducendosi a spiare l’interno del Castello “dal buco della serratura” e a vivere da “clandestino”.

La costrizione dell’umano, di ogni “essere umano”, nella sua parvenza di rappresentante nazionale  (e dunque di “straniero”) è indisgiungibile dalla riduzione stessa della sua umanità e ne rappresenta spesso una terribile mutilazione (in primo luogo percettiva, riflettendosi negativamente sulla società che ricorre a simili generalizzazioni). Ciò capita anche quando non siamo capaci di pronunciare un nome proprio, per esempio Moamed Sceab, e ricorriamo all’aggettivo “egiziano”, apparentemente neutro. Ma l’umanità trova la sua espressione più essenziale e più vera (i filosofi direbbero “ontologica”) proprio nell’“essere straniero” e chiede di essere preservata (vale a dire salvata) mediante una pratica e una politica dell’accoglienza che forse comincia col ricordo di un nome proprio. “Si chiamava Moamed Sceab”: il ricordo si nutre di riconoscimento e di riconoscenza, il cammino della salvazione che possiamo intraprendere (salvazione nostra ed altrui, nostra in quanto altrui) richiede una capacità “pentecostale” di parlare la lingua dell’altro, di indirizzarsi all’altro. Soltanto in questo modo possiamo sciogliere la persona da un indistinto riferimento collettivo (razziale, etnico o anche semplicemente linguistico) che lo imprigiona e lo annulla, liberando lo straniero dalla sua estraneità.

La mia cartolina, dunque.  La persona alla quale la invierò si chiama Diop M. (sono costretto ad usare le iniziali del cognome, ho imparato a mie spese che se talvolta possiamo ridurre la distanza che ci divide da uno straniero chiamandolo, in privato, per nome, questo stesso nome, reso pubblico, può diventare una minaccia). Diop viene dal Senegal e al pari di molti suoi connazionali percorre tutto il giorno le spiagge della costa, disseminate di bagnanti. Cammina adagio, oppresso da due enormi borse nelle quali tiene raccolte le cose che vende (vestiti, cappelli, asciugamani, ma anche piccoli spruzzatori di plastica, le tipiche collanine colorate e un’infinità di nastrini). La sua comunicazione è ripetitiva, essenziale. Chi gli compra qualcosa talvolta è gentile, talvolta gioca ad abbassare il prezzo. La sua pazienza sembra non avere limiti. Ed è commovente la leggerezza con la quale si lascia scivolare di dosso l’indifferenza di chi vede in lui soltanto l’ennesimo venditore ambulante (altra identificazione indebita: quella che imprigiona la persona nel suo lavoro). Da qualche anno io e lui abbiamo stretto un’amicizia imbarazzata, fatta di chiarimenti linguistici e di piccoli regali. Sembrava insomma una simpatia destinata a non lasciare tracce visibili. Ma prima che finissero le mie vacanze gli ho chiesto l’indirizzo, per scrivergli. Adesso devo trovare solo le parole.

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