La lingua eterna di Zanzotto

“Verrà forse un giorno in cui i vocaboli perderanno per sempre i vocaboli. Verrà un giorno in cui la poesia morirà. Sarà l’era del robot e della parola imprigionata. La sventura degli Ebrei sarà universale” (Edmond Jabès)

I poeti sono persone che svolgono un mestiere essenziale ma conquistano le prime pagine dei giornali solo quando muoiono. A questo triste destino non si è sottratto neppure l’ultimo dei grandi poeti italiani del Novecento che ci ha lasciati pochi giorni fa: Andrea Zanzotto. A parziale consolazione di una perdita che rimarrà tale, va detto comunque che in questo modo la cosiddetta schiera dei “dipartiti” acquista una voce spesso più forte e salda di quella dei “vivi”. Così è proprio la lingua dei poeti, apparentemente lieve e incapace di sovrapporsi a quella di chiunque altro, che alla fine dura di più e diventa ciò a cui vale la pena ricorrere specialmente nei “tempi di povertà”, “in dürftiger Zeit”, come ha scritto Friedrich Hölderlin nella sua elegia “Pane e Vino”.

Il valore raro di un’opera di poesia può essere compreso probabilmente solo con l’aiuto di alcune metafore. Una l’ha espressa in modo brillante Silvia Bortoli, scrittrice e traduttrice veneziana, paragonando la particolare qualità che incontriamo al cospetto di una pagina redatta da un vero poeta a una torta: “Ogni parola, frase, tournure di uno scrittore di rango si sostiene su una complessità della percezione e del pensiero, quel particolare pensiero del poeta, che ha poco a che fare magari con la logica o la razionalità, che apre a ogni frase molti non detti, molte aperture di senso, pieghe, strati, come appunto il primo strato di un millefoglie, che riceve il suo statuto proprio dal fatto che ce ne sono tanti altri”. L’immagine di una torta, cioè di qualcosa di commestibile, espone però la poesia al rischio del fraintendimento: che si tratti cioè di qualcosa di secondario e non redditizio (con la cultura, diceva qualcuno incapace di comprendere il nesso profondo tra saperi e sapori, non si mangia).

Per evitare un simile fraintendimento occorre specificare. Se di torta si tratta, dobbiamo pensare a una torta “sovversiva”, in grado di ribaltare lo stesso ordine gerarchico nel quale siamo imprigionati, e con il quale abbiamo raggelato la vita, mediante un moto di autentica indignazione nei confronti di ciò che limita le nostre relazioni fondamentali (quelle che c’intrecciano agli altri e alla natura). In questo senso la poesia contesta ogni decisione che voglia impedirci di partecipare, spezza ogni dispositivo di sicurezza che cerchi di escluderci dallo spazio nel quale possiamo essere i protagonisti delle nostre azioni. In questi tempi di crisi, nei quali niente sembra in grado di liberarci dall’incantamento del dominio economico e finanziario dell’esistente, dovremmo ricordare che “poeticamente abita l’uomo su questa terra” (ancora Hölderlin) e che una terra privata di poesia e bellezza potrà essere prodiga soltanto di frutti avvelenati. 

Corriere dell’Alto Adige, 23 ottobre 2011

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8 thoughts on “La lingua eterna di Zanzotto

  1. Grazie amici. Fra l’altro, il pezzo non e’ stato pubblicato come “editoriale” ma come “elzeviro”. Ho sempre sognato scrivere “elzeviri”. 🙂

  2. “poeticamente abita l’uomo su questa terra” (ancora Hölderlin) e che una terra privata di poesia e bellezza potrà essere prodiga soltanto di frutti avvelenati.

    Appunto, bello !

  3. Bellissimo e nello stesso momento triste.
    Ma quanto ci metti te a scrivere un testo cosí? Ti siedi e scrivi? ti viene tutto facile, o é un gran lavoro anche per te trovare le parole giuste nel momento giusto al posto giusto?

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