I fondati timori degli immigrati

Il consigliere provinciale dei Freiheitlichen Sigmar Stocker ha fatto a mio avviso una pessima figura, ieri l’altro, inveendo contro un piccolo gruppo di concittadini “stranieri” (anzi, in prevalenza di concittadine, visto che si trattava di sette donne e un solo uomo) riunitosi a dimostrare pacificamente contro la proposta di legge sull’immigrazione attualmente in discussione a palazzo Widmann. “Siete solo capaci di lamentarvi, in giro ci sono tanti sudtirolesi che hanno problemi più gravi dei vostri, ma loro non vengono qui a manifestare perché sono persone educate”, questo il disarmante contenuto delle sue esternazioni. “Sputano nel piatto in cui mangiano”, la deleteria conclusione. Purtroppo non si tratta di parole dette senza riflettere, sulle quali si potrebbe eventualmente sorvolare. Esse corrispondono a un pensiero assai strutturato e tenace, temo addirittura molto diffuso, ed è dunque necessario spendere un paio di considerazioni al riguardo.

 Il motto che informa lo spirito della legge intitolata all’integrazione degli stranieri suona “promuovere ed esigere”. Nella sua relazione di minoranza, letta in Consiglio e poi pubblicata sul suo blog personale, Riccardo Dello Sbarba ha parlato però di “Fordern und Fördern”, pretendere e sostenere, significativamente messi in quest’ultimo ordine di precedenza. Qui si sente fortemente la mancanza di un terzo concetto. Quello di “Anerkennen”, riconoscere. Riconoscere è un verbo più sfuggente di quel che sembra a prima vista e contiene parecchie sfumature, tutte importanti per il discorso che stiamo facendo. Quelle che c’interessano di più sono rese così dal vocabolario on line della Treccani: “Conoscere una persona o cosa quale è realmente, nella sua essenza o in una sua qualità”; ma anche: “Dichiarare di conoscere, considerare valido e operante, accettare o ammettere ufficialmente o apertamente”; infine, adottando la forma riflessiva: “Sentirsi partecipe, consenziente”. Riconoscere significa insomma ammettere il contributo fondamentale di ciò che stiamo “riconoscendo”, è un gesto di apertura e di fiducia preliminare, indispensabile per collocare in un più giusto contesto qualsiasi “promozione” ed “esigenza” che potremmo adottare in seguito (e solo in seguito).

 Chi invece approva l’impostazione secondo la quale “gli stranieri sputano nel piatto in cui mangiano” non è disposto a riconoscere alcunché, ma al contrario si aspetta una forma di “riconoscenza” a fondo perduto. In questo caso però non si può dare alcuna effettiva partecipazione o un reale consenso: solo passiva accettazione dell’esistente e alle condizioni poste dall’esistente. “Senza di noi niente di noi”: lo slogan scelto da quei manifestanti ha dimostrato che i loro timori erano purtroppo più che fondati.

Corriere dell’Alto Adige, 17 settembre 2011

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2 thoughts on “I fondati timori degli immigrati

  1. sono ospiti, siamo costretti ad aiutarli, ci tornano anche utili (“È stato calcolato che i nostri migranti, con i loro lavori regolari, versano in tasse e contributi 4 volte di più di quanto ricevono in spesa pubblica provinciale […] Nel 2015 il saldo tra morti e nati nella popolazione autoctona diventerà negativo: ci saranno più morti che nati. Da soli non riusciamo a mandare avanti l’Alto Adige”, precisa Dello Sbarba), ma non sono come noi, sono altro da noi e la loro presenza frustra tutti i nostri tentativi di rafforzare la sacra immagine di noi stessi che abbiamo difeso (leggi: inventato) in questi anni.
    Questo posto è nostro, c’eravamo prima noi anzi, virtualmente, ci siamo sempre stati e chi viene dopo ha meno valore di noi, meno diritti di noi e deve imparare da noi come si sta al mondo qui da noi. Denuncia Dello Sbarba: “sono loro che devono adattarsi a noi e nel far questo devono farsi notare il meno possibile e costare il meno possibile”.
    Solo grazie all’insistenza dei Verdi, scrive Dello Sbarba, l’articolo 1 è stato integrato con il principio che: “l’integrazione è un processo di scambio e dialogo reciproco”.
    Evidentemente non è così ovvio per chi crede di avere già a disposizione tutto quel che serve. Autarchia e tracotanza.
    Infatti, continua Dello Sbarba: “l’integrazione resta in tutti gli articoli successivi un processo a senso unico che somiglia piuttosto all’assimilazione, un cammino di cui la legge si preoccupa di fissare le tappe e a ogni tappa stabilire ostacoli differenziati che consentano di graduare i diritti di accesso in base a una serie ostacoli da superare e di doveri da adempiere da parte dei nuovi arrivati. Non è così che si facilita e si accelera l’integrazione”.
    Ma quale partecipazione? “Quella che viene offerta loro è una cittadinanza di grado inferiore e una partecipazione subordinata perfino negli organi a loro dedicati”.
    “la legge non cita riferimenti a specifici impegni da prendere verso i rifugiati, gli apolidi, i richiedenti asilo e le persone tutelate da protezione internazionale”: cazzi loro! Facciano a meno di restare coinvolti nei giochetti tra potenze egemoni per la spartizione delle risorse. L’Alto Adige non ha mai invaso o colonizzato nessuno.
    “Sia concesso di notare, comunque, che in questa legge la preoccupazione prevalente è quella di evitare possibili abusi che non quella di riconoscere diritti e offrire opportunità, come se in ogni immigrato si nascondesse un possibile imbroglione”.
    Cioé la ragione per cui non abbiamo nulla da imparare da loro. Noi siamo integerrimi ed impeccabili, loro sono per natura un gradino sotto.
    Dello Sbarba conclude: “Quella che ci serve è una buona legge concepita “in spirito di equità e generosità“. Spero che le colleghe ed i colleghi abbiano riconosciuto questa frase tra virgolette: non è “buonismo”. È il punto 3, lettera a, dell’Accordo di Parigi, fondamento della nostra autonomia. Un punto che riguardava anche allora dei migranti: gli optanti. A cui veniva riconosciuto, “in spirito di equità e generosità” appunto, il diritto di poter scegliere dov’era la propria casa. Su quello spirito si è costruita la nostra convivenza”.
    No, caro dello Sbarba, qui il Titanic affonda e la nostra scialuppa di salvataggio è fin troppo colma. Siamo noi i boat people, non loro!

  2. e non è fantastica la consulta per gli immigrati dove gli immigrati sono in minoranza, 8 su 19, nominati dalla Provincia?
    L’ossessione per la maggioranza, la tirannia della maggioranza. La nostra salvezza risiede nel nostro restare maggioranza, ad ogni costo.

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