Le mamme fuori dal tempo

Commentando il caso della morte di una ragazza in seguito all’esercizio di una pratica erotica di origine giapponese (definita “Shibari”), Isabella Bossi Fedrigotti ha scritto oggi sul Corriere della Sera: “Cosa deve essere passato nella mente e nel cuore della sua mamma, insegnante di catechismo in provincia di Lecce, nell’apprendere della morte della sua ragazza? Totale smarrimento e incomprensione, probabilmente, prima di tutto, perché bondage non è un concetto per mamme come non lo è – così almeno si pensava – nemmeno per studentesse di 24 anni, bensì eventualmente per ricche donne annoiate oppure per povere donne schiavizzate: ma a quanto pare sono classificazioni superate dai tempi”. Chissà. Forse sarebbe bastato uno sguardo un po’ meno ingenuo e ideologico su quel costrutto socio-culturale che è la “mamma” (per non parlare di quello di “studentessa”) per tornare rapidamente, se non proprio al passo coi tempi, almeno in sintonia con la possibilità di comprendere la realtà e la sessualità nelle sue molteplici sfumature. No?

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6 thoughts on “Le mamme fuori dal tempo

  1. Sì, ma finché quello sguardo è ostruito dalla MAMMA…

    Ma rifacciamoci alle fonti…

    In presenza della maestra di tuo fratello tu mancasti di rispetto a tua madre! Che questo non avvenga mai più, Enrico, mai più! La tua parola irriverente m’è entrata nel cuore come una punta d’acciaio.

    Io pensai a tua madre quando, anni sono, stette chinata tutta una notte sul tuo piccolo letto, a misurare il tuo respiro, piangendo sangue dall’angoscia e battendo i denti dal terrore, ché credeva di perderti, ed io temevo che smarrisse la ragione; e a quel pensiero provai un senso di ribrezzo per te.

    Tu, offender tua madre! tua madre che darebbe un anno di felicità per risparmiarti un’ora di dolore, che mendicherebbe per te, che si farebbe uccidere per salvarti la vita!

    Senti, Enrico. Fissati bene in mente questo pensiero. Immagina pure che ti siano destinati nella vita molti giorni terribili; il più terribile di tutti sarà il giorno in cui perderai tua madre. Mille volte, Enrico, quando già sarai uomo, forte, provato a tutte le lotte, tu la invocherai, oppresso da un desiderio immenso di risentire un momento la sua voce e di rivedere le sue braccia aperte per gettarviti singhiozzando, come un povero fanciullo senza protezione e senza conforto.

    Come ti ricorderai allora d’ogni amarezza che le avrai cagionato, e con che rimorsi le sconterai tutte, infelice! Non sperar serenità nella tua vita, se avrai contristato tua madre. Tu sarai pentito, le domanderai perdono, venererai la sua memoria; – inutilmente, – la coscienza non ti darà pace, quella immagine dolce e buona avrà sempre per te un’espressione di tristezza e di rimprovero che ti metterà l’anima alla tortura.

    O Enrico, bada: questo è il più sacro degli affetti umani, disgraziato chi lo calpesta.

    L’assassino che rispetta sua madre ha ancora qualcosa di onesto e di gentile nel cuore, il più glorioso degli uomini, che l’addolori e l’offenda, non è che una vile creatura. Che non t’esca mai più dalla bocca una dura parola per colei che ti diede la vita. E se una ancora te ne sfuggisse, non sia il timore di tuo padre, sia l’impulso dell’anima che ti getti ai suoi piedi, a supplicarla che col bacio del perdono ti cancelli dalla fronte il marchio dell’ingratitudine.

    Io t’amo, figliuol mio, tu sei la speranza più cara della mia vita; ma non essere mai più ingrato a tua madre. Va’, e per un po’ di tempo non portarmi più la tua carezza; non te la potrei ricambiare col cuore. (E. De Amicis, Cuore).

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