Martedì

Dunque martedì prossimo il premier vedrà Van Rompuy a Bruxelles e Barroso a Strasburgo per fare il punto sulla situazione economica italiana – come afferma con il consueto rispetto delle priorità istituzionali IL GIORNALE (quotidiano di proprietà di Berlusconi) – e non potrà recarsi a Napoli, figuriamoci, dove era stato convocato dai magistrati (escrescenze tumorali del paese di merda) per fornire chiarimenti in merito al caso Tarantini. E pensare che se nella città partenepoea un Bertolaso qualunque gli avesse organizzato una festicciola con un paio di Noemi Letizie nipoti di San Gennaro, forse avrebbe potuto rinunciare al suo viaggio europeo e – tra una scopatina e l’altra – sarebbe magari anche potuto passare dalla procura a raccontare due barzellette sulle suore (che ultimamente tirano parecchio).

Riflettiamo bene su necessità e cambiamento

Dell’intervento scritto da Michaela Biancofiore mercoledì scorso per questo giornale – intitolato “Terzo Statuto o Montecarlo” – mi ha colpito in particolare il richiamo esplicito, addirittura quasi allarmato, a uno stato di necessità: “La certezza che lo status quo non può essere mantenuto e che bisogna guardare avanti”. Cercando di argomentare la sua posizione, Biancofiore propone una serie di misure (o meglio di rivendicazioni) che ci fanno capire indirettamente in cosa consisterebbe questo stato di necessità. L’elenco è più o meno questo: gli italiani dell’Alto Adige sono limitati nel loro spazio decisionale e rappresentano una minoranza non riconosciuta, bisognosa di tutela; la proporzionale costituisce per loro uno svantaggio; il bilinguismo non è ancora garantito a sufficienza perché ciò sarebbe possibile soltanto introducendo una scuola paritetica bilingue, anzi trilingue (con l’aggiunta dell’inglese in chiave veicolare).

Non sarebbe difficile mostrare come l’approfondimento di ogni singola questione sollevata crei qui un paesaggio irto di contraddizioni. Basta prendere la richiesta di una maggiore tutela del gruppo linguistico italiano facendola giocare assieme a quella di una soppressione della proporzionale: siamo proprio sicuri che in un regime di “libera concorrenza”, fermo restando l’obbligo o comunque l’esigenza del bilinguismo, gli italiani uscirebbero dalla loro condizione di svantaggio (peraltro a questo proposito solo supposto)? Ed è poi vero – sempre continuando a battere sul chiodo, come fa Biancofiore, dei gruppi svantaggiati e bisognosi di tutela – che un modello scolastico paritetico plurilingue offra sufficienti garanzie per tutti e in ogni circostanza? Non sarebbe meglio distinguere con cura e meno demagogicamente i vari livelli e le varie tipologie di “necessità” in rapporto a soggetti diversi?

Il dato mancante di tutta questa discussione sembra essere una maggiore riflessione su che cosa sia veramente “necessario” cambiare e soprattutto perché, per chi, per raggiungere cosa e con quali effetti complessivi. Affrontando tali nodi – come sarebbe auspicabile fare, se non altro per non rischiare di spendere inutili parole – ci accorgeremmo che senza un radicale ripensamento dei presupposti culturali in base ai quali è possibile abbozzare scenari autenticamente futuribili, il risultato ci porterebbe all’ennesima divergenza di prospettive “etniche”, sostenuta dalla solita preoccupazione di limitare discriminazioni e soprusi di cui finiamo comunque per incolpare gli “altri”. Una situazione tutt’altro che adeguata per introdurre significativi e, soprattutto, positivi cambiamenti.

Corriere dell’Alto Adige, 10 settembre 2011