Il sogno di T.

Meine größte Enttäuschung: dass es immer noch Menschen gibt, wenn zwar wenige, die unserer Autonomie und ihren Früchten ablehnend gegenüber stehen. (R. Theiner)

Il manifesto programmatico presentato da Richard Theiner, quello riguardante la progressiva provincializzazione di quasi tutte le competenze rimaste ancora in mani statali, non è una grande novità. Per non risalire tanto all’indietro, già qualche mese fa il suo collega di partito Karl Zeller aveva evocato concetti analoghi e, più in generale, abbiamo a che fare con l’espressione periodica di uno stato di scarsa soddisfazione (“disagio”?) provata da molti “tedeschi” nei confronti dei risultati raggiunti con l’attuale ordinamento autonomistico. Ciò che con un vocabolario Svp s’intende per “Vollautonomie” (piena autonomia) rappresenta così la risposta al “Freistaat” (lo Stato libero) caldeggiato un po’ confusamente dai Freiheitlichen, nonché un tentativo di schizzare sulla mappa dei mondi possibili un approdo più praticabile o comunque meno avventuroso del semplice e velleitario “molliamo gli ormeggi senza pensarci nemmeno due volte” che continua ad essere il grido di battaglia dei patrioti d’antan.     

Forse ci sarà modo per occuparci ancora nel dettaglio di questa proposta, che come abbiamo visto è ricorsiva, variamente accentata e soltanto negli ultimi tempi capace di assumere un contorno più definito. Quello che invece occorre subito sottolineare è il richiamo – ormai diventato costante – alla necessità di un coinvolgimento “italiano” (vale a dire in primo luogo dei sudtirolesi di lingua italiana) quale condizione imprescindibile d’ipotetico successo. Un richiamo certamente lodevole, ancorché a ben guardare non possa che apparire scontato: non è certamente prefigurando una recrudescenza del conflitto etnico che si potrebbe pervenire non dico all’indipendenza, ma anche soltanto a quel perfezionamento della via autonomistica auspicato.

Ovvio cercare di coinvolgere gli italiani, quindi, ma è bene sgombrare il campo da fumose approssimazioni che tendono sempre a permanere nell’aria. Non vorremmo infatti che qualcuno prendesse sottogamba le difficoltà implicite in un simile “coinvolgimento”. Coinvolgere gli italiani in un qualsiasi progetto di ampliamento dell’attuale autonomia potrebbe avvenire soltanto attivando un processo di parallela decostruzione dei presupposti “etnici” finora imperanti all’interno della nostra società. Detta ancora più brutalmente: se in questa nuova cornice post autonomistica dovessero per esempio risultare ancora presenti partiti o entità politiche che (per statuto o implicita tendenza) non favorissero il contributo paritario di qualsiasi cittadino vivente in questa terra, dunque a prescindere dalla lingua che parla di solito, il cosiddetto sogno di Theiner si trasformerebbe in un incubo per tutti noi. E allora meglio svegliarsi finché siamo in tempo.

Corriere dell’Alto Adige, 2 settembre 2011 (Dal sogno di Theiner all’incubo)

Nota: il 20 gennaio scorso m’è capitato di scrivere un articolo quasi identico a questo [QUI]. Per questo ho utilizzato di nuovo l’immagine di un quadro di Chagall. Ricordavo incosciamente di averlo fatto (nel pezzo qui sopra parlo di Zeller), ma non sospettavo di aver praticamente ricalcato le stesse parole (non solo gli stessi concetti!) che usai allora. Ma c’è di più. Pescando ancora più indietro (marzo 2009) ho trovato addirittura due antecedenti al medesimo articolo [1] [2]. Da sottolineare soprattutto quest’ultima nota, anche per stabilire le differenze (meno profonde di quel che sembra) tra le mie posizioni attuali e quelle di un tempo (nella discussione risalgo con una citazione al 2007 – cavoli quanto ero in anticpo sui tempi! – e al mio periodo, per così dire, “autodeterminista”). Insomma, alla fine cosa è cambiato? In realtà nulla o pochissimo. È logico che uno poi inclini a un più sobrio “realismo”, no?