Senza

Per carità, ben vengano le stroncature. Niente è infatti più detestabile di un “critico” che non critichi e sparga solo mielosi complimenti. Confesso però di essere rimasto un po’ male dalla qualità della critica espressa da C. Rocca, oggi sulla Domenica del Sole 24 ore, nei confronti del nuovo cd (doppio) di David Sylvian (che ascolto da vent’anni con discreto piacere). Rocca parla di “un’unica noiosa canzone, senza musica, senza melodia, senza niente”, quindi invita gli eventuali ascoltatori a starne “alla larga” (al massimo, conclude, “riascoltate il Sylvian buono”, che si fermerebbe al 1993, anno di The First Day). Ok, può benissimo darsi che questo suo ultimo cd non sia un capolavoro (non l’ho ascoltato, non posso giudicare). Ma è quella linea di “senza” che m’insospettisce – portandomi a simpatizzare ancora una volta con Sylvian.

E se invece in quel “senza” si nascondesse, la butto lì, un gesto zen?

Mi scuserà Rocca se lascio per un attimo la sua recensione/stroncatura e continuo a sfogliare l’inserto domenicale. A pag. 39 Remo Bodei si occupa di Martin Heidegger e chiude il suo pezzo citando un recente lavoro di Franco Toscani intitolato “Luoghi del pensiero, Heidegger a Todtnauberg, Odissea, Milano 2011″: “Opportunamente Toscani paragona il pensiero di Heidegger nei soggiorni di Todtnauberg all’atteggiamento di Li-Po, il grande poeta cinese dell’VIII secolo: Ci sediamo insieme, la montagna ed io, finché solo la montagna rimane”. Mi sembra perfetto per comprendere il significato di un’arte che punti tutto sul “senza”.

P.S. Prevengo un’obiezione: difficile credere che due persone dall’ego smisurato come Heidegger e Sylvian possano praticare in modo credibile l’arte della sottrazione. L’intenzione comunque resta lodevole.

Quel rifiuto una conquista politica

Pubblico l’editoriale di Florian Kronbichler apparso oggi sul Corriere dell’Alto Adige. Lo trovo totalmente condivisibile.

Aiutato o danneggiato? Siamo usciti indenni dal cinquantesimo della notte dei fuochi (“Feuernacht”) e non è cosa ovvia. Le ricorrenze sono il pane dei nostalgici. Ciò che resterà di quest’ anniversario gonfiato a giubileo è una piccola, autoctona disputa fra storici sulla domanda: gli attentati degli anni 60, della “Feuernacht” per l’appunto e dei suoi strascichi, hanno aiutato il processo dell’autonomia o l’hanno invece danneggiato? Vertevano decine di dibattiti e mezza dozzina di pubblicazioni intorno a questo aut-aut, con le note posizioni ben schierate e senza apparenti conquiste né defezioni sul campo. Fin quando la storia è politica, di certo non sono gli storici ad imporsi.

Tutti, ovviamente, rivendicano a sé la ricerca della “verità storica”. Impegno tanto nobile quanto disperato. Già è difficile in storia, scindere fra causa ed effetti. Che le bombe scoppiate e i tralicci saltati in quella notte di 50 anni fa abbiano portato “la questione sudtirolese” all’attenzione del mondo svegliando le diplomazie sonnolente, nessuno vorrà negare. Ma da ciò a voler provare scientificamente se gli atti terroristici (già usando il termine ci si schiera) hanno propiziato o piuttosto ostacolato la via del Sudtirolo all’autonomia e al benessere? Le bombe ci sono state, e nessuno sa come sarebbe andata senza.

Quindi, sforzi sprecati e tempo perso? Assolutamente no. Come spesso nell’elaborazione storica, non ci svela il passato, ma aiuta a conoscere il presente. Nel caso concreto ci ha fatto capire che il Sudtirolo ufficiale non è più disposto a cedere la memoria di un pezzo di storia importante a chi lo strumentalizzi a suo piacimento. Chiamando gli storici anti-bombaroli Steurer e Steininger, e solo loro, a relazionare a suo nome di quegli eventi, il governo provinciale ha preso una posizione netta come mai prima, dissociandosi implicitamente da Schützen, partiti di destra e nostalgici vari. Altrettanto inequivocabile, ad onor della verità non va sottaciuto, il comportamento del quotidiano Dolomiten che all’occasione ha mobilitato la sua miglior tradizione antinazista e anti-violenza nei periodi sospetti.

Ora c’è chi ha da ridire che si sarebbe fatto torto alla verità storica. La rimembranza della Provincia sarebbe stata, come minimo, unilaterale. E può anche darsi. A volte, però, più della verità storica conta come la si intende interpretare. Prendiamo l’Italia e la Resistenza. A distanza di mezzo secolo è lecito relativizzarne l’efficacia e persino ironizzarci sopra. Però nessuno negherà che il culto che se ne è fatto, fatto forse anche a sproposito, abbia avuto un enorme merito pacificatore per l’intero paese. Così anche il solenne rifiuto di riconoscere meriti alle bombe sudtirolesi è una conquista politica.

Il disagio del gruppo tedesco

Ricordate l’espressione “il disagio degli italiani”? È un po’ di tempo che fortunatamente non si sente più così spesso. Se oggi torno a parlare di “disagio”, quindi, non è per riproporre una riflessione ormai esaurita, quanto piuttosto per segnalare un suo significativo spostamento d’asse e di prospettiva: sta infatti crescendo il “disagio dei tedeschi”.

Gli italiani, ricordo, si sentivano “disagiati” perché giudicavano in modo negativo l’autonomia. La discriminazione positiva (affirmative action) introdotta dal secondo statuto e le norme necessarie per la sua attuazione, questa la percezione, li spingevano in un angolo, nel “loro” angolo, facendoli insomma apparire ospiti (non sempre benvoluti) di quella che fino a poco prima pensavano fosse la loro casa. Lo sbaglio storico compiuto dagli italiani è stato quello di non aver compreso che il meccanismo autonomistico avrebbe potuto rappresentare anche un’occasione di crescita e non solo di marginalizzazione. Se bilinguismo e proporzionale – le due colonne del sistema – fossero state interpretate come una piattaforma per sviluppare, almeno in una prima fase, una maggiore identificazione con le peculiarità di questa terra, si sarebbero forse potute volgere a proprio consapevole vantaggio le garanzie fin dall’inizio pienamente sfruttate dai concittadini di lingua tedesca e ladina. Purtroppo lo si è capito con molto ritardo, guarda caso proprio mentre dall’altra parte l’autonomia ha cominciato ad apparire troppo stretta anche a chi aveva strenuamente lottato per averla.

Il successo crescente di partiti e movimenti che mettono al centro della loro attività il richiamo all’autodeterminazione, il tentativo anche da parte della Svp di sollecitare un impegno austriaco in direzione del conferimento della cittadinanza, infine la rilettura di alcuni passaggi dolorosi della storia recente in una luce talvolta persino autocelebrativa (seppur con importanti eccezioni come la linea di ferma condanna della violenza seguita dal quotidiano Dolomiten) sono tutti segnali che indicano una tendenza dall’esito incerto: alcuni non vedono più l’autonomia, questa autonomia, come un punto d’arrivo, come qualcosa da difendere nei termini sin qui conosciuti, bensì come un piano inclinato sul quale rotolano fantasie e desideri talvolta alimentati dall’insofferenza per ciò che non ricalca il mai tramontato ideale indipendentistico (preferibilmente, anche se non solo, a sfondo etnico). Una forma di “disagio”, appunto, molto lontano però da uno stato di autentica necessità. È un’annoiata sazietà in cerca di nuovi stimoli, ai quali si risponde ancora una volta con la riproposizione di progetti elaborati senza cercare il consenso tra tutti i gruppi che risiedono in questo territorio. 

Corriere dell’Alto Adige, 17 giugno 2011

Elegia XII

E poi ci sono parole che sembrano come ombre intrecciate create dalla luce della luna impigliata tra i rami degli alberi e cadute sulla pietra. Wie man zum Stein spricht, wie du, mir vom Abgrund her, von einer Heimat her Verschwisterte, Zugeschleuderte, du, du mir vorzeiten, du mir im Nichts einer Nacht, du in der Aber-Nacht Begegnete, du Aber-Du. Come ombre, come dita intrecciate, come la tua mano baciata dalla luna, allora, che io non c’ero, allora, quando tu il campo misuravi, sola.

Il fascismo “degli altri”

Nei giorni successivi le “celebrazioni” della Feuernacht tenutesi recentemente in Sudtirolo, è stato dato giustamente risalto ad alcune dichiarazioni deliranti dell’ex terrorista Sepp Mitterhofer [QUI]. Non che avessimo bisogno dell’ennesima prova al riguardo: chiunque abbia un po’ di dimestichezza col discorso pubblico sudtirolese sa benissimo che qui da noi sopravvive un atteggiamento fascista mascherato da critica del fascismo “degli altri”. Pensare che personaggi del genere siano oggi i più convinti e visibili sostenitori dell’idea dell’autodeterminazione basta e avanza per farci temere ogni ulteriore passo in tal senso. Detto altrimenti: solo quando saranno definitivamente estinte financo le tracce di simili pensieri sarà (forse) possibile prendere in bocca la parola “autodeterminazione” senza aver voglia di sputare il fiele che purtroppo ancora contiene.

La competenza conta più dell’etnia

L’altro ieri, sfogliando questo quotidiano, ho scorto un titolo che mi ha fatto sobbalzare: «I mistilingue non esistono». La frase, pronunciata da Luis Durnwalder, sintetizzava la risposta con la quale il presidente della Provincia aveva rintuzzato un’interrogazione fatta dalla consigliera leghista Elena Artioli.

Ovviamente, come spiegato chiaramente nell’articolo, secondo Durnwalder a non esistere non sarebbero tanto gli individui capaci di parlare più lingue avendole apprese dalla nascita — io ne ho a casa due piccoli e vivaci esemplari, per esempio, e sfido chiunque a dimostrarmi che non esistono — bensì il loro «gruppo di appartenenza». Gruppo, com’è noto, ignorato dallo statuto d’autonomia in quanto esso fu concepito al fine di tutelare esclusivamente la specificità di profili culturali (e con ciò anche linguistici) tagliati con l’accetta. Al censimento ci si potrà insomma dichiarare «tedeschi», «italiani» e «ladini», si potrà arrivare persino a dichiararsi «altro», così indebolendo però la consistenza numerica dei tre gruppi riconosciuti ufficialmente, ma la definizione di «mistilingue» — o, come si dovrebbe dire in modo più corretto, «bilingue» o «plurilingue» — era e resta un tabù. Eppure, posto così, si tratta sul serio di un problema?

Avendo molta simpatia per la causa del plurilinguismo, ho imparato nel tempo a considerare fuorviante l’impegno di chi vorrebbe richiedere per i «plurilingue naturali» o per i «poliglotti» lo stesso trattamento giuridico riservato a chi invece non stenta ad affiliarsi a uno dei tre gruppi previsti dallo statuto. Ritengo semmai che l’esistenza innegabile di numerosi «plurilingue» serva a rendere palesi i limiti di una legislazione ancora basata sulla subordinazione di qualcosa di acquisibile rispetto a uno status di partenza, facendo insomma prevalere la categoria dell’essere su quella del divenire. Per dirla in modo ancora più stringato: non è che dovremmo cercare di aggiungere un altro gruppo a quelli che già ci sono, si tratta piuttosto di corrodere e decostruire progressivamente la logica di fondo che alimenta con troppa enfasi la formazione dei gruppi in quanto tali.

Alla fine, il messaggio da far passare è questo: le competenze prima delle appartenenze. Se vogliamo che il plurilinguismo diventi davvero la colonna portante del nostro sviluppo, almeno in prospettiva ognuno dovrebbe poter essere riconosciuto e valutato per quello che saprà dimostrare di fare, in questo caso di dire, senza ricorrere all’ostentazione di vecchie o nuove carte d’identità a denominazione d’origine controllata.

 Corriere dell’Alto Adige, 10 giugno 2011