Sensation

Par les soirs bleus d’été, j’irai dans les sentiers,
Picoté par les blés, fouler l’herbe menue:
Rêveur, j’en sentirai la fraîcheur à mes pieds.
Je laisserai le vent baigner ma tête nue.

Je ne parlerai pas, je ne penserai rien:
Mais l’amour infini me montera dans l’âme,
Et j’irai loin, bien loin, comme un bohémien,
Par la Nature, – heureux comme avec une femme.

(Mars 1870)

Referendum

Già parlare del referendum (dei referendum, sono quattro i quesiti) a così pochi giorni dall’appuntamento mi crea un certo disagio. Ma facendolo solo per ricalcare quella che ormai si sta imponendo come la ragione principale sostenuta da chi invita ad andare a votare, beh questo sì che è davvero imbarazzante. La ragione principale, infatti, sembra essere per molti questa: diamo un’altra sberla a Berlusconi. Berlusconi, da parte sua, non si sta dando molto da fare per consegnare ai posteri una truce faccia da antireferendario (a Milano e Napoli, invece, la sua faccia l’aveva messa davvero per contrastare qualcosa e qualcuno). È vero che il raggiungimento del quorum non dovrebbe metterlo troppo di buon umore (non sto a ricapitolare qui le ragioni: si conoscono). Però è anche vero che – come nel caso delle amministrative – collegare DIRETTAMENTE un successo del fronte referendario (innanzitutto attraverso il superamento del 50% d’affluenza) alla sconfessione della politica governativa NEL SUO COMPLESSO è un ragionamento che fa acqua da molte parti.

Ma a proposito dell’acqua. Sbaglio o chi tra otto giorni andrà a votare ci andrà per mettere 4 croci sul sì? Mi piacerebbe sapere una cosa. Se il grado d’informazione sui referendum in generale è stato finora basso (o bassissimo), di quanto bisognerebbe ancora scendere per trovare un riscontro basato su un attento esame dei quesiti proposti? La sensazione che si vada a votare convogliando nell’urna una vaghissima conoscenza dei fatti in questione è più che una semplice sensazione (e non parlo del nucleare, che a capirci qualcosa ci vogliono le famose tre lauree). Bisogna veramente fare un grande sforzo per non ritenere, così facendo, che il cosiddetto istituto referendario non venga demolito più di quanto accadrebbe lasciandolo deperire per asfissia partecipativa (insomma: davvero la partecipazione è solo una faccenda di quantità? La qualità non conta proprio nulla?).

Io andrò comunque a votare. Molto ignorante su tutto, ma andrò a votare. Non so bene come, però. Al momento propendo per due no (sui quesiti che riguardano l’acqua) e due sì (gli altri due). Comunque vada, mi pare che non celebreremo esattamente una “festa” della democrazia.

Una narrazione condivisa ma non univoca

Nella bella intervista di Matteo Pozzi a Leopold Steurer pubblicata ieri dal nostro giornale, lo storico ribadisce un giudizio perentorio sugli attentati dinamitardi della “notte dei fuochi” in chiave politica: essi non possono essere considerati in alcun modo responsabili dello sviluppo positivo che poi ha portato alla creazione dell’autonomia. Pur ritenendo il giudizio condivisibile, non è a mio avviso inutile soffermarsi ulteriormente su questa vexata quaestio, magari allo scopo di trarne qualche utile indicazione di metodo.

La prima indicazione: in un contesto contrassegnato in modo così palese da punti di vista discordanti, ogni contributo in grado di rompere l’automatismo etnico (cioè quando il rappresentante di un gruppo giudica le cose in modo opposto a quello che ci aspetteremmo) è un elemento prezioso e deve essere sfruttato come virtuoso esempio. Nella fattispecie: anche se resta vero quanto affermato da Steurer – la “notte dei fuochi” non ha determinato la creazione dell’autonomia – è bene che noi italiani ricordiamo come il ricorso alla violenza sia stato reso purtroppo possibile da una politica allora incapace di valutare la gravità della situazione, sorda di fronte alle legittime richieste della popolazione locale di lingua tedesca e ladina, responsabile infine di promuovere solo con esasperante lentezza ciò che invece avrebbe dovuto essere speditamente attuato in ottemperanza agli impegni presi con l’Accordo di Parigi e sanciti poi dalla Costituzione.

Da questa prima indicazione ne discende un’altra: oggi, a cinquant’anni di distanza da quegli eventi, occorre elaborare finalmente una narrazione comune – “condivisa”, come spesso si dice – della nostra storia. Attenzione però: una narrazione “condivisa” non significa assolutamente “univoca”, livellatrice di ogni differenza, uguale per tutti. È del tutto evidente che il punto di vista di un attentatore non possa essere risolto in quello delle sue vittime. È necessario quindi che ognuno si sforzi di comprendere le ragioni dell’altro, le motivazioni che l’hanno portato ad agire (e dall’altro lato della medaglia a soffrire) in quel modo, distinguendo in modo rigoroso i piani dell’esperienza personale, del significato storico e della rilevanza politica che è possibile discernere all’interno degli “stessi” fatti.

L’ultima indicazione riguarda lo spirito con il quale dobbiamo apprestarci a compiere questo lavoro. Mi è già capitato di parlarne: si tratta di togliere spazio, quanto più spazio possibile, al sentimento del rancore. Il tempo che passa certamente ci aiuterà. Ma anche noi dobbiamo impegnarci a farlo passare.

Corriere dell’Alto Adige, 4 giugno 2011

L’assiologo

Per Franz (Gambero Rotto) con i migliori auguri di buon compleanno.

La domanda vorrebbe essere seria. Ma perché ci tengono così tanto, a Sandro Bondi? Quel pover’uomo periodicamente investito di cariche e responsabilità che lui non può sopportare, che sembrano fatte apposta per metterlo in difficoltà. Lui però è sempre disponibile, accetta, fa del suo meglio (regolarmente: del suo peggio) per onorare l’impegno e poi getta la spugna con gran dignità. A quel punto, verrebbe da dire, lasciatelo un po’ in pace, lasciatelo tirare il fiato. Invece no. Non fa in tempo, il povero Bondi, a uscire dalla porta, ed ecco che subito qualcuno lo acciuffa e lo invita a rientrare dalla finestra. Ma non è tutto. Perché queste sue ricomparse costituiscono generalmente un peggioramento della sua condizione precedente, il nuovo incarico una sadica degradazione ulteriore della sua immagine pubblica. Capita così che adesso egli sia stato nominato “coordinatore alla filosofia dei valori” del Pdl (un Pdl in disfacimento, peraltro). Coordinatore alla filosofia dei valori, capito? Ma cos’è la “filosofia dei valori”?

Ve ne potreste fare una prima idea QUI 

Avete letto? “Uno degli ambiti nei quali la ricerca continua maggiormente è quello della cosiddetta assiologia formale, che consiste nel tentativo di indagare la natura ed i fondamenti del valore con rigore matematico”. Ecco, farà dunque questo il nostro Bondi? Tutto il giorno a studiare formule per dimostrare con rigore matematico la natura ed i fondamenti dei valori del Pdl? Goniometro e righello per spiegarci che è “ben diverso dire che si preferisce Ludwig van Beethoven a Gigi D’Alessio (affermazione relativa al fatto che lo si preferisce) dal dire che Beethoven sia musicalmente superiore a Gigi D’Alessio, indipendentemente dal gusto dell’ascoltatore (affermazione relativa al valore intrinseco della loro musica)”?

Dite la verità. Se per un attimo riusciste a sorvolare sul fatto che un tizio del genere guadagna in effetti molto più di voi e di me messi insieme per fare assolutamente nulla*, non vi farebbe pena?

* E si noti il paradosso (seppur solo apparente): Sandro Bondi, addetto alla manutenzione e cura dei fondamenti filosofici e valoriali del Pdl, cioè del partito che ha maggiormente contribuito a creare il “governo del  fare”, che fa assolutamente nulla. Non è un epitaffio meraviglioso per tutta questa miserabile storia?

Heimat e Unità d’Italia

Pubblico qui il contributo letto da Klaus Vontavon (presidente dell’associazione Heimat Brixen-Bressanone-Persenon) all’incontro tenutosi a Bressanone in occasione delle celebrazioni del 1 e 2 giugno. È un discorso basato su presupposti cognitivi e affettivi che mi sento di condividere totalmente. Grazie Klaus.

Buona sera, buna sera, Guten Abend,

wir feiern Heute und Morgen mit vielen Vereinen die Einheit Italiens. Oder besser gesagt einen Prozess der vor 150 Jahren begonnen hat und wie es scheint noch immer nicht zu einem erfreulichen Ende geführt hat. Es gibt meines Erachtens Grund zum Feiern, ist doch die Einigung Italiens ein wesentlicher Schritt zu einem „Europa der Völker“ wie es Giuseppe Mazzini schon 1831 gefordert hatte.

Dieser Weg, begonnen mit der Französichen Revolution und der Formulierung der Menschenrechte 1789 ist von großen Rückschlägen gekennzeichnet, das Ziel noch weit entfernt. Die Überwindung des Absolutismus, die Bildung der Nationalstaaten, der Vaterländer hat zur Vernichtung, Vertreibung und zur Unterdrückung von Minderheiten und Außenseitern geführt. Zu einem Krieg der Europa fast zerstört hätte.

Faschismus und Nationalsozialismus haben gezeigt wie einfach es ist mit Hilfe von Symbolen, Schlagworten und Fahnen ganze Völker zu verblenden; Reinheit der Rasse der Freiheit gegenüber zu stellen. Unser aller Vorfahren waren Opfer und Täter zugleich. Einige wenige Menschen haben sich diesem nationalistischen Irrsinn entgegengestellt.

Hier eine persönliche Geschichte:

Sono nato nel’51. Ma ho avuto sempre l’impressione che la mia vita sia incominciata nel giovedì santo del’45; quando il fratello maggiore di un partigiano di Muggia, Trieste, dopo la messa mattutina aveva rivolto la parola ad uno sconosciuto, ad un soldato dell’esercito nemico e lo aveva incoraggiato a disertare. La sua famiglia poi ha nascosto quell’uomo, mio padre, ed il suo salvatore, finita la guerra, lo ha accompagnato a casa clandestinamente.

Quell’uomo sotto la divisa di mio padre aveva visto un altro uomo come lui, un uomo che aveva lasciato a casa la fidanzata, un uomo che aveva voglia di vivere. Non aveva visto l’uniforme né la bandiera, solo l’uomo.

L’esperienza delle due guerre, l’esperienza delle cause anche economiche del fascismo hanno indotto delle persone coscienti a formulare la Costituzione della Repubblica Italiana (entrata in vigore il primo gennaio 1948), la „Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo“, convenzione adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948 ed il „Grundgesetz“ della Germania federale del 23 maggio 1949.

Le nuove repubbliche si sono sviluppate con la collaborazione di tutti i cittadini, ma da qualche decennio il divario tra ricchi e poveri si sta approfondendo, la politica non tiene più conto degli interessi della gente comune ma serve la causa dei possedenti.

Gli spostamenti attuali di uomini, causati dal nostro modo di vivere, fanno paura, paura che i politici usano per compromettere i principi sanciti dalla Costituzione.Servono di nuovo simboli, s’inneggia alla nostra cultura occidentale per escludere uomini di altro colore, di altra religione. Si alzano di nuovo frontiere, si sventolano di nuovo bandiere.

Zurück zur persönlichen Geschichte:

Vielleicht aufgrund der Erfahrungen im Faschismus und Nationalsozialismus, und nicht zuletzt wegen der Erfahrung in Muggia, wurden in unserem Elternhaus so hehre Begriffe wie Volk und Vaterland nie gebraucht.

Ich bin ohne Vaterland aufgewachsen – und habe es nie vermisst. Fahnen und Uniformen sind mir fremd.

In Abwandlung eines Ausspruches von Gustav Heinemann, dem dritten deutschen Bundespräsidenten, kann ich sagen: Ich liebe nicht den Staat, nicht ein Vaterland; sondern die Menschen, egal welcher Hautfarbe sie sind, egal welche politischen Ansichten sie haben: Ich schaue Ihnen in die Augen – und sehe mich selbst.

Heimat ist etwas anderes als Vaterland. Für uns ist Heimat der Ort, an dem wir uns einbringen können, wo wir teilhaben am sozialen und politischen Leben, so hat es Susanne Elsen beim Vortrag zu unserer Mitgliederversammlung erläutert und hat uns damit aus dem Herzen gesprochen.

Heimat in unserem Sinne ist offen für Alle, die diese mit gestalten wollen. Heimat kann man vermitteln, man muss aber auch dafür kämpfen und arbeiten. Heimat als Utopie bezieht sich auf alle Menschen und die ganze Welt. Fukushima und Hungerkatastrophen betreffen auch uns.

 “Heimat” può essere anche la Costituzione o la „Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo“. “Heimat” ideale; che bisogna difendere da quei politici che la vogliono modificare per i loro interessi personali.

In tutto il mondo insorgono le masse, vorrebbero partecipare alla gestione del proprio territorio. Anche da noi piccole iniziative popolari non concedono più il potere unico della gestione agli imprenditori ed ai politici. L’Heimat non si può delegare, L’Heimat deve essere vissuta.

Vorrei chiudere con una poesia di Erich Fried:

 Realitätsprinzip

 Die Menschen lieben

das heißt die Wirklichkeit hassen.

Wer lieben kann

der kann alles lieben

nur sie nicht

 Die Wahrheit lieben?

Vielleicht.

Erkennen kann Lieben sein.

Aber nicht die Wirklichkeit:

Die Wirklichkeit ist nicht die Wahrheit

 Was wäre das

für eine Welt

wenn die Wirklichkeit,

diese Wirklichkeit rund um uns

auch die Wahrheit wäre?

 Die Welt vor dieser

Wirklichkeit retten wollen.

Die Welt wie sie sein könnte lieben:

Die Wirklichkeit

aberkennen