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5 thoughts on “[…]

  1. Un soffio d’estate.
    (Scritto di getto ascoltando “Street Spirit” dei Radiohead.)

    Il sogno in un soffio d’estate. Salire all’alba, sul sedile scomodo, prendere l’auto per i monti, salire e salire, per le curve strette, i vetri appannati, strade bagnate dal mattino di rugiada, correre sui rettilinei ancora scuri, arrivare all’altipiano del cuore, più dolce, più lieto, tra prati verdi e boschi silenziosi, sfiorati di luce e leggera brezza che muove le punte degli alberi, il cielo terso, blu e sempre più blu. Metri e chilometri si alternano e compensano, salire di quota ad alta velocità, all’ombra di cime frastagliate, cupe e sottili, alte su di noi, scarpate e ghiaini, nessuna nube, solo mucche al pascolo a punteggiare le distese di erbe altissime, attorniate da paesini immacolati, disseminate di case in legno, con pietra a vista, fienili e campanili a cipolla, osservarli dall’alto, entrare nel tunnel di conifere, attraverso tronchi e resina, rocce e radici, il sole tra le fronde, partoriti dal buio della foresta, sorpassare la fine del bosco, bagnati di sole, luce e ancora luce, lassù sull’alpe, l’alpe dell’estate, prati fioriti e pascoli alpini, e la corona di fiori e vette e malghe, una cornice in legno, intagli e statue umane, il sapore del tarassaco, lungo paesaggi disegnati dal cielo. Aria cristallina per toccare il cielo e muoversi verso di esso, muovere il vento gelido che scompiglia i capelli, scesi dall’auto, a prendere il sole in faccia, sfacciato e caldo, ora il vento dell’alpe, e la seggiovia ci aspetta, vi aspetta, mi spetta. Spostare la vita in avanti e in alto, dal moto parabolico, rassicurare il presente con l’immensità ignota di quanto ci sovrasta, e precaria per l’insicurezza di quanto sta ai nostri piedi, i passi insicuri sul sentiero, a rilento zigzagante supera il dislivello, e ciuffi d’erba, sassi, muri di pietra chiara, lucente, accecante dolomia, qui il verde ritorna, i mille metri raddoppiano, triplicano dinnanzi allo sguardo incredulo dell’ennesima mucca, il vento ci avvolge e stringe, sollevandoci da terra, gli zaini pesanti, borracce e chiavi della macchina, puntino luccicante in un lago di lamiera, laggiù la civiltà presuntuosa civilizzata, il silenzio scompare per il frastuono di voci turiste, scalatori della domenica, weekend di fuoco per il beltempo. Acqua cristallina per dissetare di freddo un’anima inquieta e sorda, racchiusa nei rifugi di vita, protezione e focolare, riparo dall’azzurro turchino dei cieli, inondato dal sole tiepido, aria rarefatta e strapiombi, burroni, rocce appuntite, precipizi, precipitare, volare sempre più in alto, conquistare il cielo. Tuffarsi nel mare, tra bagnanti, muggiti, rigurgiti di erba, masticata e digerita, come il passato che precede e dimentica, memoria e smarrimento, procede sereno e spensierato, preoccupato e rilassato godimento del panorama, l’immensità del verde chiaroscuro. E giù, giù planando sul mare turchese, oltre le falangi dei paesi, città ombelico, i fianchi delle pendici, a chiudere pittoresche chiuse e chiusure storiche, aprendo porte e portoni, vigneti latini e masi, sprofondare nel blu profondo, immergersi nelle acque salmastre, sale sulle ciglia, acqua in bocca, onde che s’infrangono sulle sabbie di conchiglia, correre sulla spiaggia, il lungomare alle spalle, le montagne nei battiti di cuore, degli occhi e delle mani, piedi che scivolano sulla sabbia, sul pelo dell’acqua, sul vuoto di senso. Un salto nel vuoto, riempito di vento dell’alpe, peso di dolomite che precipita, piena di tramontana e maestrale, leggiadra flora alpina e slanciati pini marittimi ad attutire il colpo. Petali, aghi e foglie, un letto e lo spiffero di vento. Un soffio di vita.

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