Angeli acrobati a Notre Dame

Provenendo dal Quartiere Latino, aveva deciso di lasciare alla sua sinistra il marché aux fleurs accanto alla chiesa di Saint-Julien-le-pauvre, e di attraversare la strada per prendere il Pont-au-double. Il sole era già tramontato e faceva rilucere rosa intensi sulla tela della città. Guardando tra l’indaco del cielo e quei rosa si era ricordato di mimi, di ballerini di strada, di giocolieri che appaiono per il tempo di un giorno, o meno, davanti a Notre Dame. Notò allora che in molti guardavano verso il centro del ponte. Camminò in quella direzione. Ma dapprima rivolse lo sguardo a destra, verso la Senna, osservando un punk corpulento seduto a terra, con la schiena appoggiata sulla balaustra e con gli occhi chini a seguire il movimento delle mani: davanti a sé, su un telo, teneva un grosso coniglio scuro e, accanto, su un altro telo, due piccoli cani appisolati. Soffiava dentro palloncini di plastica colorati, che poi, concentrandosi, piegava rapido, facendo uscire per pochi centesimi giraffe, cani e chissà quali altri ricordi d’animali.

Volse di nuovo lo sguardo davanti a sé, e si accorse che al centro del ponte qualcosa incantava il pubblico, inducendolo in una trance silenziosa. Si spostò sul bordo del marciapiede, limite invisibile d’uno spazio sacro improvvisato, e scorse un trampolino eretto con casse di legno e lastre, una in legno chiaro, l’altra in metallo scuro, a comporre uno strano altare, povero e pagano. Vide che poco dietro il trampolino, tra due sostegni in bambù, era stata collocata, a ben più di due metri, un’asticella. Accanto al trampolino, si allungava una fila di coni gialli in plastica, una distanza regolare a separarli. All’improvviso un battito di mani, ritmico come in un rito, mentre davanti ai suoi occhi sfrecciò un giovane dalla pelle nerissima e con la camicia a scacchi, che con un rapido e impercettibile ondeggiare delle gambe disegnò una serpentina passando tra un cono giallo e l’altro, seguito da un ragazzo dalla faccia segnata e con una coppola sulla testa, che lo imitò. Nello stesso momento un altro nero, anche lui magro e con i capelli rasta come il primo, scandì forte il tempo battendo le mani, dall’altra parte dell’altare, e incoraggiando gentilmente gli inconsapevoli devoti. Una giovane americana bionda in abito color carta da zucchero puntò l’occhio meccanico del suo teleobiettivo al centro dello spazio sacro, là dove tutti guardavano e dove anche lui guardava.

Quando la scena infine gli si aprì interamente allo sguardo, vide comparire dal fondo del ponte, tra la gente, un terzo giovane, un bianco ora, in jeans scuri e candida t-shirt, che, sospinto dal battito di mani, prese la rincorsa, e poi rapidamente velocità, con scatti decisi. Sempre più veloce, lo vide puntare diritto al trampolino e, davanti al suo sguardo, superare la plancia in metallo scuro, staccarsi dalla plancia in legno chiaro e capovolgersi, raggomitolandosi nell’aria, in un punto immobile sopra l’asticella. Lo skater disegnò la figura, distese le braccia e planò, con le sue rotelle, sull’asfalto, come un angelo di strada, l’applauso di tutti il suo battito d’ali. I due neri spiccarono in volo a seguire, mentre il battito di mani non cessava, e, uno dopo l’altro, tutti gli angeli acrobati, bianchi e neri, sfilarono sospesi trattenuti da un soffio nell’aria.

Nuovamente il ragazzo dalla faccia segnata scansò veloce con le gambe i coni gialli e, mentre il battito di mani s’acquietava, ruotò dietro l’altare improvvisato, per alzare d’una tacca l’asticella, misura a separare gli angeli da un’invisibile divinità e assente, che ama un salto per offerta e dona in cambio rose fugaci in cielo.

L’americana bionda ripose la macchina fotografica nella custodia, le mani ripresero a scandire il tempo, il viandante il suo cammino. Alcuni passi davanti a lui, la giovane americana e una donna anziana si allontanavano, tenendosi per mano. [rk]

Un’identità geo-politica rischiosa

Gino De Dominicis, Tentativo di volo

Sarebbe strano che un partito intonato all’idea di “libertà” già fin dal nome non facesse sua la causa di un “Libero Stato”. Se dunque adesso i Freiheitlichen si espongono battendo su questo tasto non stupisce più di tanto. In un articolo dedicato qualche settimana fa dal settimanale “ff” al partito di Pius Leitner, l’idea del Frei-Staat veniva però addirittura indicata come il discrimine o la linea di demarcazione tra la proposta dei “Blau” e il resto del panorama politico locale. Il tema merita perciò un breve approfondimento.

Com’è noto, nell’uso tedesco il termine “Frei-Staat” non è che l’equivalente di “repubblica”, o meglio di libera res publica, assumendo semplicemente il significato di un’entità territoriale non governata da un monarca. Alla fine della prima guerra mondiale, fu il socialista Kurt Eisner a proclamare il Libero Stato della Baviera. Denominazione conservata ancora oggi, come memoria storica, all’interno della struttura federale tedesca. In tempi recenti, alla Baviera si sono poi aggiunte la Sassonia e la Turingia (entrambe dal 1990). È comunque importante notare che in tutti questi casi non ci si riferisce a “Stati sovrani” e che il livello di autonomia suggerito dall’aggettivo “libero” è molto inferiore a quello di cui gode la provincia di Bolzano all’interno dello Stato nazionale italiano, Stato che nella delirante propaganda di qualche patriota è tuttora qualificato come “occupante”.

Ma se non va inteso “alla tedesca”, come dobbiamo allora immaginarci questo benedetto “Libero Stato del Sudtirolo” invocato dai Freiheitlichen? Potremmo sintetizzarlo così: un territorio completamente indipendente (meglio perciò abbandonare “frei” sostituendolo con “unabhängig”), equidistante tanto da Roma quanto da Vienna, sostenuto da una comune volontà di costruire un’identità geo-politica innovativa. A differenza di altre ipotesi secessioniste, sicuramente meno interessanti, l’accento qui cade sulla collaborazione di tutti i gruppi linguistici necessaria ad attivare un simile processo. Peccato che non si riesca a specificare in nessuno modo come ciò sarebbe concretamente possibile.

I Freiheitlichen ignorano in realtà il nodo più tenace che impedirebbe la realizzazione di un simile progetto: la rinuncia, da parte dei singoli gruppi, a sciogliere le proprie specificità in un contesto che – se non accuratamente regolato – esporrebbe nuovamente i soggetti minoritari alla tendenza assimilatrice o prevaricatrice esercitata da quelli maggioritari. L’autonomia è riuscita a raffreddare il conflitto etnico. Il “Libero Stato” potrebbe di nuovo scaldarlo.  

Corriere dell’Alto Adige, 24 giugno 2011