Il disagio del gruppo tedesco

Ricordate l’espressione “il disagio degli italiani”? È un po’ di tempo che fortunatamente non si sente più così spesso. Se oggi torno a parlare di “disagio”, quindi, non è per riproporre una riflessione ormai esaurita, quanto piuttosto per segnalare un suo significativo spostamento d’asse e di prospettiva: sta infatti crescendo il “disagio dei tedeschi”.

Gli italiani, ricordo, si sentivano “disagiati” perché giudicavano in modo negativo l’autonomia. La discriminazione positiva (affirmative action) introdotta dal secondo statuto e le norme necessarie per la sua attuazione, questa la percezione, li spingevano in un angolo, nel “loro” angolo, facendoli insomma apparire ospiti (non sempre benvoluti) di quella che fino a poco prima pensavano fosse la loro casa. Lo sbaglio storico compiuto dagli italiani è stato quello di non aver compreso che il meccanismo autonomistico avrebbe potuto rappresentare anche un’occasione di crescita e non solo di marginalizzazione. Se bilinguismo e proporzionale – le due colonne del sistema – fossero state interpretate come una piattaforma per sviluppare, almeno in una prima fase, una maggiore identificazione con le peculiarità di questa terra, si sarebbero forse potute volgere a proprio consapevole vantaggio le garanzie fin dall’inizio pienamente sfruttate dai concittadini di lingua tedesca e ladina. Purtroppo lo si è capito con molto ritardo, guarda caso proprio mentre dall’altra parte l’autonomia ha cominciato ad apparire troppo stretta anche a chi aveva strenuamente lottato per averla.

Il successo crescente di partiti e movimenti che mettono al centro della loro attività il richiamo all’autodeterminazione, il tentativo anche da parte della Svp di sollecitare un impegno austriaco in direzione del conferimento della cittadinanza, infine la rilettura di alcuni passaggi dolorosi della storia recente in una luce talvolta persino autocelebrativa (seppur con importanti eccezioni come la linea di ferma condanna della violenza seguita dal quotidiano Dolomiten) sono tutti segnali che indicano una tendenza dall’esito incerto: alcuni non vedono più l’autonomia, questa autonomia, come un punto d’arrivo, come qualcosa da difendere nei termini sin qui conosciuti, bensì come un piano inclinato sul quale rotolano fantasie e desideri talvolta alimentati dall’insofferenza per ciò che non ricalca il mai tramontato ideale indipendentistico (preferibilmente, anche se non solo, a sfondo etnico). Una forma di “disagio”, appunto, molto lontano però da uno stato di autentica necessità. È un’annoiata sazietà in cerca di nuovi stimoli, ai quali si risponde ancora una volta con la riproposizione di progetti elaborati senza cercare il consenso tra tutti i gruppi che risiedono in questo territorio. 

Corriere dell’Alto Adige, 17 giugno 2011

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