La competenza conta più dell’etnia

L’altro ieri, sfogliando questo quotidiano, ho scorto un titolo che mi ha fatto sobbalzare: «I mistilingue non esistono». La frase, pronunciata da Luis Durnwalder, sintetizzava la risposta con la quale il presidente della Provincia aveva rintuzzato un’interrogazione fatta dalla consigliera leghista Elena Artioli.

Ovviamente, come spiegato chiaramente nell’articolo, secondo Durnwalder a non esistere non sarebbero tanto gli individui capaci di parlare più lingue avendole apprese dalla nascita — io ne ho a casa due piccoli e vivaci esemplari, per esempio, e sfido chiunque a dimostrarmi che non esistono — bensì il loro «gruppo di appartenenza». Gruppo, com’è noto, ignorato dallo statuto d’autonomia in quanto esso fu concepito al fine di tutelare esclusivamente la specificità di profili culturali (e con ciò anche linguistici) tagliati con l’accetta. Al censimento ci si potrà insomma dichiarare «tedeschi», «italiani» e «ladini», si potrà arrivare persino a dichiararsi «altro», così indebolendo però la consistenza numerica dei tre gruppi riconosciuti ufficialmente, ma la definizione di «mistilingue» — o, come si dovrebbe dire in modo più corretto, «bilingue» o «plurilingue» — era e resta un tabù. Eppure, posto così, si tratta sul serio di un problema?

Avendo molta simpatia per la causa del plurilinguismo, ho imparato nel tempo a considerare fuorviante l’impegno di chi vorrebbe richiedere per i «plurilingue naturali» o per i «poliglotti» lo stesso trattamento giuridico riservato a chi invece non stenta ad affiliarsi a uno dei tre gruppi previsti dallo statuto. Ritengo semmai che l’esistenza innegabile di numerosi «plurilingue» serva a rendere palesi i limiti di una legislazione ancora basata sulla subordinazione di qualcosa di acquisibile rispetto a uno status di partenza, facendo insomma prevalere la categoria dell’essere su quella del divenire. Per dirla in modo ancora più stringato: non è che dovremmo cercare di aggiungere un altro gruppo a quelli che già ci sono, si tratta piuttosto di corrodere e decostruire progressivamente la logica di fondo che alimenta con troppa enfasi la formazione dei gruppi in quanto tali.

Alla fine, il messaggio da far passare è questo: le competenze prima delle appartenenze. Se vogliamo che il plurilinguismo diventi davvero la colonna portante del nostro sviluppo, almeno in prospettiva ognuno dovrebbe poter essere riconosciuto e valutato per quello che saprà dimostrare di fare, in questo caso di dire, senza ricorrere all’ostentazione di vecchie o nuove carte d’identità a denominazione d’origine controllata.

 Corriere dell’Alto Adige, 10 giugno 2011

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19 thoughts on “La competenza conta più dell’etnia

  1. Concordo e non concordo..alla fine esprimi la posizione del giudice Zanon. Potrei anche accettarlo, ma non rimandendo anesso a questo stato. Quindi, prima la secessione programmata, e poi finalmente competenza prima di quello che uno dice…perchè quello che vorresti tu adesso è proprio quello che lo stato italiano sta cercando di ottenere a lungo termine. Il cavallo di Troia….

  2. Forse è il giudice Zanon che ha una posizione simile alla mia.

    A parte gli scherzi. Non mi pare elegante definire i miei figli cavalli di Troia. Dare maggiore rilievo alle competenze dovrebbe essere qualcosa di proponibile ovunque. Forse dovresti riconsiderare un po’ la questione.

  3. “Per dirla in modo ancora più stringato: non è che dovremmo cercare di aggiungere un altro gruppo a quelli che già ci sono”
    Und wenn man das alles einfach lassen würde, mit Gruppen und so, Mehrsprachigkeit ist Voraussetzung, und wer diese Voraussetzungen nicht erfüllt, solle dies auch zu spüren bekommen, egal welche Gruppe.

  4. Non intendevo i tuoi figli come cavallo di troia, ma una strategia politica di ottenere qualcosa con altri metodi, in quanto la strada della violenza non ha portato i frutti che ci si aspettava da essa. Il manifesto (Zanon ed altri) ha delle buone idee, ma non fatibili finchè non si modificano prima le regole di ingaggio. Credo io, e non credo che sia il mio spirito giovanile ed inconscio a pensare così, poi di dirò quanto avrò l’età di quel signore elegante, che vive in Polonia, magari cambierò oppinione;)

  5. Io ripeto: non mi interessa nessuna strategia politica. Io parlo qui di individui. E dell’importanza degli individui. Il mondo come l’abbiamo conosciuto finora (distinto in categorie rigide) è finito. Non lo potrai conservare all’infinito.

  6. Avendo io frequentato una scuola ladina, non posso non sottoscrivere questo post. So che mi potrei trascinare dietro insulti “ladini”, ma nella mia esperienza (tanti anni fa, è vero) la scelta del corpo docente nelle scuole ladine in base al gruppo linguistico e non in base ai curricula ha fatto che sì che io, di madre lingua italiana, l’italiano l’ho imparato davvero al liceo. Ho avuto insegnanti ladini che insegnavano discipline umanistiche in italiano senza conoscere l’italiano, per non parlare poi dei contenuti delle lezioni! Il potenziale sarebbe straordinario, quello di una scuola bilingue, intendo. Ma fintanto che non si guarda alle competenze (e le competenze necessarie in una scuola mistilingue devono essere ben chiare, poichè tante sono le variabili pedagogiche in gioco) questo potenziale unico dato dal bilinguismo, a mio avviso, rischia di sfumare se non di inaridirsi. Mi viene in mente lo sconcerto del cinese nel bellissimo romanzo “Eva Dorme” di Francesca Melandri …

  7. Ottimo Gadilu! Mi sembra però che in sidtirolo il plurilingue-pluriculturale venga visto ancora troppo spesso come un Mischling, una sorta -mi si perdoni la forzatura- di asociale non assimilabile (nel 2011 ..), un cavallo di Troia di fantomatiche contaminizzanti mescolamenti-impoverimenti. La realtà che vivo tutti i giorni a Frankfurt nel lavoro ed in famiglia è di giovani che comunicano in due, tre, quattro lingue… tutti cavalli di Troja ?

  8. “Io parlo qui di individui. E dell’importanza degli individui. Il mondo come l’abbiamo conosciuto finora (distinto in categorie rigide) è finito. Non lo potrai conservare all’infinito”.
    E non c’è proprio altro da aggiungere, tranne forse un unico, piccolo appunto. Credo sia meglio parlare di persone, ossia di individui immersi in una matrice sociale multiforme ed in costante mutamento (come l’oceano). In “Contro i miti etnici” avrei dovuto usare più frequentemente il termine “persona”, al posto di “individuo”, per evitare equivoci. Troppa gente quando sente parlare di “individui” mette mano alla rivoltella e la carica di “atomizzazione”, “anomia”, “spersonalizzazione”, “totalitarismo”, ecc. e così ogni serio ragionamento va “in vacca”.

  9. “le competenze prima delle appartenenze”. Da sottoscrivere in pieno. Chiarendo bene che, in una terra plurilingue, “competenze” significa anche saper parlare più lingue. Quindi, in una terra plurilingue, il medico deve essere un bravo medico, il magistrato deve essere un bravo magistrato, il giornalista deve essere un bravo giornalista, l’insegnante deve essere un bravo insegnante, il segretario un bravo segretario, ecc ecc.; ma in quel “bravo” va compresa anche la conoscenza delle lingue maggiormente parlate in questa terra.

  10. urca…quanti dovrebbero allora lasciare il posto con un bel calcio nel sedere? Ma continuate a parlare e straparlare…altro che “manifesto 2019”. Lieber Lucio, den ersten Fehler, den ihr im Namen eures Programms festgesetzt habt, ist schon einmal das Jahresdatum 2019, das Jubiläum der hundertjährigen ANNEKTION durch Italien, welches ihr nationalistisches Gehabe nie aufgegeben hat, weder in der Monarchie, noch in der Diktatur und noch weniger in der “sogenannten” Demokratie…ach ja, wir vergessen es ja immer wieder, ihr brachtet uns Sprache, Kultur, Bildung etc…. 5! Setzen!

  11. filetto di manzo con aglio orsino…ottimo…mangiato ieri nel miglior ristorante di Vipiteno (a mio modesto parere)…noto soprattutto per la pasticceria .. obbligo del fine pasto..e se passa il quorum torniamo a festeggiare……………………….

  12. E magari siamo delle ultime generazioni che potranno conoscere la ricchezza dei linguaggi del nostro pianeta.. Chissà quanto dura che tristemente ci lasceranno per fare spazio alla lingua universale e alla telepatia. O magari tornerà Babele? Wow! 😉

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