Una narrazione condivisa ma non univoca

Nella bella intervista di Matteo Pozzi a Leopold Steurer pubblicata ieri dal nostro giornale, lo storico ribadisce un giudizio perentorio sugli attentati dinamitardi della “notte dei fuochi” in chiave politica: essi non possono essere considerati in alcun modo responsabili dello sviluppo positivo che poi ha portato alla creazione dell’autonomia. Pur ritenendo il giudizio condivisibile, non è a mio avviso inutile soffermarsi ulteriormente su questa vexata quaestio, magari allo scopo di trarne qualche utile indicazione di metodo.

La prima indicazione: in un contesto contrassegnato in modo così palese da punti di vista discordanti, ogni contributo in grado di rompere l’automatismo etnico (cioè quando il rappresentante di un gruppo giudica le cose in modo opposto a quello che ci aspetteremmo) è un elemento prezioso e deve essere sfruttato come virtuoso esempio. Nella fattispecie: anche se resta vero quanto affermato da Steurer – la “notte dei fuochi” non ha determinato la creazione dell’autonomia – è bene che noi italiani ricordiamo come il ricorso alla violenza sia stato reso purtroppo possibile da una politica allora incapace di valutare la gravità della situazione, sorda di fronte alle legittime richieste della popolazione locale di lingua tedesca e ladina, responsabile infine di promuovere solo con esasperante lentezza ciò che invece avrebbe dovuto essere speditamente attuato in ottemperanza agli impegni presi con l’Accordo di Parigi e sanciti poi dalla Costituzione.

Da questa prima indicazione ne discende un’altra: oggi, a cinquant’anni di distanza da quegli eventi, occorre elaborare finalmente una narrazione comune – “condivisa”, come spesso si dice – della nostra storia. Attenzione però: una narrazione “condivisa” non significa assolutamente “univoca”, livellatrice di ogni differenza, uguale per tutti. È del tutto evidente che il punto di vista di un attentatore non possa essere risolto in quello delle sue vittime. È necessario quindi che ognuno si sforzi di comprendere le ragioni dell’altro, le motivazioni che l’hanno portato ad agire (e dall’altro lato della medaglia a soffrire) in quel modo, distinguendo in modo rigoroso i piani dell’esperienza personale, del significato storico e della rilevanza politica che è possibile discernere all’interno degli “stessi” fatti.

L’ultima indicazione riguarda lo spirito con il quale dobbiamo apprestarci a compiere questo lavoro. Mi è già capitato di parlarne: si tratta di togliere spazio, quanto più spazio possibile, al sentimento del rancore. Il tempo che passa certamente ci aiuterà. Ma anche noi dobbiamo impegnarci a farlo passare.

Corriere dell’Alto Adige, 4 giugno 2011

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6 thoughts on “Una narrazione condivisa ma non univoca

  1. >si tratta di togliere spazio, quanto più spazio possibile, al sentimento del rancore.
    >Il tempo che passa certamente ci aiuterà.

    conoscendoti a te più che il tempo aiuta la noia…

    Non sono completamente d’accordo con la posizione negazionista di Steurer. La trovo riduttiva: quanto mi hai detto ieri a voce mi pareva più equilibrato…
    io la vedo così: il contributo degli attivisti ai contenuti delle trattative è trascurabile. Nessuno ci loro sedette mai al banco delle trattative come parte in causa e la SVP non era certamente un partito che rappresentasse allora i loro interessi in maniera preponderante.
    Ma un contributo indiretto è innegabile: non è plausibile che in quelli che avrebbero lavorato alla stesura del pacchetto il fenomeno del terrorismo non avesse alcun peso psicologico. E d’altra parte ritengo che il ruolo della SVP come partito della mediazione si sia consolidato una volta per tutte.

    Guarda ai giorni nostri, con tutti i distinguo del caso: prima dell’ 11 settembre la convivenza con islam non era uno dei temi all’ordine del giorno. Oggi le immagini dei grattacieli sono impresse in ognuno di noi. E dopo una prima deriva antiislamista oggi i più intelligenti ricercano attivamente un dialogo con l’islam moderato in modo da smorzare i possibili attriti con le comunità ed i paesi di quella religione ed isolare i più radicali…

    Ecco, secondo me dire che il ruolo degli attentati, nel loro complesso, è nullo (o quasi) è, alla luce di questo, affermare il falso, semplicemente grazie al fatto che il loro influsso (psicologico, emotivo…) non è facilmente misurabile…

  2. Sottigliezze. Io poi ho scritto che gli attentati non hanno dato un contributo POSITIVO, il che significa che se hanno influito (e ovviamente hanno influito perché TUTTO influisce) hanno influito in modo NEGATIVO (giusta la tesi che l’autonomia è stata fatta non GRAZIE alle bombe, ma NONOSTANTE le bombe). Sarebbe ovviamente stato meglio una più efficace soluzione diplomatica (senza le bombe), così la questione si riduce alla domanda finale: si potevano evitare le bombe? Qui sono gli storici, eventualmente, a poter tentare una risposta. In linea generale, comunque, deve valere il principio: si deve sempre tentare una via diplomatica e la violenza deve essere condannata in linea di principio.

  3. >hanno influito in modo NEGATIVO

    davvero interessante… in base a queli elementi sostieni questo? ritieni che gli attentati abbiano rallentato il processo o che proprio senza questo fenomeno avremo ottenuto un’autonomia migliore… si tratta di congetture o ti basi su elementi concreti?
    Ancora: dire che le bombe hanno agito negativamente vuol dire che erano inutili (dannose). Quindi l’autonomia ci sarebbe stata conferita ugualmente di spontanea iniziativa statale. E’ così? Io ci credo poco, le trattative, malgrado l’impegno austriaco non avevano fino ad allora portato ad alcun risultato o sei a conoscenza di un progetto autonomistico pre-1961 che poi stato peggiorato a seguito degli attentati? Se hai documenti del genere pubblicali, perchè sarebbero davvero sensazionali!

    Io ribadisco che sono contro la glorificazione per un principio morale, non per un principio utilitaristico.
    Evidentemente per chi lascia la strada della politica per darsi all’attivismo con mezzi violenti vale il principio “il fine giustifica i mezzi”. Il tuo aggiungere che il mezzo sbagliato porta ai risultati sbagliati (quel che sostieni dicendo dell’influsso NEGATIVO) è solo la versione 1.1 di tale principio e credo che il disconoscimento delle conseguenze degli attentati sia strumentalmente rivolto alla condanna della violenza come mezzo politico. Finora ho incontrato principalmente queste du interpretazioni.
    Esiste una terza via: io mi trovo in difficoltà nel negare che il processo autonomistico sia avvenuto in sospetta sequenza temporale con gli attentati e, se anche il principio di causalità è piuttosto controverso, ritengo che quantomento un influsso (positivo) degli stessi sia altamente probabile. Allora sono stati automaticamente una cosa buona? Solo per la parte in cui non hanno messo impericolo nessuno: ogni morto è di troppo. Il mettere in pericolo sé e gli altri era sbagliato di per sé. Bisognava cercare altri mezzi, anche se poi l’esisto del processo è stato positivo, questa è la opinione.

  4. Non so se avremmo avuto un’autonomia migliore (non ragiono con i contraffattuali). Dico che abbiamo avuto l’autonomia che abbiamo avuto anche e soprattutto perché – NONOSTANTE gli attentati – il processo diplomatico non si è fermato (il processo diplomatico era già iniziato PRIMA). E gli attentati non furono certo compiuti per favorire quel processo diplomatico (semmai per spazzarlo via). Parlare dunque di “contributo positivo” mi sembra piuttosto fuorviante, e non solo dal punto di vista morale.

  5. Io condivido la posizione di Hans Karl Peterlini e Christoph Franceschini (non solo da oggi dopo “am Runden Tisch”); Steininger misero, ha lasciato l’impressione di voler saper tutto e di esprimere l’unica verità certa tentando più volte di vendere le sue pubblicazioni. Se avesse dato l’Iban, gli avrei fatto un versamento subito. Tu ti sei comportato in modo abbastanza neutro, non ti sei lasciato buttare nell’angolo etnico, anche se per te erano terrotisti e per me Freiheitskämpfer. Luis Gutmann ha messo un pò in difficoltà essendo stato membro della Bezirksleitung Unterland della SVP. Stocker, la mia maestra di storia e tedesco, è una brava diplomatica. La posizione di Eva Klotz la conosciamo tutti, da decenni segue la sua strada. Secondo me sarebbe stato più interessante parlare dell’importanza di ruolo della SVP nella Feuernacht, tra la paura del divieto del partito e la carognata di lasciare nel cassetto le lettere dei torturati. Magari alla prossima 😉

  6. Ciao. Io mi sono un po’ annoiato, a dir la verità. Mi sentivo “ospite”, ero un po’ imbarazzato e mi interessava più capire come funziona la televisione che mettermi in evidenza. Ho detto che sono “terroristi” citando il libro di Manuel Fasser (dove spiega molto molto bene cosa intende). Non c’è stato modo di spiegare che ai terroristi si contrapponeva il terrore di stato. Magari alla prossima, sì. 😉

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