Referendum

Già parlare del referendum (dei referendum, sono quattro i quesiti) a così pochi giorni dall’appuntamento mi crea un certo disagio. Ma facendolo solo per ricalcare quella che ormai si sta imponendo come la ragione principale sostenuta da chi invita ad andare a votare, beh questo sì che è davvero imbarazzante. La ragione principale, infatti, sembra essere per molti questa: diamo un’altra sberla a Berlusconi. Berlusconi, da parte sua, non si sta dando molto da fare per consegnare ai posteri una truce faccia da antireferendario (a Milano e Napoli, invece, la sua faccia l’aveva messa davvero per contrastare qualcosa e qualcuno). È vero che il raggiungimento del quorum non dovrebbe metterlo troppo di buon umore (non sto a ricapitolare qui le ragioni: si conoscono). Però è anche vero che – come nel caso delle amministrative – collegare DIRETTAMENTE un successo del fronte referendario (innanzitutto attraverso il superamento del 50% d’affluenza) alla sconfessione della politica governativa NEL SUO COMPLESSO è un ragionamento che fa acqua da molte parti.

Ma a proposito dell’acqua. Sbaglio o chi tra otto giorni andrà a votare ci andrà per mettere 4 croci sul sì? Mi piacerebbe sapere una cosa. Se il grado d’informazione sui referendum in generale è stato finora basso (o bassissimo), di quanto bisognerebbe ancora scendere per trovare un riscontro basato su un attento esame dei quesiti proposti? La sensazione che si vada a votare convogliando nell’urna una vaghissima conoscenza dei fatti in questione è più che una semplice sensazione (e non parlo del nucleare, che a capirci qualcosa ci vogliono le famose tre lauree). Bisogna veramente fare un grande sforzo per non ritenere, così facendo, che il cosiddetto istituto referendario non venga demolito più di quanto accadrebbe lasciandolo deperire per asfissia partecipativa (insomma: davvero la partecipazione è solo una faccenda di quantità? La qualità non conta proprio nulla?).

Io andrò comunque a votare. Molto ignorante su tutto, ma andrò a votare. Non so bene come, però. Al momento propendo per due no (sui quesiti che riguardano l’acqua) e due sì (gli altri due). Comunque vada, mi pare che non celebreremo esattamente una “festa” della democrazia.

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19 thoughts on “Referendum

  1. Mi fa piacere che sui due referendum sull’acqua anche tu non abbia certezze. Sto cercando disperatamente di capirci qualcosa, da qui alla prossima domenica. Oggi su La Repubblica pagine locali l’ad della società che gestisce l’acqua a Torino, interamente pubblica, è per un si al primo dei due quesiti perché, dice lui, l’articolo imporrebbe ai Comuni di cedere ai privati il 40 % delle quote; è per un no al secondo, perché, dice, altrimenti le banche non gli impresterebbero i soldi per gli investimenti, che dovrebbero essere ricavati da un aumento delle tasse generali. Il guaio è che, a sentire le diverse parti, si ha l’impressione che gli uni e gli altri non stiano parlando della stessa legge …

  2. Infatti. Senti cosa dice Barbapapà al proposito: lui vota SÌ perché così il Parlamento sarà poi costretto a votare una legge che regola l’appalto della manutenzione degli acquedotti ai privati (visto che gli enti pubblici non hanno i soldi per farlo…). Ma sono scemo io oppure col referendum (cioè votando NO al referendum) si evita di prenderla così larga e dunque saranno direttamente i Comuni (o le Province o le Regioni) ad occuparsi di dare questi lavori in appalto senza passare dal Parlamento? Ma soprattutto: e quelli che voteranno SÌ pensando che in questo modo i privati non ci metteranno mai bocca, in questa faccenda dell’acqua, si rendono conto che i privati la bocca ce la metteranno comunque?

    http://tv.repubblica.it/rubriche/eugenio-scalfari/i-si-ai-referendum-un-colpo-da-ko-per-il-cavaliere/69830?video

  3. L’informazione sui quesiti referendari che andremo a votare domenica e lunedì prossimi è senz’altro stata fino ad ora scarsa e insufficiente. E’ ovvio che la maggioranza governativa abbia finora cercato di ignorare i prossimi appuntamenti referendari, ma anche i comitati promotori o chi li sostiene non ha fatto di meglio. I quesiti posti in votazione sono complessi e dai risvolti poco chiari: nel primo sui servizi pubblici di rilevanza locale, le norme sottoposte a referendum, nel caso della loro abrogazione, non rispondono all’urgenza di trasformare l’affidamento dei servizi pubblici da luogo di spartizione partitocratica, inefficiente e consociativa, in una gestione liberale orientata alla tutela del consumatore. E tantomeno rispondono all’esigenza di arrivare ad uno sfruttamento sostenibile di un bene comune, essenziale ed esauribile come l’acqua. L’argomento è molto complesso, e da quel poco che ho letto è difficile orientarsi.
    Oltre a leggere quel poco pubblicato sulla stampa nazionale, ho seguito le due serate alla Cusanus, su queste tematiche. E’stato interessante seguire il documentario sulla privatizzazione dell’acqua in Francia ed in parte in Germania, ma del contesto nazionale poco si è discusso. Oltre la solita carrellata dei rappresentanti politici che si sono espressi per il si, senza conoscere la materia, solamente il rappresentante del PD ha approfondito il tema del nucleare e delle scorie. Ma sulla materia dei servizi pubblici di rilevanza locale: trasporti, asporto dei rifiuti, acqua, ecc. nessuno ha analizzato e spiegato il tema, penso anche per ignoranza della materia.
    Il 12 e 13 andrò sicuramente a votare per i quattro o tre referendum, aspettiamo alla sentenza della Consulta di martedì prossimo, che sorpresa ci aspetta?

  4. Concordo con Gadilu, finalmente controcorrente, ma coerente nell’essere decisamente e chiaramente a favore di una maggiore responsabilizzazione locale. Vedo e leggo tanta demagogia nei referendum ed i rischi paventati da Gadilu sulla “tenuta”, in prospettiva, dell’istituto referendario (cavallo di battaglia del movimento libertario), sono legittimi e comprensibili. Non so quanto possa aiutare i lettori altoatesini ad avere un quadro chiaro delle situazione “acqua”, ma posso parlare della mia esperienza di cittadino. Passato, giovane, dall’acqua clorata, ma abbondante, della Toscana appennica, all’acqua razionata del Salento. Distribuita in condutture vecchie e piene di falle, controllate da chiusini con il fascio e elargita al pueblo attraverso fontane con il simbolo del famoso mascelluto. Parlo del 1975. Quasi quaranta anni dopo la situazione è sempre la stessa. Aumentano i bisogni, restano le identiche disponibilità. Teoriche. Gli anni non aiutano tubi e condotte. .. L’Acquedotto Pugliese è stato un divoratore di denaro ed un elargitore di posti pubblici. In moltissime località del Salento l’acqua “pubblica” non arriva nemmeno e ci si affida ad esosissimi trasportatori d’acqua “di pozzo”, con tutti i problemi relativi, d’igiene ed altro, visto il controllo spesso piuttosto “strano” delle sorgenti. Questa è la situazione generale. Naturalmente si parla poco di questo e la sensazione che si voglia anche fare un po’ di demagogia è forte. La realtà tristissima è che l’acqua è un bene primario e che viene sottratta ai cittadini. Da sempre. La vergogna dei fasci su fontane e chiusini, tubature, sigilli e condotte dura da quasi un secolo. E’ possibile che prima e dopo una dittatura e pure dura non sia stato fatto niente? Si può andare oltre la demagogia e lo zero informativo ?

  5. Imbroglio acqua, non votate
    Oggi alle 15, presso il Mart di Rovereto, all’interno del Festival dell’Economia, è intervenuto il professor Antonio Massarutto sul tema della gestione dell’acqua e dei prossimi referendum. Ecco un suo intervento.
    Vorrei provare a riportare un po’ di ordine nella discussione. Partirei da alcuni dati che sono stati forniti in modo scorretto. Sarò noioso e pedante, ma lo faccio apposta affinché i lettori capiscano che con i numeri non si scherza, e la posta in gioco è importante.
    Tra il 1985 e il 1997 (anno che potremmo considerare un po’ lo spartiacque tra il sistema precedente la riforma e quello attuale, gli investimenti per acquedotti, fognature e depuratori sono stati pari a circa 15 miliardi di euro complessivi: in media, circa 1,2 miliardi all’anno (dati dell’Archivio Istat Opere Pubbliche, attualizzati al 2009). Ciò che più è grave, il valore diminuisce in modo vistoso nell’ultima parte del periodo, nella quale scontiamo la crisi delle finanze pubbliche culminate con la svalutazione del 1992 In termini pro capite, la media del periodo è inferiore ai 20 euro/anno per abitante, ma questa scende a poco più di 10 nel periodo successivo al 1990 Con l’avvio della riforma gli investimenti dovevano riprendere con valori pianificati intorno ai 35 euro/anno pro capite: un miglioramento significativo, sebbene ancora lontano da quanto servirebbe davvero.
    Per dare un ordine di grandezza comparabile, in Germania, Francia e Gran Bretagna si investono, rispettivamente, 95, 80 e 96 euro/anno pro capite; valori non molto diversi si ottengono in Italia, provando a stimare gli investimenti realmente necessari per mantenere il valore delle reti esistenti e aggiungere i pezzi che mancano (soprattutto nel comparto della depurazione, come ha opportunamente ricordato sull’Adige Renato Drusiani).
    Rispetto ai piani, quanto è stato effettivamente realizzato nel primo periodo di attuazione è certo inferiore: secondo Federutility, fino alla prima revisione sono stati realizzati circa il 55% di quanto programmato. I dati, riferiti a un campione di 13 milioni di abitanti, mostrano valori pro capite comunque nell’ordine dei 31 euro/anno pro capite, contro i 51 previsti nel periodo. Elaborando i dati di un’altra fonte (le statistiche Istat sulla spesa ambientale) si ottengono investimenti lordi complessivi a livello nazionale pari a 44 euro/anno pro capite dal 1997 al 2009. Tuttavia, poiché le nuove gestioni partono con ritardo e in anni diversi, è poco significativa una media a livello nazionale. Se consideriamo le realtà dove le gestioni si sono consolidate prima, non siamo lontani dai valori pianificati. Segno che, dove è andata a regime, la gestione riformata dalla legge Galli qualche risultato l’ha raggiunto. Dove non l’ha raggiunto, non è tanto perché qualcuno si è intascato i profitti, ma perché ci si è presto resi conto che i piani d’ambito approvati facevano nozze con i fichi secchi.
    Il meccanismo non è poi così complicato da capire. Come una famiglia che fa un mutuo per la casa, una gestione del servizio idrico investe prendendo a prestito il denaro dal mercato; per poterlo restituire con gli interessi, deve generare ogni anno un margine operativo, ossia una differenza tra i ricavi tariffari e i costi di gestione (personale, materie prime etc). Molti piani sono stati esageratamente ottimistici, o sovrastimando i ricavi o sottostimando i costi. E i gestori che si sono ritrovati con risorse minori del previsto hanno rallentato gli investimenti, anche perché le banche non erano pronte a far loro credito con prospettive di rientro così incerte. Si sono dovuti revisionare i piani, talvolta ritoccando le tariffe (onde adeguare i margini agli investimenti da fare) altre volte mantenendo ferma la dinamica tariffaria prevista, e riducendo gli investimenti.
    Il lettore attento avrà osservato che, fino a questo momento, non è stata ancora pronunciata la parola «privato». Non è un caso: questi dati valgono per tutte le gestioni, pubbliche e private, perché non hanno a che vedere con la proprietà della gestione, ma con un fatto molto semplice: se la gestione e gli investimenti non sono finanziati dalla fiscalità, devono esserlo dalla tariffa. Altrimenti le aziende falliscono, e invece dell’acqua pubblica o dell’acqua privata avremo la non-acqua. Quelli che alcuni impropriamente hanno chiamato privatizzazione è in realtà dovuto al trasferimento dell’onere economico del servizio dalla fiscalità alle tariffe. Infatti, le tariffe le hanno aumentate tutti (il metodo tariffario è uguale per tutti, e continuerà ad esserlo). Ed è dovuto all’esigenza di trasformare e modernizzare le aziende, per metterle in condizione di affrontare scelte tecnologiche e programmi finanziari molto più impegnativi del passato. In passato gestire significava soprattutto appalti di lavori pubblici e semplici operazioni tecniche. Ora tutto questo non basta più, e servono aziende con caratteristiche adeguate. Non necessariamente «private», ma aziende. Non è l’aggettivo (pubblico o privato) ad essere rilevante, ma il sostantivo (azienda, ossia soggetto orientato al calcolo economico e alla creazione di valore, e non più ente erogatore senza vincolo di bilancio).
    Va da sé che una maggiore autonomia imprenditoriale delle gestioni richiede, da parte del pubblico, altrettanta capacità di regolazione e controllo: terreno su cui la strada da fare è ancora lunga. Questo è ciò di cui dovremmo discutere. Il referendum ha il merito di aver portato l’acqua al centro dell’attenzione, ma ha anche il grave demerito di aver strutturato la discussione intorno a falsi problemi e soluzioni apparenti. Nessuna privatizzazione è in corso: avere imprese private nelle compagini delle gestioni o non averle cambia davvero poco. Il servizio è e resta un servizio pubblico (ci mancherebbe che non fosse così). Tariffe, qualità, priorità di intervento le decide il soggetto pubblico. Solo che, una volta che le ha decise, deve trovare la forma gestionale in grado di farlo nel modo migliore, rispettando gli impegni, non aprendo voragini nei conti, possibilmente usando le risorse con efficienza.
    A volte il pubblico lo sa fare bene, a volte no. Un po’ di trasparenza (quello che le gare porterebbero) male non può fare, soprattutto considerato che la scelta dell’azienda pubblica, anche dopo un’eventuale gara, resta pienamente possibile e legittima. Sono appena tornato dall’Olanda: splendido paese, dove le gestioni pubbliche dell’acqua offrono un ottimo servizio, e sono tra le più care del mondo. Il dibattito di questi mesi in Italia ci sta facendo credere che le tariffe alte sono dovute al profitto: via i privati, via il profitto, e l’acqua tornerà a scorrere gratis dai rubinetti. Il giorno del referendum non vado a votare, ma me ne torno in Olanda, e manderò una bella cartolina di saluti a questo sgangherato paese, tanto pronto ad accapigliarsi sui massimi sistemi, tanto pronto a riempirsi la bocca di diritti, ma così restio a fare i conti con l’esigenza di pagare i relativi costi. E sì che stiamo parlando di somme che non dovrebbero spaventarci: se oggi spendiamo in media poco più di 90 euro/anno a testa per il ciclo integrato del servizio idrico, con le tariffe a regime potranno essere un 20-30% in più.
    Si è detto che «vogliono quotare in borsa nostra madre»: ma la verità è che nostra madre vive, per colpa nostra, in una catapecchia con i muri malsani e il tetto che perde. Dobbiamo ricostruire questa casa di famiglia, risanarla, amarla, e frequentarla un po’ più spesso. Ma se va avanti così, la frequenteremo solo il giorno del funerale.
    Antonio Massarutto Professore associato di Economia Pubblica all’Università di Udine e direttore di ricerca presso lo Iefe (Istituto di economia e politica dell’energia e dell’ambiente) dell’Università Bocconi
    dall‘edizione online dell‘Adige

  6. Già, anch’io penso di seguire l’indicazione del sindaco Renzi di Firenze, votando sì al primo e no al secondo dei referendum sull’acqua, perché trovo assurda la norma di cedere ai privati una quota obbligatoria delle azioni e sono convinto che impedire la realizzazione di un utile renda impossibile finanziare gli investimenti, che il gestore sia pubblico o privato. D’altra parte in Toscana, perlomeno nell’area fiorentina, quando il servizio era gestito interamente dal comune non era affatto male, con la privatizzazione parziale non si è avuto alcun miglioramento visibile e le bollette sono decisamente aumentate. Ma chi mi ha informato? La gestione di quel delicato meccanismo che è la democrazia diretta presuppone due requisiti: etica della responsabilità condivisa tra governanti e cittadini, informazione pluralistica, accurata e programmata per tempo, in particolare per le materie con aspetti tecnici ed economici, e, specie per quanto riguarda il servizio pubblico e per quanto possibile agli umani, l’imparzialità. Tutte cose che in Italia mancano drammaticamente, come sappiamo tutti e sui cui è inutile discutere più di tanto. Già sul nucleare è più facile, non mancano certo gli aspetti tecnici e problematici, anzi, però il Giappone ha dimostrato che non esiste il nucleare sicuro e il volgare cinismo e la superficialità con cui il governo ha trattato la cosa spinge a votare contro a prescindere. A ben guardare l’unico referendum immediatamente accessibile alla cittadinanza sarebbe quello sul legittimo impedimento, un pò come furono quelli sul divorzio e sull’aborto, ma è appunto quello che, per “costringere” la gente ad andare a votarlo, necessita assolutamente del traino degli altri due. E anche questo lo sappiamo tutti. I referendum per dare la spallata a Berlusconi? Questo è lo stato delle cose, questo è il paese, queste sono le necessità primarie.

  7. Una vittoria del sì ai referendum sulla gestione dei servizi idrici non esaurirebbe certo la questione (né ci riporterebbe indietro di trent’anni, come enfatizza Chirico nel video). Non esprimerebbe di per sé un consenso al mantenimento dello status quo, né chiuderebbe la porta al privato che, come ben sappiamo, nel settore già opera, con risultati non sempre all’altezza delle aspettative. Avrebbe un significato più politico, di indirizzo: sulla gestione dei beni comuni non si transige, l’interesse pubblico è e deve rimanere prioritario. Credo che chiunque non abbia interessi economici in gioco non possa che convenire sul fatto che l’optimum sia da individuare in una gestione pubblica trasparente ed efficiente dei beni comuni, per quanto possibile nell’ambito della fiscalità, e che quello sia il fine cui tendere. Parlo di quel pubblico virtuoso che in molte parti d’Italia dà già ottime prove di sé, indipendentemente dal colore politico delle amministrazioni locali (penso in primis a molti comuni leghisti che girano come orologi), e che verrebbe mortificato e parzialmente esautorato da un automatismo, quello della quota minima del 40% spettante ai privati, che nulla garantisce in termini di qualità ed economicità del servizio, ma che punta in realtà a spalancare al mercato le porte di una di quelle ambitissime nicchie a cash-flow garantito. Altro che investimenti infrastrutturali , peraltro in nessun modo prefissati dalla legge Ronchi) a differenza del principio dell’“adeguatezza della remunerazione del capitale investito”): in Italia tutto si compra a debito, scaricandone poi gli oneri sulle tariffe ed investendo il minimo indispensabile a far girare la baracca. Ultima considerazione: la legge Ronchi fissa dei termini temporali molto stringenti per la partecipazione del capitale privato, costringendo a fare le cose in fretta e furia e senza la necessaria pianificazione: il privato vien fatto entrare a forza, s’incista e se ne va solo dietro onerose penali. No, non così: di qui, schematicamente, i miei due sì.

  8. Condivido molto le parole e i dubbi del Gambero. Io voterò 4 sì.
    I problemi che hai sollevato, Gabriele, sono seri e importanti. Però: il fatto che il referendum viene vissuto da molti come una “possibilità di spallata” al governo Berlusconi non nasce, a mio parere, da un antiberlusconismo “a priori” di una larga parte dell’elettorato. Come abbiamo già visto nella campagna elettorale delle amministrative, è questo governo che tende a trasformare tutto in un referendum pro o contro (tranne poi non trarne le giuste conseguenze: lanciano il sasso e poi ritirano la mano). E il continuo ricorso alla decretazione di urgenza di questo governo e il fatto che spessissimo viene posta la fiducia, uniti al tentativo sbifido di affossare uno dei referendum con una mossa “furba” (ammesso apertamente dal premier), insasprisce il sentimento di opposizione a questo governo, che si esprimerà inevitabilmente anche attraverso questi referendum.
    Non che il precedente governo cosiddetto di centro-sinistra si comportasse diversamente: anche Prodi ha esagerato con le fiduce. Ma lì c’era, almeno, la scusa di una maggioranza talmente risicata da dovere inevitabilmente sopravvivere così. Questo governo, uscito dalle urne con una maggioranza sicura, non avrebbe avuto nessun motivo per farlo. Tranne quello che, in questo modo, sono state fatte passare molte cose sbifide. Il risultato comunque e il medesimo: il Parlamento viene sempre più svuotato delle sue funzioni. I deputati votano un po’ così, tanto per (eclatante il voto dei 314 che hanno, implicitamernte, detto di credere che veramente il premier credeva che Ruby fosse maggiorenne e nipote di Mubarak).
    Ci meravigliamo, allora, che il dibattito non avviene nell’opinione pubblica, se già non avviene lì dove dovrebbe imperare?
    Comunque qui ( http://malvinodue.blogspot.com/2011/06/tre-no-e-un-si.html ) c’è un’opinione che va più nella tue direzione. Interessanti anche i commenti.

  9. Per chi ha tempo e voglia, questa è una tavola rotonda del 17 maggio, organizzata dai promotori del referendum ma con la presenza anche di opinioni diverse e contrarie.
    Su youtube c’`e l’integralità del convegno.

  10. Ops, non avevo previsto (o meglio, è ovvio ma me ne ero dimenticato) che i (numerosi) link da me indicati comparissero tutti come immagini di avvio ! Scusa Gabriele.

  11. Un calzantissimo commento dell’amico Mazzetta.

    Il pateracchio referendario è servito e tanti, più o meno astuti, stanno mettendo in questione il senso di votare referendum poco chiari, che secondo alcuni potrebbero condurre addirittura a risultati opposti a quelli attesi.

    Si tratta di una montagna di fuffa priva di senso e non solo perché nessuno degli astuti ricorda che il pateracchio è figlio del tentativo di sottrarre al giudizio popolare la materia dei referendum o dell’oggettiva difficoltà insita in un referendum che può essere solo abrogativo.

    È bene ricordare che il programma nucleare e le leggi sulla gestione dell’acqua che si vogliono abrogare avevano il consenso sia della destra che di buona parte del centrosinistra, in particolare del PD, ed è bene ricordare che la logica che ha portato alla promulgazione di leggi platealmente contrarie agli interessi della collettività è quella di riservare a gruppi ristretti di affaristi e politicanti enormi guadagni, il cui prezzo è destinato ad essere poi pagato da tutti i cittadini e dalla loro discendenza (soprattutto nel caso del nucleare).

    Il voto ai referendum deve necessariamente prescindere dalle obiezioni cavillose degli astuti, il voto ai referendum è una presa di posizione -politica- destinata ad avere una sua efficacia negli anni a venire al di là dei commi e delle furbate. Se prevarranno i Sì i partiti che volessero perseverare dovranno sfidare un voto che peserà come un macigno e tradire ancora una volta la fiducia degli elettori. Non sarà facile trovare kamikaze del genere al tempo della politica decisa dai sondaggi.

    Gli italiani sono chiamati a dire NO (votando Sì) al nucleare e alla concessione ai privati di rendite garantite sull’acqua, perché sia chiaro a tutti, e soprattutto ai politici che vanno a letto con le aziende energetiche e con chi vuole sfruttare l’acqua pubblica per fare ingenti profitti privati, che chi vota in quella direzione vota contro i cittadini.

    Che è bene ricordare si sono già espressi contro il nucleare in Sardegna, con un sonoro 97% di contrari.
    Non importa quindi la tecnicalità dei quesiti, qualunque risultato se ne ricavi spetterà poi alla politica correggere il dettato legislativo e allinearlo a una volontà espressa più che chiaramente nel senso della rinuncia al nucleare e dell’affidamento delle acque pubbliche a un sistema che non preveda nessuna rendita garantita e nessun “pasto gratis” ai soliti noti. Rendite proibite ai comuni cittadini che si devono accontentare dell’1% sui BOT per i loro sudati risparmi.

    Le furbate berlusconiane per evitare il referendum sono sotto gli occhi di tutti, così come sono evidenti le balle di chi dice che solo l’affidamento ai privati c’impedirà di rimanere con i rubinetti all’asciutto e che solo i privati sono in grado d’investire perché lo stato è senza soldi. Se lo stato è senza soldi può chiederli ai cittadini, che saranno molto contenti di prendere l’1% d’interesse invece di pagare il 7% d’interesse garantito ai “generosi” privati attraverso le bollette.

    Privati che probabilmente quei soldi li prendono pure a tasso agevolato e che si arricchiscono senza far nulla, con una semplice partita di giro, il solito trucco tremontiano delle tre carte, che sposta costi e rischi sui cittadini e lascia i vantaggi ai privati scelti dalla politica. E che si tratti di una legge senza alcun beneficio per i cittadini lo hanno già provato in molti sulla loro pelle, a cominciare dai cittadini bolognesi che pagheranno di più l’acqua, perché sono stati bravi e ne hanno consumata meno, ma che secondo la legge pagheranno di più per consentire al gestore dell’acqua di mantenere il profitto garantito.

    Il referendum non è quindi un voto contro Berlusconi o un voto della sinistra contro la destra, ma un voto dei cittadini di destra e sinista contro una classe politica che ha tradito i cittadini e il mandato ad operare nel loro interesse, un voto bipartisan contro una classe politica tra le peggiori dell’Occidente.

    http://mazzetta.splinder.com/post/24671803/destra-e-sinistra-al-voto-4-si-senza-paura

  12. Mancano ancora pochi giorni all’appuntamento referendario, oggi la Corte Costituzionale si è espressa per il mantenimento del quesito sul nucleare proposto da Idv, ma ciò nonostante è difficile prevedere un’affluenza sufficiente per abrogare le norme sottoposte a votazione.
    Non girano sondaggi sui referendum perché è chiaro che vinceranno i si, come in tutte le consultazioni referendarie di questo tipo. Alcune case sondaggistiche hanno però azzardato una previsione, magari di massima sulle affluenze, ricordo che per andare a buon fine il referendum ha bisogno del 50%+1 degli elettori (voti validi).

    Mannheimer (ISPO): l’inserimento del quesito sul nucleare aumenta le chance di raggiungimento del quorum ma è tutt’altro che certo, negli ultimi anni non è mai avvenuto;

    Masia (EMG): 35% sicuramente voterà, 40% probabilmente voterà;

    Crespi: 30% sicuramente voterà, 30% probabilmente voterà, 40% sicuramente non voterà. Di solito solamente la metà dei probabili elettori poi vota davvero. Per Crespi è probabile un’affluenza del 45%.

    Piepoli: ci sono 50/60% di possibilità di raggiungere il quorum, il quesito trainante è quello sul nucleare.

    Fonte: http://www.scenaripolitici.com

    La proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi (articolo 75 della Costituzione).
    Perciò se gli elettori chiamati alle urne sono 47 milioni e trecentomila + 3.236.990 elettori residenti all’estero = il corpo elettorale ammonta a 50.536.990 ed il quorum dei voti validi espressi dovrebbe essere di 25.268496.

    Sono tanti, sono scettico sul possibile raggiungimento di questa meta, ma tutto è possibile !!

  13. votiamo sì anche per l’acqua. l’acqua è un bene PUBBLICO. se è gestito male sostituiamo i gestori incapaci. esattamente come per la scuola pubblica: gli sprechi non si rimediano con i tagli. con i tagli si affossa il sistema pubblico. c’è un disegno perverso di affossamento della cosa pubblica da diversi anni. è semplicemente vergognoso e ributtante.

  14. Il rebus del voto all’estero che potrebbe essere determinante per raggiungere il quorum:
    i circa 3,2 milioni di italiani residenti oltre confine, hanno già votato per tutti i quattro referendum prima del 2 giugno, mentre il quesito sul nucleare è stato riformulato il 6 di giugno.
    Il problema quindi non si pone per i quesiti sul legittimo impedimento e su quelli dell’acqua, mentre per il nucleare sarà difficile trovare una soluzione.
    I promotori del referendum sul nucleare hanno annunciato: l’idv chiederà alla Cassazione che i voti degli italiani all’estero sul nucleare non vengano conteggiati ai fini del quorum, il pd chiederà invece che i voti espressi sul primo testo siano resi validi pure sul secondo riformulato.
    Un simile ricorso verrà solamente preso in considerazione se quei voti saranno determinanti per raggiungere il quorum. Ma appunto si tratterà solamente del quesito sul nucleare, per gli altri il quorum rimane sempre lo stesso.
    I rilievi espressi dal segretario dei Radicali Mario Staderini, sul cattivo funzionamento del voto per corrispondenza all’estero, non porteranno a nulla, dato che tutte le tornate elettorali che prevedono tale modalità di voto (2 elezioni politiche e 2 referendum) hanno riscontrato fino ad ora gli stessi problemi.
    Se il ricorso dell’idv venisse accolto e l’affluenza alle urne fosse effettivamente vicina al raggiungimento del fatidico 50%, potrebbe succedere che il quesito sul nucleare passerebbe mentre gli altri no ?

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