Referendum

Già parlare del referendum (dei referendum, sono quattro i quesiti) a così pochi giorni dall’appuntamento mi crea un certo disagio. Ma facendolo solo per ricalcare quella che ormai si sta imponendo come la ragione principale sostenuta da chi invita ad andare a votare, beh questo sì che è davvero imbarazzante. La ragione principale, infatti, sembra essere per molti questa: diamo un’altra sberla a Berlusconi. Berlusconi, da parte sua, non si sta dando molto da fare per consegnare ai posteri una truce faccia da antireferendario (a Milano e Napoli, invece, la sua faccia l’aveva messa davvero per contrastare qualcosa e qualcuno). È vero che il raggiungimento del quorum non dovrebbe metterlo troppo di buon umore (non sto a ricapitolare qui le ragioni: si conoscono). Però è anche vero che – come nel caso delle amministrative – collegare DIRETTAMENTE un successo del fronte referendario (innanzitutto attraverso il superamento del 50% d’affluenza) alla sconfessione della politica governativa NEL SUO COMPLESSO è un ragionamento che fa acqua da molte parti.

Ma a proposito dell’acqua. Sbaglio o chi tra otto giorni andrà a votare ci andrà per mettere 4 croci sul sì? Mi piacerebbe sapere una cosa. Se il grado d’informazione sui referendum in generale è stato finora basso (o bassissimo), di quanto bisognerebbe ancora scendere per trovare un riscontro basato su un attento esame dei quesiti proposti? La sensazione che si vada a votare convogliando nell’urna una vaghissima conoscenza dei fatti in questione è più che una semplice sensazione (e non parlo del nucleare, che a capirci qualcosa ci vogliono le famose tre lauree). Bisogna veramente fare un grande sforzo per non ritenere, così facendo, che il cosiddetto istituto referendario non venga demolito più di quanto accadrebbe lasciandolo deperire per asfissia partecipativa (insomma: davvero la partecipazione è solo una faccenda di quantità? La qualità non conta proprio nulla?).

Io andrò comunque a votare. Molto ignorante su tutto, ma andrò a votare. Non so bene come, però. Al momento propendo per due no (sui quesiti che riguardano l’acqua) e due sì (gli altri due). Comunque vada, mi pare che non celebreremo esattamente una “festa” della democrazia.

Una narrazione condivisa ma non univoca

Nella bella intervista di Matteo Pozzi a Leopold Steurer pubblicata ieri dal nostro giornale, lo storico ribadisce un giudizio perentorio sugli attentati dinamitardi della “notte dei fuochi” in chiave politica: essi non possono essere considerati in alcun modo responsabili dello sviluppo positivo che poi ha portato alla creazione dell’autonomia. Pur ritenendo il giudizio condivisibile, non è a mio avviso inutile soffermarsi ulteriormente su questa vexata quaestio, magari allo scopo di trarne qualche utile indicazione di metodo.

La prima indicazione: in un contesto contrassegnato in modo così palese da punti di vista discordanti, ogni contributo in grado di rompere l’automatismo etnico (cioè quando il rappresentante di un gruppo giudica le cose in modo opposto a quello che ci aspetteremmo) è un elemento prezioso e deve essere sfruttato come virtuoso esempio. Nella fattispecie: anche se resta vero quanto affermato da Steurer – la “notte dei fuochi” non ha determinato la creazione dell’autonomia – è bene che noi italiani ricordiamo come il ricorso alla violenza sia stato reso purtroppo possibile da una politica allora incapace di valutare la gravità della situazione, sorda di fronte alle legittime richieste della popolazione locale di lingua tedesca e ladina, responsabile infine di promuovere solo con esasperante lentezza ciò che invece avrebbe dovuto essere speditamente attuato in ottemperanza agli impegni presi con l’Accordo di Parigi e sanciti poi dalla Costituzione.

Da questa prima indicazione ne discende un’altra: oggi, a cinquant’anni di distanza da quegli eventi, occorre elaborare finalmente una narrazione comune – “condivisa”, come spesso si dice – della nostra storia. Attenzione però: una narrazione “condivisa” non significa assolutamente “univoca”, livellatrice di ogni differenza, uguale per tutti. È del tutto evidente che il punto di vista di un attentatore non possa essere risolto in quello delle sue vittime. È necessario quindi che ognuno si sforzi di comprendere le ragioni dell’altro, le motivazioni che l’hanno portato ad agire (e dall’altro lato della medaglia a soffrire) in quel modo, distinguendo in modo rigoroso i piani dell’esperienza personale, del significato storico e della rilevanza politica che è possibile discernere all’interno degli “stessi” fatti.

L’ultima indicazione riguarda lo spirito con il quale dobbiamo apprestarci a compiere questo lavoro. Mi è già capitato di parlarne: si tratta di togliere spazio, quanto più spazio possibile, al sentimento del rancore. Il tempo che passa certamente ci aiuterà. Ma anche noi dobbiamo impegnarci a farlo passare.

Corriere dell’Alto Adige, 4 giugno 2011