Per la famiglia (onore e oneri)

Una delle tecniche più usate dalla propaganda del governo in carica – tecnica che discende dal modo di pensare e di parlare del suo capo – è quello di affermare con forza che si sta fecendo quello che palesemente non si sta facendo. Si dice, per esempio, di voler riformare la giustizia e si opera esclusivamente per sistemare i processi che vedono imputato Berlusconi, in spregio a qualsiasi criterio di giustizia. Non tradisce questo modo di concepire il proprio “impegno” l’atteggiamento rivolto (ovviamente a parole) al “sostegno” delle famiglie, in teoria un baluardo di ogni governo sedicente di destra. In pratica: affermando in modo truffaldino di voler favorire, anzi di “onorare” il ruolo di solidarietà attribuito alle famiglie (suona bene, no?) si lasciano alle famiglie tutti gli “oneri” dovuti alla restrizione degli interventi sociali che dovrebbero sostenerne gli sforzi. Un articolo dal sito “La voce” ci spiega in dettaglio come funziona questo osceno giochetto:

http://www.lavoce.info/articoli/-famiglia/pagina1002268.html

Il tempo di agire

Con la pubblicazione dei cinque progetti finalisti, concepiti allo scopo di coprire il fregio mussoliniano di Hans Piffrader, si è compiuto il primo passo per dare concreto seguito all’intento di storicizzare e contestualizzare uno dei documenti più eclatanti della “marchiatura” fascista del capoluogo atesino. La bontà e la necessità dell’operazione, paradossalmente, sono esaltate proprio dalle prime reazioni negative, peraltro ampiamente previste.

Dunque, chi continua a storcere il naso e a protestare davanti a questa iniziativa? Si tratta dei rappresentanti degli opposti nazionalismi, anche se mascherati e camuffati da altre sigle. La loro funzione è quella di bloccare il discorso pubblico su opposte trincee identitarie, utilizzando i resti del passato affinché questo non passi. I nazionalisti italiani vorrebbero che tutto venisse lasciato com’è, opponendosi persino all’installazione di semplici targhe o testi esplicativi in grado di descrivere in forma di un esplicito distanziamento il contenuto politico (e violento) di ciò che è rappresentato. I nazionalisti tedeschi vorrebbero invece togliere tutto, pretendendo di cancellare ogni traccia visibile di quei reperti e illudendosi che, così facendo, anche le tracce invisibili, quelle cioè depositatesi nella nostra memoria collettiva, comincino finalmente a perdersi. Come abbiamo spesso notato, si tratta di due atteggiamenti apparentemente antitetici, eppure solidali in un punto decisivo: rigettare il principio stesso della mediazione riflessiva e della piena assunzione di responsabilità che concerne un positivo rapporto dialettico – il che significa sempre interpretativo – con l’eredità più controversa della nostra storia.

Forse non è realistico, anche se auspicabile, attendersi che la sopravvivenza di queste posizioni estremistiche e di chi ancora le propaga venga accorciata nel breve periodo o addirittura estinta per sempre. Si tratta però di scegliere strategie possibilmente mirate al loro confinamento in spazi quanto più stretti, prosciugando il brodo di coltura che li alimenta. La popolazione altoatesina e sudtirolese, seppur con sfumature diverse, ha imparato da tempo a vivere in pace, sopportando con un crescente senso di noia i professionisti del rancore e del malcontento. Coprire in modo accorto gli oggetti che costituiscono il palcoscenico dal quale questi professionisti traggono i loro argomenti polemici può indubbiamente servire ad affievolirne le voci. L’importante è agire con decisione, velocemente e senza impigliarsi nelle solite discussioni inconcludenti. È arrivato insomma il tempo di fare.

Corriere dell’Alto Adige, 20 aprile 2011