Das Recht zu gehorchen

“Niemand hat das Recht zu gehorchen” (“Nessuno ha il diritto di obbedire”). È la frase che dovrebbe campeggiare a copertura del fregio mussoliniano di piazza Tribunale, a Bolzano, se vincesse questo progetto tra i cinque selezionati dalla commissione di esperti preposta alla scelta. Ovviamente il mio è anche un augurio. La frase è infatti molto adatta per oscurare l’abominevole “Credere, Obbedire, Combattere” scolpito accanto al famoso Duce a cavallo. Ma cosa significa, propriamente, “Nessuno ha il diritto di obbedire”? Sento già nelle orecchie il ronzio insostenibile prodotto da chi sarà pronto a spezzare una lancia per QUALSIASI diritto (dunque incluso quello di obbedire). Così come abbiamo avuto quelli pronti a garantire la libertà d’espressione e di dimostrazione a chi si è fatto portatore di messaggi d’intolleranza. Per non cadere in contraddizione, dicono. Come se non tollerare chi fa pratica d’intolleranza fosse una contraddizione. E non legittima difesa.

Torniamo alla frase. L’autrice è Hannah Arendt. Il contesto dalla quale è tratta – un’intervista col giornalista Joachim Clemens Fest – è illustrato nel modo seguente in un contributo che ho pescato in rete:

Die Welt umgestalten in eine vernünftige Einrichtung wollte auch die Aufklärung. Zum “Wahlspruch” erhob der deutsche Philosoph Immanuel Kant daher das lateinische Sprichwort “Sapere aude!”, also “Wage zu denken!“. Kants epochale und zeitlose Übersetzung lautet: „Habe Mut, dich deines eigenen Verstandes zu bedienen!” Es gibt wenige Reformulierungen, die diesem Satz an Eindrücklichkeit nahe kommen; zu ihnen gehört diejenige der Philosophin Hannah Arendt in einem Interview mit Joachim Fest: “Niemand hat das Recht zu gehorchen.”

Colpirne uno per educarne cento

“Colpirne uno per educarne cento”, lo slogan coniato da Mao Zedong, ebbe ovviamente corso anche negli anni plumbei del terrorismo italiano. Ironia della sorte, adesso nel Pdl si vorrebbe colpire Roberto Lassini – l’autore dei simpatici manifesti che potete vedere nell’immagine – per dare sotto elezioni una riverniciatina di credibilità a un partito che dell’attacco ai giudici e alle procure ha da sempre fatto un suo personalissimo cavallo di battaglia. Cavallo a briglie più che sciolte, aggiungiamo. Dunque: colpirne uno (Roberto Lassini) servirà ad educarne altri cento? È lecito dubitarne. Il problema – di Milano e del Paese – resterà sempre l’ispiratore e il finanziatore di questi attacchi inverecondi ed eversivi. Il problema è Mao Zedong, non l’ultimo dei suoi cinesi.