Progredire cambiando le abitudini

In una lettera del 1799 al poeta e teologo Christian Ludwig Neuffer, Friedrich Hölderlin scrisse: “L’abitudine è una dea talmente potente che nessuno riesce a rinnegarla impunemente”. Questa frase ha un raggio d’applicazione molto vasto e può servire a interpretare le piccole pieghe dei nostri atteggiamenti quotidiani.

Anche per quanto riguarda l’uso delle lingue, cioè la strutturazione del campo espressivo [e del desiderio] nel quale prevalentemente ci muoviamo, abbiamo a che fare con abitudini dalle quali è molto difficile congedarsi. Sovvertire un’abitudine linguistica – per esempio decidere di rivolgerci a un interlocutore in una lingua che non abbiamo mai usato in precedenza con lui – ci espone al rischio di perdere alcuni riferimenti essenziali intrecciati al nostro concetto d’identità. Ovviamente, perdendo quelli, se ne guadagnano altri (l’identità non è statica), ma il guadagno potrà venire apprezzato soltanto se chi prova ad ampliare la propria sfera identitaria può contare su un ambiente circostante favorevole e in grado d’incoraggiarlo.

Poniamoci allora molto direttamente questa domanda: il Sudtirolo di oggi costituisce un ambiente idoneo ad attivare processi d’innovazione che riguardano abitudini così radicate come il plurilinguismo difettoso o quantomeno disomogeneo della maggioranza dei suoi abitanti? Ancora più esplicitamente: è possibile affermare che si stia finalmente articolando un marcato bisogno di plurilinguismo, capace di superare la lunga fase di diffidenza reciproca che ha caratterizzato la costruzione di una società multiculturale, la nostra, informata da una concezione eminentemente strumentale delle lingue, perciò poco incline a forzare più dello strettamente necessario i limiti di un assetto istituzionale pensato in origine per conservare la compattezza culturale dei gruppi?

Un importante segnale in questo senso l’ha offerto l’altro giorno il presidente della Camera di commercio, Michl Ebner, parlando della plausibilità di moltiplicare e definire in modo sistematico gli scambi e le collaborazioni tra gli istituti scolastici in lingua italiana e tedesca, creando cioè una vera e propria rete di opportunità non circoscritte all’iniziativa di pochi singoli fortunati o virtuosi (come è stato finora), ma estese a tutti e, soprattutto, rivolte a configurare traiettorie d’apprendimento e di pratica ben diverse da quelle alle quali siamo stati assuefatti. Certo, nelle parole di Ebner ritroviamo indicazioni da sempre promosse in contesti sensibili alla ricaduta economica delle competenze comunicative. Non è escluso però che questo possa intercettare e aiutare a crescere un’esigenza più profonda sul piano culturale. È infatti soltanto a quest’ultimo livello, operando sui codici mediante i quali una società riconosce e identifica sé stessa, che occorre impegnarsi per sciogliere le nostre abitudini più incrostate e compiere dunque significativi progressi.

Corriere dell’Alto Adige, 10 aprile 2011