L’eredità da salvare

Forse non è ancora il momento di fare un consuntivo, ma appena girata la boa del 17 marzo è comunque utile dire qualcosa su come stiamo vivendo nella nostra provincia il centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia. Al di là dell’occasione specifica, è proprio in corrispondenza di questi momenti a maggiore densità simbolica che risulta possibile accertare lo stato di salute del nostro convivere (anzi: della rappresentazione del nostro convivere). Quello che ancora non funziona appare così congiunto alla speranza di poterlo migliorare. E da migliorare c’è sicuramente parecchio.

Per capire a che punto siamo si potrebbe fare così. Proiettare nella nostra immaginazione un quadro vicino all’ideale (quello che sarebbe potuto accadere nella migliore delle ipotesi) e sovrapporci quanto realmente accaduto. Nella migliore delle ipotesi avremmo dunque avuto una festa preparata per tempo (e non col fiatone, correndo dietro ai Bersaglieri), interpretata in modo acconcio dalle istituzioni, mediante attività di grande rilievo pubblico, caratterizzate da momenti di riflessione e approfondimento più che dalla retorica o dal richiamo al folclore, possibilmente frequentate da cittadini di ogni lingua. Sarebbero state certamente possibili defezioni da parte di chi non può sentirsi “italiano”, ma basate su argomentazioni comprensibili, senza lasciare trasparire arroganza o menefreghismo. I dissidenti avrebbero potuto esprimere critiche nelle sedi opportune, in modo rispettoso, magari cogliendo l’occasione per illustrare i lati oscuri o gli aspetti non risolti di una vicenda non priva di contraddizioni. Gli italiani, soprattutto, non si sarebbero divisi, avrebbero lasciato da parte le tradizionali polemiche provando a cercare quel denominatore comune in grado d’evidenziare un aspetto essenziale: il contributo dato dalla Costituzione alla prosperità di una provincia che proprio da uno degli articoli più importanti della carta fondamentale (il sesto) trae la maggiore garanzia della sua autonomia.

Si sa, le occasioni perdute non tornano più. Eppure, cercare di comprendere perché le abbiamo perdute non è un lavoro del tutto disprezzabile. Sempre meglio che passare il tempo che ci rimane a recriminare e a prolungare il nostro malcontento. Certo, ci vorrebbe un’idea, un filo conduttore da riprendere e sviluppare. Proporrei questo: che proprio qui, parlando di unità, si ricominci a pensare e a lavorare a quanto esposto, per esempio, nel Manifesto di Ventotene. Dalla coscienza della nazionalità alla formazione degli Stati Uniti d’Europa, del resto, era la visionaria prospettiva indicata da Giuseppe Mazzini. Si tratta senz’altro dell’eredità risorgimentale che merita di essere salvata in quest’anno di celebrazioni partite col piede sbagliato. Anche in Alto Adige-Südtirol.

Corriere dell’Alto Adige, 22 marzo 2011

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3 thoughts on “L’eredità da salvare

  1. >mi son fermato alla prima riga, per me è inutile

    siamo in due! Come va con gli ortaggi, prevedi un’annata interessante? Poi chissà perchè un blog che parla di carote, zucchini e cetrioli è sempre pieno di ragazze che ci scrivono, metre quì c’è il dominio del pene… 🙂

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