L’Unità [tra parentesi]

E questo è il mio intervento (che però ha solo fornito la base di un’esposizione largamente improvvisata)

L’Unità [tra parentesi]

17.03.11

Dal dizionario etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani estraggo la voce “parentesi”: dal greco parenthesis (PARENTHITEMI) frappongo, inserisco. Voce composta da PARÀ, presso, tra, EN, in e THITEMI, pongo onde THESIS, azione di porre. Proposizione inserita entro un’altra, a cui è grammaticalmente estranea, ma colla quale ha un nesso logico.

In tedesco, invece, “tra parentesi” si dice “in Klammern” (“Einklammern”). Die Klamme è uno strumento che serve per fissare e tenere fermi gli oggetti. Si può tradurre con la parola “molletta” (se per l’appunto abbiamo a che fare con un meccanismo a leva, con forza di richiamo elastica, dovuto alla presenza di una molla). Il verbo medio alto tedesco “klimmen” (arrampicarsi, scalare, in inglese to climb) copriva così originariamente uno spettro di significati includenti “drücken” “kneifen” “ziehen” “packen”, testimoniando la derivazione di “klettern” da “sich fest klammern”. “Einklammern” ha come sinonimo “Ausklammern”, che significa escludere, non prendere in considerazione. Con un leggero spostamento semantico, “Eingeklemmt”, incastrato, bloccato rimanda dunque al senso di una sofferta esclusione poi risolta in un certo manierismo dell’incollocabilità.

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Mi piacerebbe invece che questa occasione di confronto non fosse solo una parentesi. Una parentesi viene generalmente intesa come una breve sospensione all’interno di un discorso, come una frattura del suo fluire. O per usare un’altra immagine: una fessura praticata in un muro altrimenti compatto, entro la quale far scivolare pensieri che non trovano posto sulla sua superficie. Se intendiamo accostare il motivo della superficie alle celebrazioni per l’Unità dell’Italia, ecco che qui oggi noi abbiamo deciso di corroderne la retorica e l’ovvietà (vedremo in seguito di quale retorica e di quale ovvietà si tratta). Ma per l’appunto: praticare l’antiretorica di queste celebrazioni non dovrebbe ridursi a un esercizio così breve ed estemporaneo. Ché nella retorica e nell’ovvietà siamo sempre immersi in ogni ambito del discorso pubblico, non certo soltanto in occasione di sporadiche ricorrenze, certamente non solo un giorno ogni 150 anni o quando l’argomento tocca il nervo dell’appartenenza (e dunque anche della non appartenenza) nazionale. E qui occorre chiedere: dobbiamo interpretare la nazione come qualcosa di convenzionale, un “tutto” tenuto assieme da una opzione – da rinnovare giorno per giorno – degli individui che hanno “deciso” e “decidono” di animarla (Renan), oppure essa corrisponde a qualcosa di più sostanziale, a un vero e proprio impasto di sangue e di suolo così come fu prefigurata (anche: non solo, ma anche) nel Risorgimento?

Si tratta di una domanda difficile, cercheremo insieme una risposta, ma prima consentitemi di sgombrare il campo da un possibile equivoco. Celebrazioni e unità: se per “celebrare” volessimo dire illustrare, esaltare, magnificar con parole (Tommaseo) ci sfuggirebbe inevitabilmente tutta la complessità che anima (anche nel senso di logorare e riattivare) il tema stesso di quell’unità (e comunque lo si voglia considerare: sia accentandolo in modo positivo che critico). Per questo abbiamo deciso di mettere l’unità tra parentesi e [celebreremo] questo giorno sottolineandone piuttosto gli elementi di riflessione, gli spunti di approfondimento che è possibile svolgere grazie all’occasione fornitaci dal calendario.

Da parte mia, propongo subito alla vostra attenzione il punto di vista sul quale mi piacerebbe poi insistere (ci tornerò alla fine): parlare di unità d’Italia – nel Sudtirolo di oggi – significa essenzialmente sottoporre a verifica la tenuta dello statuto d’autonomia all’interno del quadro istituzionale basato sul dettato costituzionale. Se infatti volessimo andare alla radice di ciò che ancora ci tiene assieme, se volessimo rintracciare i motivi profondi che rendono possibile la nostra convivenza, credo sia proprio a quei due documenti che dovremmo guardare. Qui tocchiamo il nodo più interessante da affrontare perché si tratta della questione di stabilire se alla luce di una soluzione di compromesso – qual è quella rappresentata dallo statuto d’autonomia (il secondo) approvato quarant’anni fa – dobbiamo lavorare ancora ponendoci il fine del suo consolidamento (vale a dire considerare il compromesso come se in un certo senso fosse definitivo) oppure quello della sua liquidazione (vale a dire considerare il compromesso come se fosse il primo passo verso uno status ulteriore). È chiaro che una riflessione su questo nodo risulta imprescindibile al di là della questione dei diversi sentimenti d’appartenenza nazionale esprimibili da ognuno di noi. A mio avviso lo statuto ha infatti il merito di mettere tra parentesi, di depotenziare per quanto possibile la nostra partecipazione sentimentale, chiamandoci piuttosto ad elaborare una forma di Verfassungspatriotismus (patriottismo costituzionale) sinora poco sviluppato sia in Italia che in Sudtirolo (a tutt’oggi, e non è certo un caso, non disponiamo di date per festeggiare l’entrata in vigore delle due carte costituzionali). Come detto, riprenderò alla fine del mio intervento queste considerazioni che reputo centrali anche per una proficua articolazione della nostra discussione.

Ci sarebbe un’altra questione da discutere in via preliminare che si connette in modo ineludibile al significato di queste celebrazioni. Dobbiamo infatti capire se esiste anche un “bisogno di patria” (è il titolo di un bel libro di Walter Barberis, il curatore della mostra “Esperienza Italia”) a partire dal quale ciò che diciamo assume un carattere più urgente del semplice ricordo estemporaneo delle circostanze che anche noi, qui e ora, stiamo documentando. Per facilitarmi il compito vorrei riprendere una domanda molto esplicita che venne posta a Giovanni Paolo II riguardo al concetto di nazione: “Il patriottismo, come senso di attaccamento alla nazione e alla patria, deve evitare di trasformarsi in nazionalismo. La sua giusta interpretazione dipende da ciò che vogliamo esprimere col concetto di nazione. Come bisogna, dunque, intendere la nazione, questa entità ideale alla quale l’uomo fa riferimento nel suo sentimento patriottico?”. L’impostazione della domanda, non è difficile capirlo, ci indirizza già verso la risposta (parlando del concetto di patria, di nazione, c’è qualcosa che dobbiamo evitare: evitare di cadere nella trappola del nazionalismo, in primo luogo, anche se distinguere un “sano patriottismo” dalla sua degenerazione sciovinista è più facile a dirsi che a farsi). Non per scarso interesse nei confronti della risposta del Papa – che ovviamente parla in nome del “popolo di Dio” e si richiama a una “Nuova Alleanza” trascendente la dimensione della nazione israeliana “sede” della “prima rivelazione” – torno però al libro di Barberis perché qui troviamo una formulazione assai precisa dell’urgenza alla quale alludevo:

Le argomentazioni proposte da Barberis “sono animate dalla convinzione che un diffuso senso di appartenenza ad una comunità nazionale – proprio nella partecipata definizione di comunità più ampie, a cominciare da quella europea – sarebbe un vantaggio per la società italiana”. E prosegue: “In particolare oggi, in un’epoca così segnata dal fallimento delle politiche nazionalistiche chiuse, ma anche dall’insorgere continuo di richiami a presunte identità di etnia o di territorio; di fronte alle frastornanti e contraddittorie manifestazioni dell’attuale globalizzazione; nel momento in cui si fanno stridenti nuove pulsioni imperiali e la crisi di ruolo di buona parte dei grandi organismi di rappresentanza e regolazione politica internazionale, parrebbe non priva di senso, né di utilità generale una voce italiana che sapesse parlare unitariamente il linguaggio della sua cultura, della sua esperienza storica, quella dei suoi grandi incontri e delle sue più alte manifestazioni di civiltà. Ma è doveroso aggiungere che sarebbe la voce di una società velleitaria e immatura se seguisse la scorciatoia dell’oblio, della rimozione; se non procedesse ad elaborare anche la memoria dei suoi momenti peggiori, quelli in cui più profondi e insanabili sono stati i conflitti interni, e più forte la divaricazione dei valori e delle prospettive ideali”.

Avendo ben presente il contesto sudtirolese, mi accorgo che queste parole devono essere prese “con le molle”, cioè ricorrendo ancora all’utilizzo di parecchie parentesi. Innanzitutto quel richiamo al passaggio tra un’appartenenza nazionale che dovrebbe aprirsi a una definizione di comunità più ampia, escludendo dunque l’accentuazione regionalistica come via legittima (se non privilegiata) alla costruzione di un’unità europea da attingere mediante la previa decostruzione del concetto di nazione inteso in senso ottocentesco. Ma poi, soprattutto, la consapevolezza che in una zona di confine come la nostra appare più difficile l’opera di contenimento dell’oblio e della rimozione dei momenti peggiori legati a un’affermazione velleitaria e immatura del nazionalismo, visto che esso appare sciaguratamente ancora come una forma di resistenza da opporre al nazionalismo (vero o presunto) degli “altri”. In questo senso, vale oggi più che mai l’avvertimento che Claus Gatterer pronunciò nell’introduzione del suo imprescindibile libro sulle “inimicizie ereditarie”: “Kein Volk wagt, der eigenen Vergangenheit gelassen ins Auge zu schauen. Jede National- und Staatsgeschichte enthält weiße Flecken, hinter denen sich dunkle Flecken verbergen. In unserem scheinbar so traditionsbewussten Österreich sind die Verdrängungssünden und –lücken besonders arg und zahlreich. Spürt man jenen historischen Namen und Begebenheiten nach, welche die Prediger der Erbfeindschaft in Italien als Beweise für die Schändlichkeit und Verwerflichkeit des Erbfeindes ins Treffen führen, so wird man nicht selten der Tatsache gewahr, dass man zuwenig über die eigene Geschichte weiß. Umgekehrt lässt sich feststellen, dass auch die Italiener die eigene Vergangenheit zuwenig kennen. Genauer gesagt: Man weiß vor allem das nicht, was die anderen einem nachtragen – man hat aus der eigenen Geschichte vor allem Gestalten und Ereignisse verdrängt, die für die anderen patriotische Symbole und historischen Meilensteine darstellen”. Se risulta però abbastanza arduo – sul piano politico e dunque laico – far valere una concezione di “patriottismo celeste” (Giovanni Paolo II) a correzione delle degenerazioni rese possibili dal sempre rinascente “patriottismo nazionale”, è sul superamento del nazionalismo in chiave “plurinazionale” (più che in chiave “internazionale”) che dovrebbero concentrarsi i nostri sforzi. Ed è evidente che la soluzione appaia ben più complicata, ma anche stimolante, di quanto sembri a coloro i quali pensano magari di cavarsela con delle ambigue scorciatoie, per esempio quella del doppio passaporto da concedere a chi è in grado di dimostrare una discendenza di sangue con gli antichi abitanti di entità geopolitiche ormai tramontate da quasi un secolo.

Walter Barberis, l’abbiamo visto, reclamava “una voce italiana che sapesse parlare unitariamente il linguaggio della sua cultura, della sua esperienza storica, quella dei suoi grandi incontri e delle sue più alte manifestazioni di civiltà”. Quando ho cominciato a pensare all’occasione di oggi, ai possibili temi e al taglio con il quale li avremmo dovuti affrontare, avevo appena finito di leggere un bellissimo libro di Eraldo Affinati che, in un certo senso, cerca di rispondere alla domanda “cosa significa essere italiani?”. Affinati si rivolge agli scrittori (“Sotto il cielo degli scrittori d’Italia” è il sottotitolo del suo libro) in quanto, notoriamente, è soprattutto nel riconoscimento di una lingua comune (ben prima delle armi, della confessione religiosa, delle memorie, del sangue, del modo di sentire) e di una determinata tradizione letteraria che si andò storicamente formando l’idea più influente di una nazione italiana. Ora, se una lingua è un meccanismo che include chi la parla ed esclude chi ne utilizza un’altra, la sua declinazione letteraria può offrire forse un elemento di sintesi tra il particolare e l’universale nell’accezione goethiana di Weltliteratur che fu ripresa con straordinaria sensibilità filologica da uno dei massimi esperti novecenteschi di Dante: Erich Auerbach. Proprio all’inizio del suo volume, Affinati rende perspicuo questo nesso parlandoci di uno dei primi documenti della lingua italiana, il Cantico di frate Sole (conosciuto anche come Cantico delle creature), scritto da San Francesco, Patrono d’Italia, ponendolo in un contesto illuminante. Permettetemi di citare il passo in modo integrale, è molto bello, persino commovente nella sua imprevista attualità:

“Nagasaki. Scendo dal taxi nel quartiere di Hongochi, quindi proseguo a piedi. Cerco la Mugenzai no Sono, una chiesa sulle pendici del Monte Hikosan. Nessuno parla inglese. Devo arrangiarmi da solo. Apro la mappa. Confronto una vecchia fotografia del santuario con lo scenario urbano di oggi: sembrano due città diverse. C’è molto caldo. Si respira a stento. Cammino fra villette immerse nella vegetazione. Ho in testa la bomba. Scopro, seminascosto dietro ai rami, un cartello su cui spicca la croce cristiana. Sto seguendo le tracce di padre Massimiliano Kolbe, il sacerdote francescano polacco che, dopo aver scambiato la sua vita con quella di un altro prigioniero, venne ucciso nei canili di Auschwitz. Negli anni Trenta aveva fondato in Giappone il giornale missionario “Seibo no Kishi”. Salgo le ripide scale verso la chiesa incastonata tra le rocce: mi chiedo perché la terrificante esplosione atomica del 9 agosto 1945 non l’abbia distrutta. Ma basta guardarsi intorno per capirlo: le possenti montagne ressero come titani all’urto nucleare. Una suora mi accoglie sorridendo. Sa che ho dovuto faticare non poco per arrivare fin qui. Ho ancora il fiato grosso. Nell’eremo ripenso al piccolo frate. Francesco Gajowniczek si salvò anche grazie a lui e, tanti anni dopo, intervenne nella sua cerimonia di beatificazione voluta da Giovanni Paolo II nella basilica di San Pietro, a Roma. Sfoglio l’album dove chi visita questo luogo lascia le sue impressioni. Compaiono, in decine di lingue, commenti, richieste, preghiere. In italiano leggo: “Altissimu, onnipotente, bon Signore”. La calligrafia sembra quella di un bambino. Resto folgorato nel ritrovare in Giappone lo spirito del poverello di Assisi. Lui che ci ha insegnato a rispettare la natura come un dono di Dio è stato tradito da uomini capaci di stravolgere la nostra unità primaria attaccando i nuclei con milioni di particelle chiamate neutroni. A Nagasaki le sue parole pesano il doppio e chiedono il silenzio”.

A dir la verità, non sono molto convinto che la perorazione a favore di un modello di civiltà letteraria (in senso cosmopolita, goethiano) possa costituire una base sufficiente per rendere attraente in generale il concetto di nazione tout court e in particolare di una nazione reale e problematica come quella italiana, che negli ultimi tempi – ammettiamolo – esprime un coefficiente di attrazione davvero molto basso. Una comunità, qualsiasi comunità, che voglia aspirare a uno status caratterizzato da sufficiente coesione sociale e politica non è certo solo una comunità di possibili lettori o di estimatori della letteratura infervorati da uno spirito pentecostale. Occorre allora senza dubbio trovare qualcosa di più “trasversale” e al contempo di più “basilare”. Ed è in questo senso che torna utile l’idea – alla quale facevo poc’anzi riferimento – del patriottismo costituzionale. Se sembrano poche le cose che ci accomunano, forse possiamo intenderci sulle regole (in senso forte ma tutt’altro che rigido) che se non rendono senz’altro possibile il nostro convivere, almeno possono servire a non farlo degenerare. Ovviamente, per dirla con Bobbio, bisogna anche evitare l’illusione di considerare la costituzione come di per sé risolutiva di ogni problema. Non si tratta qui di feticizzare la carta fondamentale. Si tratta di riconoscerle però un grande merito, che ancora Bobbio definiva in questi termini: “… non si può negare che il compromesso [Bobbio intende qui il compromesso del quale la costituzione è un frutto, ndr] abbia resistito alla prova dei logoramenti, degli insabbiamenti, delle resistenze attive e passive, dei tentativi d’inversione e di sovversione. Qualche pezzo manca ancora. Ma le fabbriche del duomo – e una costituzione non è una casa qualunque – sono durate, come si sa, dei secoli, e nonostante ciò, di cattedrali veramente finite non ve n’è nemmeno una”. Significativamente, il filosofo poneva queste sue riflessioni al culmine di una breve trattazione del percorso storico che portò l’Italia ad uscire dalle sabbie mobili del fascismo e a darsi un ordinamento democratico. Come sappiamo, l’articolo 6 della costituzione fornì anche la base per “ancorare” al massimo livello istituzionale l’accordo di Parigi (del 1946) e indirizzare così la soluzione della questione sudtirolese verso un esito positivo. Sicuramente tutt’altro che un duomo finito anche questo, ma neppure una casa priva di tetto. Ora, non so se sia possibile tracciare una linea dritta e sicura tra la migliore esperienza risorgimentale e la condizione attuale, comprendendo in un disegno armonico l’elaborazione dell’intera architettura costituzionale e spingendoci a immaginare un suo concreto (dunque non solo auspicabile) prolungamento in una futura costituzione europea capace di regolare, come afferma speranzosamente Jürgen Habermas, la vita di “cittadini” finalmente non più considerati tali grazie alla loro discendenza etnica. Porrei però con molta serietà un’ultima domanda: esistono proposte più suggestive di questa? Vale davvero la pena insistere sul tema della “disunità d’Italia”, magari premendo senza indugio sull’acceleratore del separatismo (a cominciare da questo suo estremo lembo)? Ha scritto Emilio Gentile: “La terapia proposta lascia perplessi. Nel mondo contemporaneo si è avuto un solo caso (la Cecoslovacchia) di smembramento indolore di uno Stato formato da popolazioni che non volevano più essere unite. In tutti gli altri casi, lo smembramento dello Stato è avvenuto con guerre sanguinose e orribili eccidi etnici. E non si è ancora visto, nel mondo attuale, popolato di Stati nazionali e di nazioni che aspirano a diventare Stati, il caso di una popolazione pronta a disunire il proprio Stato per incamminarsi verso un futuro senza meta, rifacendo all’indietro il percorso compiuto durante centocinquanta anni come Stato indipendente e sovrano, fra Stati indipendenti e sovrani”. Personalmente condivido questa perplessità. O forse è possibile che proprio oggi, festeggiando tra parentesi l’Unità d’Italia, qualcuno riesca a offrirmi delle buone motivazioni per fugare ogni ragionevole dubbio e convincermi del contrario?

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2 thoughts on “L’Unità [tra parentesi]

  1. Pingback: L'Unità [tra parentesi] « Sentieri Interrotti / Holzwege

  2. il formalismo democratico “della Carta” (Habermas, Bobbio, Rodotà, Napolitano) è solo suggestivo, nel senso che per me è pura suggestione.

    I giochi veri si fanno altrove e in questo stato di fatto appellarsi alle regole condivise mi sembra solo l’ipocrita tentativo di mascherare e legittimare la sovranità reale dei mercati, nel migliore dei casi una pia intenzione, che con altre premesse condividerei, che discende da una regola economica divenuta e percepita come auto-sufficiente, e che in totale autonomia dalle scelte politiche si riproduce.

    Riprendersi la sovranità decisionale è il cammino per ricostruire l’unità dialettica della comunità politica, comunità che a mio avviso ha come spazio vitale minimo lo stato nazionale. Offrire questa battaglia come battaglia comune potrebbe oltrepassare i vari particolarismi che oggi rendono marginale già in partenza qualsiasi progetto politico che aspirasse non più a difendere una presunta diversità ma a diventare egemonico.

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