Vomitevole revanscismo?

Sulle dichiarazioni di Durnwalder che avevano in un certo senso aperto le polemiche inerenti i festeggiamenti del 150° anniversario dell’Unità d’Italia ci pareva di aver letto tutto. Evidentemente tutto non è ancora abbastanza. Riporto e commento l’ultima presa di posizione che circola tra i miei “contatti” di facebook, firmata dall’esperto di cinema Andreas Perugini. Ecco la sua nota:

Se l’oscar del patetico va ai contestatori trentini della Festa dell’Unità d’Italia che in 4/5 sventolavano bandiere ausrtiache (millantando sguazzano nel privilegio e ancora hanno il coraggio di farsi vedere in giro!) il Satrapo delle Dolomiti e l’SVP questa festa l’anno [sic!] rovinata col loro sempreverde VOMITEVOLE REVANSCISMO.

L’art. 54 parla proprio di “fedeltà alla Repubblica” e non di buoncostume come in senso antiberlusconiano certa sinistra vorrebbe. La fedeltà alla Repubblica e alle istituzioni lui l’ha mortificata sostenendo di non rappresentare che una parte etnica della provincia (e non già tutti i cittadini) che governa e di non voler partecipare alle celebrazioni unitarie perché lui non rappresenta questo Stato ma solo la parte della povera “minoranza austrica” (cosa purtroppo per lui non vera a livello legale/istituzionale). E chi se non un governatore di una regione dovrebbe rispettare la Costituzione? In un paese serio, quale l’Italia troppo spesso non è, Kaiser Luis sarebbe stato commissariato. Se Eva Klotz brucia la bandiera, benché ancora reato, io tendo a rispettare la sua libertà di espressione (sia pur grezza e volgare) ed ho ben presente che lei rappresenta un partito di minoranza e sta all’opposizione. Mentre il presidente della Provincia, istituzionalmente, è tenuto a rispettare una certa etica che lui ovviamente ha infranto checché ne dica un certo mal riposto buonismo pronto alla sistematica genuflessione intellettuale.

Ben considerando il suddetto atteggiamento, mentre 50anni fa l’SVP ha celebrato le commemorazioni unitarie, oggi questa soffia con più vigore sul fuoco del volgare revanscismo neppure minimamente memore della larghissima autonomia di cui gode in Italia l’Alto Adige e neppure sensibile ai più elementari principi “del buon vicinato” che pure, solo l’anno scorso, le autorità italiane hanno dimostrato per le varie celebrazioni hoferiane. 

Come non sopporto più quegli italiani che provenienti da fuori provincia sostengono in modo fascistoide “qui siamo in Italia, dovete parlare italiano” altrettanto non sopporto quanti ancora oggi, di fronte a tutte le evidenze, “credono” che l’SVP sia un partito che difende la povera minoranza tedesca dal fascismo delle istituzioni e del popolo italiano. La cosa è certamente stata vera per un certo periodo. Ora, sinceramente, chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale non può che verificare che qui la minoranza è un’altra e che l’SVP è un partito smaccatamente revanscista, conservatore e fondato su base etnica (cosa che per altro dovrebbe essere vietata sia dalla legge che dalle convenzioni internazionali). 

Si faccia il referendum sull’autodeterminazione: comunque vada a finire sarebbe la fine del potere SVP. (Quando lo ha seriamente proposto Cossiga, il Satrapo delle Dolomiti, ipocrita come sempre, lo ha definito una stupidaggine). Lui vuole i soldi non l’autodeterminazione. È chiaro come il sole!!!

Andiamo con ordine:

1. Rovinare la festa. La festa, secondo il Perugini, sarebbe stata magnifica se la Svp e il suo “satrapo” (qui il Perugini sfoggia conoscenze persiane: xšaθrapāvā) avessero partecipato gaudenti. Non l’hanno fatto, però, perché affetti da vomitevole revanscismo. Revanscismo? Il dizionario ci informa: “Atteggiamento collettivo di rivincita, spec. da parte di un paese sconfitto in guerra, improntato a uno spirito di rivalsa o di vendetta”. Rivalsa o vendetta sono termini decisamente impropri per caratterizzare la scarsa voglia di partecipare a una festa che non è avvertita come significativa. Forse la parola più giusta sarebbe stata indifferenza. Ma “vomitevole indifferenza”, come formula, non funziona. Quindi vada per “revanscismo” (e per di più vomitevole), anche se non si tratta di “revanscismo” (una prima spia interessante: qui gli aggettivi sono più importanti dei sostantivi).

2. Fedeltà e buoncostume. Perugini cita a sostegno della sua tesi (la Svp affetta da vomitevole revanscismo) l’articolo 54 della Costituzione. Leggiamolo: “Tutti i cittadini hanno il dovere di essere fedeli alla Repubblica e di osservarne la Costituzione e le leggi. I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore, prestando giuramento nei casi stabiliti dalla legge”. C’è scritto forse che tutti i cittadini hanno l’obbligo di celebrare le feste nazionali? Non mi pare. E non partecipando a una festività si contravviene forse a qualche norma legislativa? Anche qui non mi pare. Il comportamento “vomitevole”, insomma, non si sta rivelando esattamente tale.

3. Scendiamo nei particolari. Cito nuovamente per esteso: “La fedeltà alla Repubblica e alle istituzioni lui l’ha mortificata sostenendo di non rappresentare che una parte etnica della provincia (e non già tutti i cittadini) che governa e di non voler partecipare alle celebrazioni unitarie perché lui non rappresenta questo Stato ma solo la parte della povera “minoranza austrica”. Durnwalder non ha mai detto di rappresentare “una parte etnica della provincia”. Ha detto che non poteva festeggiare perché lui, appartenente di fatto alla minoranza di lingua tedesca (e quindi, nel suo caso, di “sentimento nazionale austriaco”), non poteva identificarsi con quel tipo di celebrazioni. L’errore di Durnwalder (che anche secondo me c’è stato) riguarda quel che ha detto “dopo”, quando cioè ha affermato che il suo vice (Tommasini) avrebbe potuto partecipare alle celebrazioni (come poi è effettivamente successo) non in rappresentanza della provincia. Posizione che però si è addolcita, visto che non solo Tommasini, ma anche il sindaco di Bolzano Spagnolli si sono recati a Roma in rappresentanza di Comune e Provincia.

4. Commissariamento. Davvero Durnwalder, per non aver voluto partecipare ai festeggiamenti, rischia il commissariamento? Pensate il divertimento. Siccome è il Ministro dell’Interno che promuove il commissariamento di un presidente della provincia, in questo caso Durnwalder (vergognoso revanscista) avrebbe dovuto essere commissariato dal leghista Maroni (appartenente cioè a un partito che in fatto di comportamenti vergognosi e revanscisti – per usare sempre il vocabolario caro al Perugini – sopravanza di certo quello di Durnwalder). E per fortuna che l’Italia (cito sempre Perugini) “spesso non è un paese serio” e quindi non è accaduto nulla. Altrimenti davvero si rischiava che succedesse una roba serissima tipo quella che è capitata all’allenatore del Naturno… (Perugini conosce il caso).

5. Etica. Fa sempre un po’ specie sentire la parola “etica” in bocca a uno (intendo il Perugini) che altrove si era lanciato in spericolate difese del comportamento di Berlusconi, libero – secondo il Perugini – di scoparsi tutte le prostitute che vuole (essendo l’uso della prostituzione affare privato). Comportamento gravemente lesivo dell’etica, invece, il non partecipare alle celebrazioni dell’Unità d’Italia anche se neppure sta scritto da qualche parte che ciò rientri tra i doveri istituzionali di un presidente della provincia appartenente a una minoranza etnica (etnica, non etica, caro Perugini). Ma qui ovviamente la cosa diventa spinosa, giacché il Perugini, paladino di ogni libertà, contesta stranamente la libertà di appartenere a un’etnia diversa da quella nazionalmente maggioritaria (libertà che dovrà pur mettere capo a comportamenti non esattamente identici a quelli che sono “normali” per la maggioranza).

6. Celebrazioni Hoferiane. Bene ha fatto il Perugini a citare questo episodio. Si ricorderà che Spagnolli e Tommasini (e qualcun altro praticante di “mal riposto buonismo pronto alla sistematica genuflessione intellettuale”) andarono a Innsbruck alla sfilata storica. Bene. E se non ci fossero andati imitando la maggior parte dei politici altoatesini? Cosa sarebbe successo? Qualcuno li avrebbe forse accusati di “vomitevole revanscismo”?

7. La Svp. Il Perugini ce l’ha a morte con la Svp e ovviamente l’accusa di tutto il male possibile. Ora, chi scrive non può certamente passare per un sostenitore della Svp, ma alcune precisazioni sono doverose. Dice il Perugini: “chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale non può che verificare che qui la minoranza è un’altra e che l’SVP è un partito smaccatamente revanscista, conservatore e fondato su base etnica (cosa che per altro dovrebbe essere vietata sia dalla legge che dalle convenzioni internazionali)”. Partiamo dal fondo: la legge dovrebbe vietare la formazione di un partito a base etnica e così dovrebbero fare le convenzioni internazionali? Ma ciò striderebbe con il principio fondamentale affermato dalla costituzione italiana (art. 6) e con tutte le convenzioni internazionali che tutelano le minoranze residenti nel perimetro di uno stato nazionale a maggioranza “etnica” diversa. Provi, il Perugini, a comprendere storicamente quel che ha detto. C’è stato un periodo, in Italia, nel quale un tale divieto era operante? Esatto! Dal 1922 al 1943. Ma per superare i danni compiuti in quel periodo, secondo il Perugini, è possibile solo una strada: quella del vomitevole revanscismo (anche se sancito dalla Costituzione).

8. Autodeterminazione. Improvvisamente il Perugini (che vorrebbe vietare la formazione di partiti etnici) si dichiara favorevole alla formazione di stati etnici. Curioso, no? In realtà no. Non è curioso. È triste e banale. Tutto quello che ha scritto il Perugini in questa nota è triste e banale. La triste e banale espressione di un bolzanino che non ha ancora capito bene come funzionano le cose nel luogo in cui abita e che adotta l’unico stile argomentativo buono a far sì che la situazione non cambi mai. È chiaro come il sole.

 

L’Unità [tra parentesi]

E questo è il mio intervento (che però ha solo fornito la base di un’esposizione largamente improvvisata)

L’Unità [tra parentesi]

17.03.11

Dal dizionario etimologico della Lingua Italiana di Ottorino Pianigiani estraggo la voce “parentesi”: dal greco parenthesis (PARENTHITEMI) frappongo, inserisco. Voce composta da PARÀ, presso, tra, EN, in e THITEMI, pongo onde THESIS, azione di porre. Proposizione inserita entro un’altra, a cui è grammaticalmente estranea, ma colla quale ha un nesso logico.

In tedesco, invece, “tra parentesi” si dice “in Klammern” (“Einklammern”). Die Klamme è uno strumento che serve per fissare e tenere fermi gli oggetti. Si può tradurre con la parola “molletta” (se per l’appunto abbiamo a che fare con un meccanismo a leva, con forza di richiamo elastica, dovuto alla presenza di una molla). Il verbo medio alto tedesco “klimmen” (arrampicarsi, scalare, in inglese to climb) copriva così originariamente uno spettro di significati includenti “drücken” “kneifen” “ziehen” “packen”, testimoniando la derivazione di “klettern” da “sich fest klammern”. “Einklammern” ha come sinonimo “Ausklammern”, che significa escludere, non prendere in considerazione. Con un leggero spostamento semantico, “Eingeklemmt”, incastrato, bloccato rimanda dunque al senso di una sofferta esclusione poi risolta in un certo manierismo dell’incollocabilità.

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Mi piacerebbe invece che questa occasione di confronto non fosse solo una parentesi. Una parentesi viene generalmente intesa come una breve sospensione all’interno di un discorso, come una frattura del suo fluire. O per usare un’altra immagine: una fessura praticata in un muro altrimenti compatto, entro la quale far scivolare pensieri che non trovano posto sulla sua superficie. Se intendiamo accostare il motivo della superficie alle celebrazioni per l’Unità dell’Italia, ecco che qui oggi noi abbiamo deciso di corroderne la retorica e l’ovvietà (vedremo in seguito di quale retorica e di quale ovvietà si tratta). Ma per l’appunto: praticare l’antiretorica di queste celebrazioni non dovrebbe ridursi a un esercizio così breve ed estemporaneo. Ché nella retorica e nell’ovvietà siamo sempre immersi in ogni ambito del discorso pubblico, non certo soltanto in occasione di sporadiche ricorrenze, certamente non solo un giorno ogni 150 anni o quando l’argomento tocca il nervo dell’appartenenza (e dunque anche della non appartenenza) nazionale. E qui occorre chiedere: dobbiamo interpretare la nazione come qualcosa di convenzionale, un “tutto” tenuto assieme da una opzione – da rinnovare giorno per giorno – degli individui che hanno “deciso” e “decidono” di animarla (Renan), oppure essa corrisponde a qualcosa di più sostanziale, a un vero e proprio impasto di sangue e di suolo così come fu prefigurata (anche: non solo, ma anche) nel Risorgimento?

Si tratta di una domanda difficile, cercheremo insieme una risposta, ma prima consentitemi di sgombrare il campo da un possibile equivoco. Celebrazioni e unità: se per “celebrare” volessimo dire illustrare, esaltare, magnificar con parole (Tommaseo) ci sfuggirebbe inevitabilmente tutta la complessità che anima (anche nel senso di logorare e riattivare) il tema stesso di quell’unità (e comunque lo si voglia considerare: sia accentandolo in modo positivo che critico). Per questo abbiamo deciso di mettere l’unità tra parentesi e [celebreremo] questo giorno sottolineandone piuttosto gli elementi di riflessione, gli spunti di approfondimento che è possibile svolgere grazie all’occasione fornitaci dal calendario.

Da parte mia, propongo subito alla vostra attenzione il punto di vista sul quale mi piacerebbe poi insistere (ci tornerò alla fine): parlare di unità d’Italia – nel Sudtirolo di oggi – significa essenzialmente sottoporre a verifica la tenuta dello statuto d’autonomia all’interno del quadro istituzionale basato sul dettato costituzionale. Se infatti volessimo andare alla radice di ciò che ancora ci tiene assieme, se volessimo rintracciare i motivi profondi che rendono possibile la nostra convivenza, credo sia proprio a quei due documenti che dovremmo guardare. Qui tocchiamo il nodo più interessante da affrontare perché si tratta della questione di stabilire se alla luce di una soluzione di compromesso – qual è quella rappresentata dallo statuto d’autonomia (il secondo) approvato quarant’anni fa – dobbiamo lavorare ancora ponendoci il fine del suo consolidamento (vale a dire considerare il compromesso come se in un certo senso fosse definitivo) oppure quello della sua liquidazione (vale a dire considerare il compromesso come se fosse il primo passo verso uno status ulteriore). È chiaro che una riflessione su questo nodo risulta imprescindibile al di là della questione dei diversi sentimenti d’appartenenza nazionale esprimibili da ognuno di noi. A mio avviso lo statuto ha infatti il merito di mettere tra parentesi, di depotenziare per quanto possibile la nostra partecipazione sentimentale, chiamandoci piuttosto ad elaborare una forma di Verfassungspatriotismus (patriottismo costituzionale) sinora poco sviluppato sia in Italia che in Sudtirolo (a tutt’oggi, e non è certo un caso, non disponiamo di date per festeggiare l’entrata in vigore delle due carte costituzionali). Come detto, riprenderò alla fine del mio intervento queste considerazioni che reputo centrali anche per una proficua articolazione della nostra discussione.

Ci sarebbe un’altra questione da discutere in via preliminare che si connette in modo ineludibile al significato di queste celebrazioni. Dobbiamo infatti capire se esiste anche un “bisogno di patria” (è il titolo di un bel libro di Walter Barberis, il curatore della mostra “Esperienza Italia”) a partire dal quale ciò che diciamo assume un carattere più urgente del semplice ricordo estemporaneo delle circostanze che anche noi, qui e ora, stiamo documentando. Per facilitarmi il compito vorrei riprendere una domanda molto esplicita che venne posta a Giovanni Paolo II riguardo al concetto di nazione: “Il patriottismo, come senso di attaccamento alla nazione e alla patria, deve evitare di trasformarsi in nazionalismo. La sua giusta interpretazione dipende da ciò che vogliamo esprimere col concetto di nazione. Come bisogna, dunque, intendere la nazione, questa entità ideale alla quale l’uomo fa riferimento nel suo sentimento patriottico?”. L’impostazione della domanda, non è difficile capirlo, ci indirizza già verso la risposta (parlando del concetto di patria, di nazione, c’è qualcosa che dobbiamo evitare: evitare di cadere nella trappola del nazionalismo, in primo luogo, anche se distinguere un “sano patriottismo” dalla sua degenerazione sciovinista è più facile a dirsi che a farsi). Non per scarso interesse nei confronti della risposta del Papa – che ovviamente parla in nome del “popolo di Dio” e si richiama a una “Nuova Alleanza” trascendente la dimensione della nazione israeliana “sede” della “prima rivelazione” – torno però al libro di Barberis perché qui troviamo una formulazione assai precisa dell’urgenza alla quale alludevo:

Le argomentazioni proposte da Barberis “sono animate dalla convinzione che un diffuso senso di appartenenza ad una comunità nazionale – proprio nella partecipata definizione di comunità più ampie, a cominciare da quella europea – sarebbe un vantaggio per la società italiana”. E prosegue: “In particolare oggi, in un’epoca così segnata dal fallimento delle politiche nazionalistiche chiuse, ma anche dall’insorgere continuo di richiami a presunte identità di etnia o di territorio; di fronte alle frastornanti e contraddittorie manifestazioni dell’attuale globalizzazione; nel momento in cui si fanno stridenti nuove pulsioni imperiali e la crisi di ruolo di buona parte dei grandi organismi di rappresentanza e regolazione politica internazionale, parrebbe non priva di senso, né di utilità generale una voce italiana che sapesse parlare unitariamente il linguaggio della sua cultura, della sua esperienza storica, quella dei suoi grandi incontri e delle sue più alte manifestazioni di civiltà. Ma è doveroso aggiungere che sarebbe la voce di una società velleitaria e immatura se seguisse la scorciatoia dell’oblio, della rimozione; se non procedesse ad elaborare anche la memoria dei suoi momenti peggiori, quelli in cui più profondi e insanabili sono stati i conflitti interni, e più forte la divaricazione dei valori e delle prospettive ideali”.

Avendo ben presente il contesto sudtirolese, mi accorgo che queste parole devono essere prese “con le molle”, cioè ricorrendo ancora all’utilizzo di parecchie parentesi. Innanzitutto quel richiamo al passaggio tra un’appartenenza nazionale che dovrebbe aprirsi a una definizione di comunità più ampia, escludendo dunque l’accentuazione regionalistica come via legittima (se non privilegiata) alla costruzione di un’unità europea da attingere mediante la previa decostruzione del concetto di nazione inteso in senso ottocentesco. Ma poi, soprattutto, la consapevolezza che in una zona di confine come la nostra appare più difficile l’opera di contenimento dell’oblio e della rimozione dei momenti peggiori legati a un’affermazione velleitaria e immatura del nazionalismo, visto che esso appare sciaguratamente ancora come una forma di resistenza da opporre al nazionalismo (vero o presunto) degli “altri”. In questo senso, vale oggi più che mai l’avvertimento che Claus Gatterer pronunciò nell’introduzione del suo imprescindibile libro sulle “inimicizie ereditarie”: “Kein Volk wagt, der eigenen Vergangenheit gelassen ins Auge zu schauen. Jede National- und Staatsgeschichte enthält weiße Flecken, hinter denen sich dunkle Flecken verbergen. In unserem scheinbar so traditionsbewussten Österreich sind die Verdrängungssünden und –lücken besonders arg und zahlreich. Spürt man jenen historischen Namen und Begebenheiten nach, welche die Prediger der Erbfeindschaft in Italien als Beweise für die Schändlichkeit und Verwerflichkeit des Erbfeindes ins Treffen führen, so wird man nicht selten der Tatsache gewahr, dass man zuwenig über die eigene Geschichte weiß. Umgekehrt lässt sich feststellen, dass auch die Italiener die eigene Vergangenheit zuwenig kennen. Genauer gesagt: Man weiß vor allem das nicht, was die anderen einem nachtragen – man hat aus der eigenen Geschichte vor allem Gestalten und Ereignisse verdrängt, die für die anderen patriotische Symbole und historischen Meilensteine darstellen”. Se risulta però abbastanza arduo – sul piano politico e dunque laico – far valere una concezione di “patriottismo celeste” (Giovanni Paolo II) a correzione delle degenerazioni rese possibili dal sempre rinascente “patriottismo nazionale”, è sul superamento del nazionalismo in chiave “plurinazionale” (più che in chiave “internazionale”) che dovrebbero concentrarsi i nostri sforzi. Ed è evidente che la soluzione appaia ben più complicata, ma anche stimolante, di quanto sembri a coloro i quali pensano magari di cavarsela con delle ambigue scorciatoie, per esempio quella del doppio passaporto da concedere a chi è in grado di dimostrare una discendenza di sangue con gli antichi abitanti di entità geopolitiche ormai tramontate da quasi un secolo.

Walter Barberis, l’abbiamo visto, reclamava “una voce italiana che sapesse parlare unitariamente il linguaggio della sua cultura, della sua esperienza storica, quella dei suoi grandi incontri e delle sue più alte manifestazioni di civiltà”. Quando ho cominciato a pensare all’occasione di oggi, ai possibili temi e al taglio con il quale li avremmo dovuti affrontare, avevo appena finito di leggere un bellissimo libro di Eraldo Affinati che, in un certo senso, cerca di rispondere alla domanda “cosa significa essere italiani?”. Affinati si rivolge agli scrittori (“Sotto il cielo degli scrittori d’Italia” è il sottotitolo del suo libro) in quanto, notoriamente, è soprattutto nel riconoscimento di una lingua comune (ben prima delle armi, della confessione religiosa, delle memorie, del sangue, del modo di sentire) e di una determinata tradizione letteraria che si andò storicamente formando l’idea più influente di una nazione italiana. Ora, se una lingua è un meccanismo che include chi la parla ed esclude chi ne utilizza un’altra, la sua declinazione letteraria può offrire forse un elemento di sintesi tra il particolare e l’universale nell’accezione goethiana di Weltliteratur che fu ripresa con straordinaria sensibilità filologica da uno dei massimi esperti novecenteschi di Dante: Erich Auerbach. Proprio all’inizio del suo volume, Affinati rende perspicuo questo nesso parlandoci di uno dei primi documenti della lingua italiana, il Cantico di frate Sole (conosciuto anche come Cantico delle creature), scritto da San Francesco, Patrono d’Italia, ponendolo in un contesto illuminante. Permettetemi di citare il passo in modo integrale, è molto bello, persino commovente nella sua imprevista attualità:

“Nagasaki. Scendo dal taxi nel quartiere di Hongochi, quindi proseguo a piedi. Cerco la Mugenzai no Sono, una chiesa sulle pendici del Monte Hikosan. Nessuno parla inglese. Devo arrangiarmi da solo. Apro la mappa. Confronto una vecchia fotografia del santuario con lo scenario urbano di oggi: sembrano due città diverse. C’è molto caldo. Si respira a stento. Cammino fra villette immerse nella vegetazione. Ho in testa la bomba. Scopro, seminascosto dietro ai rami, un cartello su cui spicca la croce cristiana. Sto seguendo le tracce di padre Massimiliano Kolbe, il sacerdote francescano polacco che, dopo aver scambiato la sua vita con quella di un altro prigioniero, venne ucciso nei canili di Auschwitz. Negli anni Trenta aveva fondato in Giappone il giornale missionario “Seibo no Kishi”. Salgo le ripide scale verso la chiesa incastonata tra le rocce: mi chiedo perché la terrificante esplosione atomica del 9 agosto 1945 non l’abbia distrutta. Ma basta guardarsi intorno per capirlo: le possenti montagne ressero come titani all’urto nucleare. Una suora mi accoglie sorridendo. Sa che ho dovuto faticare non poco per arrivare fin qui. Ho ancora il fiato grosso. Nell’eremo ripenso al piccolo frate. Francesco Gajowniczek si salvò anche grazie a lui e, tanti anni dopo, intervenne nella sua cerimonia di beatificazione voluta da Giovanni Paolo II nella basilica di San Pietro, a Roma. Sfoglio l’album dove chi visita questo luogo lascia le sue impressioni. Compaiono, in decine di lingue, commenti, richieste, preghiere. In italiano leggo: “Altissimu, onnipotente, bon Signore”. La calligrafia sembra quella di un bambino. Resto folgorato nel ritrovare in Giappone lo spirito del poverello di Assisi. Lui che ci ha insegnato a rispettare la natura come un dono di Dio è stato tradito da uomini capaci di stravolgere la nostra unità primaria attaccando i nuclei con milioni di particelle chiamate neutroni. A Nagasaki le sue parole pesano il doppio e chiedono il silenzio”.

A dir la verità, non sono molto convinto che la perorazione a favore di un modello di civiltà letteraria (in senso cosmopolita, goethiano) possa costituire una base sufficiente per rendere attraente in generale il concetto di nazione tout court e in particolare di una nazione reale e problematica come quella italiana, che negli ultimi tempi – ammettiamolo – esprime un coefficiente di attrazione davvero molto basso. Una comunità, qualsiasi comunità, che voglia aspirare a uno status caratterizzato da sufficiente coesione sociale e politica non è certo solo una comunità di possibili lettori o di estimatori della letteratura infervorati da uno spirito pentecostale. Occorre allora senza dubbio trovare qualcosa di più “trasversale” e al contempo di più “basilare”. Ed è in questo senso che torna utile l’idea – alla quale facevo poc’anzi riferimento – del patriottismo costituzionale. Se sembrano poche le cose che ci accomunano, forse possiamo intenderci sulle regole (in senso forte ma tutt’altro che rigido) che se non rendono senz’altro possibile il nostro convivere, almeno possono servire a non farlo degenerare. Ovviamente, per dirla con Bobbio, bisogna anche evitare l’illusione di considerare la costituzione come di per sé risolutiva di ogni problema. Non si tratta qui di feticizzare la carta fondamentale. Si tratta di riconoscerle però un grande merito, che ancora Bobbio definiva in questi termini: “… non si può negare che il compromesso [Bobbio intende qui il compromesso del quale la costituzione è un frutto, ndr] abbia resistito alla prova dei logoramenti, degli insabbiamenti, delle resistenze attive e passive, dei tentativi d’inversione e di sovversione. Qualche pezzo manca ancora. Ma le fabbriche del duomo – e una costituzione non è una casa qualunque – sono durate, come si sa, dei secoli, e nonostante ciò, di cattedrali veramente finite non ve n’è nemmeno una”. Significativamente, il filosofo poneva queste sue riflessioni al culmine di una breve trattazione del percorso storico che portò l’Italia ad uscire dalle sabbie mobili del fascismo e a darsi un ordinamento democratico. Come sappiamo, l’articolo 6 della costituzione fornì anche la base per “ancorare” al massimo livello istituzionale l’accordo di Parigi (del 1946) e indirizzare così la soluzione della questione sudtirolese verso un esito positivo. Sicuramente tutt’altro che un duomo finito anche questo, ma neppure una casa priva di tetto. Ora, non so se sia possibile tracciare una linea dritta e sicura tra la migliore esperienza risorgimentale e la condizione attuale, comprendendo in un disegno armonico l’elaborazione dell’intera architettura costituzionale e spingendoci a immaginare un suo concreto (dunque non solo auspicabile) prolungamento in una futura costituzione europea capace di regolare, come afferma speranzosamente Jürgen Habermas, la vita di “cittadini” finalmente non più considerati tali grazie alla loro discendenza etnica. Porrei però con molta serietà un’ultima domanda: esistono proposte più suggestive di questa? Vale davvero la pena insistere sul tema della “disunità d’Italia”, magari premendo senza indugio sull’acceleratore del separatismo (a cominciare da questo suo estremo lembo)? Ha scritto Emilio Gentile: “La terapia proposta lascia perplessi. Nel mondo contemporaneo si è avuto un solo caso (la Cecoslovacchia) di smembramento indolore di uno Stato formato da popolazioni che non volevano più essere unite. In tutti gli altri casi, lo smembramento dello Stato è avvenuto con guerre sanguinose e orribili eccidi etnici. E non si è ancora visto, nel mondo attuale, popolato di Stati nazionali e di nazioni che aspirano a diventare Stati, il caso di una popolazione pronta a disunire il proprio Stato per incamminarsi verso un futuro senza meta, rifacendo all’indietro il percorso compiuto durante centocinquanta anni come Stato indipendente e sovrano, fra Stati indipendenti e sovrani”. Personalmente condivido questa perplessità. O forse è possibile che proprio oggi, festeggiando tra parentesi l’Unità d’Italia, qualcuno riesca a offrirmi delle buone motivazioni per fugare ogni ragionevole dubbio e convincermi del contrario?

Heimat [Italien]

Pubblico con grande piacere l’intervento di Hans Heiss letto in occasione del piccolo convegno organizzato dall’associazione heimat brixen bressanone persenon in occasione del 17 marzo.

[Heimat ITALIEN] Sieben Thesen zur Einheit Italiens und zur Rolle Südtirols

Vortrag für heimat brixen bressanone persenon, Brixen, Cusanus-Akademie, 17. 3. 2011

1. Die äußere Einigung Italiens war 1861 ein politisches Wunder, das bis heute Aufmerksamkeit und Anerkennung verdient.

Das Wunder der Einigung Italiens vollzog sich auf der Grundlage einer von oben gesteuerten, kühl überlegten Realpolitik, sie war aber auch das Ergebnis einer republikanisch motivierten Basisbewegung von unten, getragen von Männern des Mittelstandes, auch von Arbeitern, verkörpert durch die Leitfigur von Giuseppe Garibaldi. Dieses bemerkenswerte Zusammenspiel einer Einigung „von oben“ und „von unten“ zugleich unterscheidet den italienischen Einigungsprozess von Deutschland, wo das deutsche Kaiserreich 1870 aus der Machtpolitik von Preußen und seines Ministerpräsidenten Bismarck entstand. Neben dieser Doppelenergie wurde die Einigung ideell begründet von Vordenkern wie Cattaneo, Gioberti, vor allem aber von Giuseppe Mazzini, der die Einheit seit 1830 voraus gedacht hatte, und dem neu gegründeten Königreich die Vision einer Republik ins Stammbuch schrieb, einer Republik, die sich freilich erst 1946 konstituierte.

Cavour, der Staatsgründer „von oben“ sah sich aber getrieben von einer Basisbewegung, für deren politische Gestaltungskraft Giuseppe Garibaldi einsteht. Der Mann von Caprera setzte im Frühjahr 1860 den anlaufenden, aber vorerst erst auf Nord- und Mittelitalien beschränkten Einigungsprozess unter Druck und vollführte mit seiner „Impresa dei Mille“ den Ausgriff in den bourbonischen Süden. Seine Landung auf Sizilien im Mai 1860 und seine erfolgreiche Kampagne im Königreich Beider Sizilien nötigte die Regierung von Piemont-Sardinien dazu, den Einigungsprozess auf die gesamte Halbinsel auszuweiten und sich nicht mit einer halbierten Unifizierung zu begnügen – Garibaldi zwang die Dynastie und Cavour zu ihrem Glück. Im März 1861 erlangte somit ganz Italien, mit Ausnahme des Veneto und des Kirchenstaates, eine neue Staatlichkeit, die noch wenige Jahre zuvor kaum jemand für möglich gehalten hatte.

Cavour, Garibaldi und Mazzini stehen für drei Staatsentwürfe, die für einen historischen Moment zusammenfanden, die aber auch bleibende Widersprüche verkörperten. Italien war zugleich ein europäisches Phänomen, ein Treibsatz der Einigung des Kontinents.

2. Die italienische Einigung war zwar erfolgreich, aber hybrid und zwiespältig, denn sie litt von Beginn an unter Widersprüchen, die tiefer ausgeprägt sind als in allen anderen Nationalstaaten Westeuropas.

Die italienische Einigung war ein Wunder an Schnelligkeit, aber auch ein Mirakel der Widersprüche, ich beschränke mich auf vier:

  • Der politische Nord-Süd-Gegensatz war so ausgeprägt, dass nach 1861 im Süden jahrelang faktisch Bürgerkrieg herrschte, mit annähernd 100.000 Toten. Der Nord-Süd-Gegensatz blieb in Italien präsent und milderte sich erst um 1900 in der Ära Giolitti, durch gezielte Wirtschaftsförderung und das Ventil der Massenauswanderung aus dem Mezzogiorno – vorläufig, nicht auf Dauer.
  • Der wirtschaftliche Graben zwischen Armutsregionen und Zonen der Prosperität war tiefer als in den meisten Ländern Westeuropas, mit Ausnahme von Irland. Dieser Graben musste mühsam geschlossen werden, auch das gelang erst in den Jahren nach 1900, wiewohl in unvollkommener Weise.
  • Die kulturellen Differenzen waren markant, die Sprache Dantes war nur einer schmalen Oberschicht geläufig, erst ca. zehn von hundert Italienern sprachen italienisch, im übrigen zerfiel das Medium der Sprache in rund 60 Idiome, die auch für die Nachbarregionen kaum verständlich waren.
  • Die politische Partizipation und demokratische Legitimation waren schwach: In dem geeinten Staat besaßen bis um 1900 nur 2% der Bevölkerung das aktive Wahlrecht, dies war der niedrigste Wert Europas. Die Katholiken hielten sich vom Staat bis um 1910 gänzlich fern, er war verfemt als „Räuberstaat“, der 1870 den Vatikan besetzt und den Hl. Vater in die Ohnmacht getrieben hatte.

Nur vier Ausschnitte aus einer tiefen Spaltung, die Italien seit seiner Gründung durchzieht: Italien war seit seiner Gründung eine zerklüftete Nation, die in ihrer begrenzten Territorium alle Widersprüche Europas einschloss, wie der politische Kommentator Timothy Garton Ash letztlich hervorgehoben hat.

3. Mehr als alle anderen Staaten Europas war und ist Italien eine Kulturnation, zusammen gehalten durch das Bewusstsein, die Erinnerung und die Emotion, eine kulturelle Wiege Europas darzustellen.

Die Einigung Italiens wäre nicht denkbar gewesen ohne den Rückgriff auf den Reichtum einer Geschichte und Kultur, die in Europas ohnegleichen ist. Ohne die motivierende Erinnerung an das antike Rom, an die römische Republik, an die Weltgeltung des Imperium Romanum wäre die Einigung von 1861 nicht denkbar gewesen. Ohne den ermutigenden Rekurs auf die zivilisatorischen Leistungen Italiens, auf das Latein, auf das römische Recht und seine Rationalität, ohne Rückblick auf die Renaissance mit ihrer Wiedergeburt des Individuums hätten die Gründerväter der Nation nie ihren Mut gefunden und das Herz gefasst, die Einigung zu wagen. Ohne das Vorbild der republikanischen Stadtgemeinden seit dem Mittelalter wäre die Einigung nicht gewagt worden. Und ohne das Bewusstsein, dass Italien Mittelpunkt der weltweit größten Lebensmacht bis ins frühe 20.Jahrundert war, der römisch-katholische Kirche, wäre der Anspruch, sich zur Nation zu bilden, sehr viel schwächer ausgefallen.

Italien ist bis heute eine vor allem eine Kulturnation: Ihre Bindekräfte sind der Stolz auf ihre zivilisatorischen Leistungen, auf die Kraft ihrer Musik, ihre Kunstschätze und Landschaftsbilder, auf den italian style in Mode, Design und Sport. Dieses kulturelle Erbe ist heute freilich geschwächt und gefährdet: So müsste das Kulturministerium eines der stärksten Ressorts sein, faktisch aber ist es ein politisches Austragsstüberl und der Tummelplatz finanzieller Kürzungen, die aber an die Substanz und Identität Italiens gehen.

4. Die fehlende innere Einheit Italiens hat immer wieder gefährliche Versuchungen geweckt und ihnen zum Erfolg verholfen: Die Widersprüche Italiens seit 1861 sind auch ein Grund für die Entstehung von fünf Plagen, der bad sisters: Des  Nationalismus, des Kolonialismus, des Faschismus, des Zentralismus und des Populismus.

Vor 100 Jahren kippte der Risorgimento-Nationalismus, die Vorstellung von einer friedlichen Einigung der Nationen in den aggressiven Nationalismus: 1911/12 fand der Ausgriff auf die Cyrenaika, das spätere Lybien statt, als Ausgangspunkt einer verheerenden Kolonialpolitik, deren vernichtende Folgen aus der Öffentlichkeit weit gehend abgedrängt sind. Der nationale Rausch, der um 1910 wie andere europäische Nationen auch Italien voll erfasste, verriet die Ideale des Risorgimento und wurde zum Wegbereiter des Intervento, des Kriegseintritts 1915. Der Erste Weltkrieg einte nicht die Nation Italien, sondern vertiefte ihre Widersprüche. Der Ultranationalismus, die Aggressivität und die Spaltung der politischen Lager zwischen 1919-1922 standen an der Wiege des italienischen Faschismus. Wer von der Nation Italien und ihren Folgen sprechen will, darf vom Faschismus nicht schweigen. Die Schwäche des italienischen Nationalstaates setzte sich nach 1945 fort in einem Zentralismus, der vor allem ab 1955 bis 1963 halbautoritäre und vordemokratische Zustände hervor brachte. Längst nicht nur Südtirol litt unter diesem autoritären Zentralismus, der sich vor allem gegen die Linke, gegen Gewerkschaften und Arbeiter richtete. Und der Populismus Berlusconis war die Antwort auf die Staatskrise ab 1992, die politisch zwar erfolgreiche, aber für die Entwicklung Italiens keinesfalls positive Antwort auf die Krise des Parteiensystems und das neuerliche Auseinanderdriften des Nationalstaates. Ein Gedenken, das die Nachtseiten der Nation ausblendet, bleibt halbiert und schwach.

5. Die Feier der Einheit Italiens müsste der Ausgangspunkt sein für eine nationale Anstrengung, die inneren Widersprüche durch einen neuen Kraftakt zu überwinden, sie erfolgt jedoch unter denkbar schlechten Vorzeichen.

Staatspräsident Napolitano und die Promotoren der italienischen Einigungsfeiern wünschen das 150-Jahr-Jubiläum als Startpunkt einer erneuerten politischen Kultur, eines sozialen Neuaufbruchs und eines wirtschaftlichen Neuaufschwungs, getragen vom Impuls einer moralischen Erneuerung der Nation. Die Zeichen dafür, dass diese hehren Ziele gelingen können und ein Risorgimento des 21. Jahrhunderts Platz greift, stehen allerdings denkbar schlecht. Die politischen Lager sind unversöhnlich gespalten, die Handlungsfähigkeit der Regierung gelähmt, der Parlamentarismus verwildert. Die soziale Perspektive Italiens ist durch Überalterung, Verarmung und durch die grassierende Jugendarbeitslosigkeit verfinstert, die Nord-Süd-Differenzen haben einen neuen Tiefpunkt erreicht. Die Stagnation der Wirtschaft und die Überalterung der Infrastrukturen liegen auf der Hand, trotz aller Dynamik und Reaktionsfähigkeit vieler Unternehmen. Die Rückbesinnung auf den großen Moment der Einheitsgründung ist daher löblich und ehrenwert, sie wird sich jedoch ohne einen gigantischen Neuaufbruch an Bürgersinn und civic culture nicht zum zündenden Funken auswachsen. Nach den Feiern werden Konflikte neu aufflammen, die Unregierbarkeit wachsen und Italien weiterhin seinen Abstand zu Europa vergrößern. Es gibt nur wenige Indikatoren, die gegen diese banale These sprechen.

6. Wenn Südtirol und seine deutsch- und ladinisch sprachige Bevölkerung nicht mitfeiern, so steht dahinter nicht nur böse Absicht, sondern eine tiefere Erfahrungsdimension, die erkannt und gewürdigt werden sollte.

Südtirol ist gegen den Willen seiner Bevölkerung an das Königreich Italien gekommen. Dies ist ein ebenso einfaches wie unverrückbares Faktum. Diese Wahrnehmung hält viele Bürgerinnen und Bürger nicht nur von einer Mitfeier ab, sondern ist trotz der großen Vorzüge der Autonomie in die Mentalität und Identität vieler deutsch- und ladinischsprachiger Bürger tief eingelassen. Diese Hypothek eines historischen Last darf nicht leichtfertig ignoriert werden. Keine Frage: Die Selbstverwaltung, die soziale Lage und wirtschaftliche Situation Südtirols sind vergleichsweise vorzüglich und basieren auf der Grundlage der mühsam verhandelten Autonomie, auf der Zähigkeit der österreichischen und Südtiroler Verhandler und auf dem Willen zur Befriedung der römischen Regierung. Die Errungenschaften sind enorm, die Autonomie trag- und ausbaufähig, der genetische Defekt der Annexion aber bleibt und wird auch von einem Grünen wie mir nicht klein geredet. Es fiele vielen Südtirolern leichter, an den Feiern Anteil zu nehmen, wenn dieses Trauma der Teilung Tirols, der gewaltförmigen Annexion von Regierungsseite und offiziellen Staatsvertretern jemals anerkannt worden wäre. Lernen wir vom deutschen Beispiel, auch hier: Die Aussöhnung zwischen Deutschland und Polen stuften nicht nur die Ostverträge, sondern der Kniefall von Willy Brandt vor dem Mahnmal im Warschauer Ghetto.

Denn es genügt nicht, Selbstverwaltung und Autonomie rechtlich und real einzuräumen, die Identität einer Minderheit verlangt auch nach symbolischen Akten der Anerkennung. Innerlich gefühlte und bleibende Aussöhnung zwischen Streitparteien findet nur dann statt, wenn die tiefere Einsicht in das Befinden der Gegenseite greift, wenn der Schmerz und die Leidenserfahrung „des Anderen“ nachvollzogen und erlebt wird. Diese Dimension fehlt in der Erfolgsgeschichte der Südtirol-Autonomie, sie ist die pochende Narbe, die weiterhin schmerzt.

7. Gleichgültigkeit und Abneigung bedeuten nicht nur Ablehnung und schwach empfundene Zugehörigkeit zu Italien, sie sind auch Ausdruck von Provinzialismus und Unfähigkeit, über die eigenen Verhältnisse hinaus zu blicken. Die weithin spürbare Gleichgültigkeit richtet sich gegen Südtirol selbst.

Eine der Langzeitfolgen der Zugehörigkeit Südtirols zu Italien und einer südtirolzentrierten Autonomie ist die Fixierung vieler Südtiroler auf sich selbst. „Südtirol zuerst“ ist nicht nur ein Motto der Freiheitlichen, sondern eine generelle Befindlichkeit. Daran knüpft sich die fatale Unfähigkeit, die Verhältnisse und Perspektiven „der Anderen“ einzunehmen. Dies hat LH Durnwalder mit seiner Weigerung, an den heutigen Feiern teil zu nehmen, eindrucksvoll bewiesen. Er hat zwei Aspekte nicht begriffen:

  • Er hat sich der Einsicht verschlossen, dass er nicht nur Repräsentant eines Teils von Südtirol ist, sondern des ganzen Landes und aller Sprachgruppen
  • Er hat Grundregeln elementarer Höflichkeit missachtet: Die Teilnahme an einer Feier bedeutet nicht volle Identifikation, sondern eine Geste des Respekts, die auch in innerer Distanz vollzogen werden kann. Und nicht nur in innerer Distanz: Es wäre denkbar gewesen, zu diesem Anlass auch jene Vorbehalte in gebührender Form zum Ausdruck zu bringen, die viele Südtiroler innerlich von diesem Staat trennen.

Sein stures „Nein“ hat nicht nur viel Porzellan zerbrochen. Es beschert seiner Partei vielleicht politische Kursgewinne, bringt Südtirol aber auch um die Chance, seine Beziehung zu Italien grundlegend zu klären. Die Einheitsfeiern sind kein Treueschwur zur italienischen Nation, wohl aber hätten sie die Chance geboten, die großen Vorzüge der italienischen Einheit und ihre europäische Pionierfunktion ebenso zur Kenntnis zu nehmen, wie ihre großen Schwächen und Nachtseiten. Gleichgültigkeit und Missachtung aber sind schlechte Wegbegleiter, auf beiden Seiten. Wir Südtiroler sind nur aufgrund der Nähe und Zugehörigkeit zu Italien zu dem geworden was sind, im  Guten wie im Schlechten. Unser materieller Wohlstand, unser sprachlicher und kultureller Reichtum rühren zum wesentlichen Teil aus dieser Zugehörigkeit. Diese Anteile zu negieren oder zu ignorieren, bedeutet auch, blind zu sein für sich selbst.