Stato e Chiesa

Stamattina ho comprato Il Giornale (mi trovavo evidentemente in uno stato di minor resistenza). Volevo leggere l’intervista a Monsignor Angelo Bagnasco annunciata in prima pagina col titolo “Dal caso Ruby alla Libia. Parla il capo dei Vescovi”. Sorvolo sulle tematiche principali – mi avvelenerei il fegato inutilmente a chiosare i tanti esempi di subdola reticenza contenuti in quel testo – e passo a un frammento per così dire periferico (almeno apparentemente) dell’intervista. Riguarda il centocinquantenario dell’Unità italiana.

D. Lei ha annunciato che celebrerà una messa per i 150 anni dell’Unità d’Italia. Non è curioso che la Chiesa – la quale visse il processo risorgimentale come una ferita – oggia sia convinta sostenitrice di questa festa, mentre alcune forze politiche ed economiche avrebbero preferito non celebrarla?

R. Effettivamente può apparire curioso, ma non assurdo. In realtà la Chiesa ha sempre alimentato l’unità del nostro Paese ben prima della sua unificazione statale. Quando la Penisola era ancora una pezzatura multicolore è stata la presenza quotidiana della Chiesa, la sua evangelizzazione e la sua azione, che hanno offerto un codice culturale e una matrice perfino sociale ed economica, tendenzialmente omogenei. Basterebbe pensare alla lingua e alla sua presenza capillare nelle parrocchie. La Chiesa, al di là delle contingenze storiche dell’unità e dello Stato pontificio che appariva come un baluardo indispensabile per garantire l’indipendenza del Papa, rappresenta del popolo italiano l’elemento sintetico, il punto di vista che accomuna, la presenza che affratella. Questo è quello che, come credenti oggi nel nostro Paese, vogliamo rappresentare: un contributo alla pacificazione e alla maturazione della nostra Patria, che finalmente torna ad essere pronunciata dopo decenni di ostracismo culturale e di indifferenza diffusa.

Bene. A parte il fatto che – storicamente – fu proprio la Chiesa a favorire per lunghissimo tempo quel processo di ostracismo culturale e di indifferenza diffusa nei confronti dell’Unità, quale senso attribuire a parole che fanno un po’ il verso a quelle di Vincenzo Gioberti (“E durerà il male, finché si vorrà sostituire una Italia gentile e chimerica all’Italia reale e cristiana, quale Iddio e una vita di diciotto secoli l’hanno fatta”)?

Adotterei cautelativamente la risposta di Emilio Gentile (Italiani senza padri. Intervista sul Risorgimento, Laterza 2011, pag. 107):

Allora la domanda è: quanto ha potuto pesare rispetto al nostro esile senso dello Stato nazionale il fatto che qualsiasi regime in Italia abbia dovuto competere per la sua legittimazione con un potere religioso, esistente al centro della penisola nel corso dei secoli come uno Stato temporale, che ha sempre rivendicato un primato morale e in sostanza anche politico sul potere politico dominante, e ha conservato questa rivendicazione, specialmente dello Stato italiano, fino a oggi? La Chiesa fa la Chiesa. Ma quando una classe politica ricerca la sua legittimazione morale nel consenso di un’autorità religiosa, allora essa rende inevitabilmente precaria la legittimità dello Stato, e questa precarietà è diventata ancora più evidente ai giorni nostri, quando lo Stato sembra assente. E ciò avviene senza che il primato della Chiesa si sia concretizzato in una più alta moralità pubblica e privata dei governanti dello Stato e della classe politica che alla religione dichiara di ispirare i suoi valori non negoziabili.

4 thoughts on “Stato e Chiesa

  1. Molto contemporaneo, questo Gentile…

    Però oggi quale è la classe politica che non ha valori che non siano negoziabili…….?

    poveri noi….

  2. Beh, che dire? Storicamente sul rapporto tra Vaticano e Italia credo sia stato detto tutto. Attualmente si potrebbe osservare che siamo in pieno ancien régime, con le massime autorità civili e religiose che si scambiano graziosamente promesse e regali: legge sul fine vita, esenzione degli edifici ecclesiastici dall’Ici e futura Imu, no alle coppie di fatto, no alle adozioni di single e coppie gay (ho dimenticato qualcosa? sicuramente sì) in cambio del “benign neglect” da parte della Chiesa sulla morale sessuale e familiare non esattamente specchiata della nostra classe dirigente. Tutto alle
    spalle e sulla pelle dei cittadini e dei loro diritti individuali, tanto fino alle prossime elezioni possono essere considerati la solita carne da cannone di sempre.

    …… Anch’io ho un fegato così …….

  3. Continua a parlare di azione unificante eppure mi pare che una buona parte delle diverse tradizioni più squisitamente regionali abbiano proprio un origine legata al culto religioso. Mi pare che il sangue di S. Gennaro, il carnevale ambrosiano e il fuoco di Herz Jesu siano dei buoni esempi, ma ce ne sono molti altri. Non mi pare la chiesa le abbia ostacolate.
    In più lui parla di lingua, quì sarebbe bene indagare quanti preti di campagna parlassero in fiorentino letterario prima del risorgimento… di sicuro la maggior parte del culto era celebrata in latino fino al Concilio Vaticano II. E forse non era nemmeno un gran male, io sono favorevole al rito latino. Ma che la Chiesa si ascriva una funzione culturalmente unificatrice simile a quella della Bibbia tedesca di Lutero è profondamente ridicolo.

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