Südtirol ist auch Italien

Ricevo e volentieri pubblico

Südtirol ist auch Italien. Storia di un amore non contraccambiato.

di Valentino Liberto.

«I due uomini che dovevano dominare la scena politica italiana nel bene e nel male, a turno, per oltre trent’anni, si incontrarono il 7 marzo 1909 nell’albergo Alla Corona, a Untermais (Maia Bassa presso Merano). Era domenica e molti operai arrivarono con le mogli. Mussolini cominciò a parlare alle due, senza attendere il contraddittore, e attaccò l’azione della Chiesa, contraria agli interessi del popolo. Esortò quindi i lavoratori a fare la rivoluzione e a espropriare i capitalisti. De Gasperi, che nel frattempo era arrivato, espose concezioni più realistiche e immediate, le stesse che lo avrebbero guidato nell’opera di governo; invece di pensare a ipotetiche rivoluzioni lontane nel tempo, esortò gli operai a pensare agli scioperi del momento e auspicò la collaborazione fra cattolici e socialisti sul piano sindacale. Si sottrasse poi a un contraddittorio diretto con Mussolini, affermando che doveva prendere il treno delle 15,30 per Bolzano. La sua partenza fu salutata con frasi ironiche.»

(Piero Ottone, “De Gasperi”, 1968)

Italia senza Sudtirolo?

Pisa. Guardando il cielo di Toscana, mi domando: è mai possibile che il ricco Südtirol non abbia dato alcun contributo positivo all’Italia in oltre 90 anni? E l’Italia davvero non c’azzecca nulla con la cosiddetta «minoranza austriaca» insediata nella provincia più settentrionale del Paese? Qualcosa non quadra. Visto dalla regione adottiva di Alexander Langer, lo scontro istituzionale in atto tra Luis Durnwalder e il Quirinale sulla partecipazione “altoatesina” ai festeggiamenti per il 150° dell’Unità d’Italia appare zeppo di contraddizioni, che producono in me una sensazione sgradevole e del tutto inedita. L’essere ‘sudtirolese’ tra gli italiani (nella fattispecie, toscani e dintorni) e al contempo visto dai sudtirolesi come un italo-parlante qualunque costituisce infatti – agli occhi di chi mi sta accanto – potenziale motivo di vergogna. E’ la prima volta che m’accade, ma già quest’alternarsi di soggetti giudicanti riporta alla memoria le tormentate vicissitudini storiche che nel bene e nel male accomunano da quasi un secolo il Tirolo meridionale allo “stivale”. Andiamo con ordine.

Italien ist nicht Frankreich.

1. Come osservato da pérvasion, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano poteva meglio calibrare la propria missiva al nostro Landeshauptmann: appellare i sudtirolesi come “italiani” a tutti gli effetti è quantomeno un’inopportuna etichettatura della minoranza, se non una forzatura in mala fede. 2. La tesi secondo cui «Südtirol ist nicht (nur) Italien» è difatti avvalorata da evidenti prove di matrice linguistica e storiografica; andrebbe però chiarito a quale orizzonte culturale (Kulturraum) il Sudtirolo intenda fare riferimento. 3. Luis Durnwalder ha commesso un’impropria semplificazione parlando di «minoranza austriaca» (chissà se i ladini vi si riconoscono): se il concetto di stato-nazione fosse definitivamente tramontato, non vedo ragione alcuna per considerarci a tutt’oggi un’exclave dell’Austria, tra l’altro erede del grande impero plurinazionale asburgico. 4. Fermo restando che la collaborazione con il Governo non equivale a condividerne i valori fondanti, è lecito – in virtù di una più corretta traduzione della contemporaneità sudtirolese – porsi la domanda se il Sudtirolo senza Italia sarebbe più povero: il partito di raccolta ostenta da molti anni l’efficace politica di contrattazione con Roma. 5. Pregherei Thomas Benedikter di mantenersi ligio all’onestà intellettuale che lo contraddistingue: moltissimi italiani, tanto quanto i sudtirolesi, si sentono ‘cittadini italiani’ in quanto tali, e non secondo principi vetero-nazionalisti da lui descritti. Celebrare lo stato unitario non corrisponde affatto a esaltare un fantomatico nazionalismo italiano che commemora l’occupazione dell’Alto Adige; nemmeno l’irredentismo – al contrario di quanto scrive – si interessò poi molto al confine del Brenner/o. Di quale propaganda parla? Il trauma postumo dell’italianizzazione subita dai sudtirolesi di madrelingua tedesca e ladina, costringe loro in un’evidente sopravvalutazione del patriottismo italico, marginale nel paese della “pizza tirolese” ricoperta di speck. Il popolo italiano è talmente sprovvisto di radicati sentimenti nazionali (il richiamo all’unità tirolese li supera di gran lunga…) da riconoscersi a malapena nel tricolore della nazionale di calcio. Imperversano ovunque campanilismi medievali e dilaga il leghismo padano. L’Italia non è affatto la Francia; sembra quasi che i sudtirolesi (dai tempi di Andreas Hofer) conoscano meglio la Republique. 6. Benedikter potrà obiettare citando ad esempio la comunità italiana di Bolzano: chiunque abbia superato la Salurnerklause, però, è consapevole che i bolzanini non rappresentano un campione esemplificativo, avendo essi travasato le differenti provenienze regionali in un’unica identità italiana del tutto artificiale. 7. Ribalterei il nostro punto di vista (talvolta autoreferenziale) mettendoci nei panni dell’altro: siamo proprio sicuri che “gli italiani” non possano compiacersi della (più o meno volontaria) adesione sudtirolese ai festeggiamenti dello Stato al quale sviluppo – con importantissimi distinguo – contribuiamo anche noi? Cos’è ai loro occhi più “sacro”, la frontiera posta al passo del Brennero o gli onnipresenti angioletti Thun? Ergo: come ci vedono nella suddetta penisola?

L’immagine del Sudtirolo. Al supermercato.

2. Il Sudtirolo, oramai, non è affatto una terra sconosciuta agli italiani, semmai misconosciuta e fraintesa. L’ho compreso direttamente sulla mia pelle in un anno e mezzo di permanenza «in Italia» – ovvero entro quell’entità “nazionale” posta aldilà del confine linguistico di Salorno, che data la variegata articolazione territoriale tra le Alpi e il Mediterraneo non coincide propriamente (o non vi si riconosce sempre per ragioni di varia natura, tra cui quelle storico-geografiche) con la più ampia cornice statuale denominata «Repubblica italiana». L’ iconografia da cartolina narrata in riviste di viaggio e spot televisivi, pubblicazioni gastronomiche e prodotti tipici locali lanciati sul mercato dei consumi, l’efficiente macchina amministrativa promotrice di politiche ambientali all’avanguardia, a loro volta ispirate da un’eco-sostenibilità diffusa, contribuiscono da tempo ad affermare il nome della Autonome Provinz Bozen ben oltre quello di meta prediletta per turisti amanti della montagna. Un’avvertenza, onde evitare d’incorrere in prevedibili interpretazioni giornalistiche (e non) di quanto manifestato in queste ore da chi ci guarda da Sud: la composizione etnica e “strutturazione” stessa della società sudtirolese – e gli effetti che esse producono sul vivere quotidiano, sull’identità, la cultura politica, la visione del passato e le prospettive future – non hanno alcun riscontro nell’opinione pubblica italiana. Ciò che è investito di un enorme significato nel “rituale” dibattito interno sudtirolese, resta un mistero per gli “italiani d’Italia” che pur esprimono un periodico interesse a riguardo. Inoltre, è necessario sottolineare una seconda divergenza. Tra i diversi protagonisti del dibattito sull’identità in Sudtirolo, infatti, si riconosce una sola componente perché tale emerge verso l’esterno: quella “tedesca”, benché numericamente minoritaria in Italia. Ebbene sì. Agli occhi di un italiano medio, il sudtirolese idealtipo è un perfetto bilingue dal marcato accento tedesco, magari ospitale albergatore dal reddito alto, che beneficia dei privilegi dell’autonomia da Roma, un pizzico austriacante, attento conservatore di antiche tradizioni popolari, divoratore di Speck, Strudel & Sacher. Lo stereotipo è dunque in agguato: l’insidia del carattere prevalente nasconde da mezzo secolo la varietà del panorama socio-linguistico dell’Alto Adige-Südtirol, sì plurilingue ma a comparti stagni. A tre lingue corrispondono tre società distinte che procedono su binari paralleli; bilinguismo a parte, è impossibile evincerlo dagli ingredienti di uno yoghurt Sterzing/Vipiteno.

“Politica estera”. Ieri e oggi.

3. Ecco spiegata l’importanza di ogni uscita mediatica sulla stampa (inter)nazionale: suggerire all’attenzione dei media la questione dell’appartenenza ‘alla nazione’ del gruppo linguistico tedesco e ladino, nonché porre gli italiani di lassù dinanzi alla sfida perenne d’un riconoscimento estero ancora mancante. Dar loro voce in capitolo è fondamentale: oltre a far uscire dall’oblio gli altoatesini, crea un ponte ideale verso sud, anziché spingerci tutti quanti «agli estremi confini della patria» in uno sciocco isolazionismo – camuffato in neutralità dal tocco filo-europeo. La “politica estera” sudtirolese denota il proprio esibizionismo (citando l’ottimo Francesco Palermo): attenti alle regole della comunicazione pubblicitaria e meno a quelle di altri mass media, trasmettiamo agli interlocutori stranieri informazioni parziali, incapaci di comunicare compiutamente le particolarità e complessità del nostro modello di Autonomia. Priva di un proprio ministero degli esteri, la nazione Südtirol s’ingolfa e il principale partito al governo del Land s’allontana dalla sua stessa storia. La SVP è il più antico soggetto politico presente in Parlamento e sopravvissuto al crollo della Prima Repubblica, da un decennio persino ago della bilancia che decide le sorti di un’intera democrazia. Da una cinquantina d’anni, Roma è destinataria e mittente della cooperazione sull’avanzamento autonomista, strada imboccata con coerenza, convinzione e coraggio dalla Stella Alpina; un processo dinamico alternativo alla richiesta immediata di autodeterminazione, salto nel vuoto bocciato al Congresso di Merano del 1969. L’impegno preso dalla Volkspartei e la diplomazia messa in campo dalle forze politiche e dall’establishment governativo italiano, poi, hanno dato lustro al compromesso sul nuovo Statuto d’Autonomia del Trentino-Alto Adige, contributo fondamentale al sistema regionale/federale cui ora partecipa la Provincia Autonoma di Bolzano. La potestà legislativa autonoma garantisce oggi pari dignità e diritti allo sviluppo culturale ed economico dei sudtirolesi di madrelingua tedesca e ladina. Va riconosciuto perciò all’Italia repubblicana il merito di aver compreso – dopo i primi pericolosi tentennamenti – la necessità d’una pacificazione compromissoria nei rapporti tra gruppi linguistici, divenuto poi modello esportabile di conciliazione fra etnie. Un riguardo che fa onore al paese già cofondatore della Comunità Europea, al pari dell’Austria (futuro membro dell’UE) nella veste di potenza tutrice del Sudtirolo e promotrice dell’indispensabile intervento ONU sulla cd. questione sudtirolese. Il cammino di reciproca legittimazione e parificazione non passa soltanto attraverso atti giuridici: ben tre presidenti della Repubblica (Pertini, Cossiga e Ciampi) e diversi presidenti del Consiglio (da Andreotti a Prodi) hanno trascorso le proprie vacanze tra le Dolomiti e Merano. Se di gesti simbolici dobbiamo parlare, gli incontri dei leader italiani con Magnago e Durnwalder costituiscono l’emblema dell’alleanza strategica di Via Brennero con la capitale. In lotta con(tro) Roma, parafrasando Claus Gatterer.

Gioco degli specchi. Ed emancipazione.

4. Le dimostrazioni di forza non giovano; costituiscono un danno all’immagine e alla credibilità. Oltre a provocare un vespaio di dichiarazioni incrociate, infatti, le parole indelicate di Luis Durnwalder alimentano consueti pregiudizi patriottardi sia italioti che pantirolesi, provocando l’ennesima levata di scudi “simbolica” contro i presunti privilegi dell’Autonomia o un inesistente colonialismo italiano. Citare ripetutamente l’ingiusta annessione di Saint-Germain nel 1919 come principale motivazione del suo niet provinciale e – nel caso del Colle – l’astratta italianità dei sudtirolesi, ha riportato indietro le lancette della storia; si riaccendono così gli animi attraverso valutazioni poco consone riguardo l’acquisizione territoriale dell’Alto Adige, celebrata da Giuseppe Galasso sul Corriere della Sera come irrinunciabile esito della Grande Guerra e quindi del cammino italiano di unificazione nazionale. Occorre invece abbattere i confini mentali per superare qualsivoglia pretesa ideologica su quelli “sacri” e porre fine all’inutile “gioco di specchi” tra Bolzano e Roma – di cui è illustre vittima lo stesso Giorgio Napolitano. Non è alzando barriere di pregiudizio e marginalizzandoci al cospetto del vicino “gigante buono” chiamato Italia che faciliteremo la comprensione delle specificità nostrane nell’autogoverno (o futura autodecisione). Non si tratta affatto di snazionalizzare i cittadini sudtirolesi, ma di collocarne l’esperienza nel solco d’una storia europea che (in quanto frutto delle consistenti richieste di minoranze “nazionali”) li vede parte d’uno Stato democratico prima che di una (non-)nazione italiana. Un’esperienza fruttuosa aimè sottovalutata. I sudtirolesi devono affrontare una volta per tutte il mito fondante dell’avvenuta emancipazione geopolitica – da sotto-provincia dell’Impero asburgico a nazione de facto – sebbene sancita sul tavolo degli accordi di pace. Senza passaggio all’Italia, non esisterebbe alcuna «questione sudtirolese» né buona parte del capitale umano accresciuto al suo progredire. Una crescita graduale verso la compiuta auto-coscienza del Südtirol, come territorio a sé stante e dotato di autonomia culturale dal restante Tirolo austro-ungarico, costellata da momenti di coesione anche sofferta (ad es. Sigmundskron nel 1957) in grado di implementare esponenzialmente la consapevolezza identitaria dei sudtirolesi, superando ogni divisione interna e cementificando il consenso attorno alla SVP come Sammelpartei. Battaglie vittoriose rinfrancano le forze messe in campo, ma ai comandanti delle truppe spetta l’onore delle armi e il rispetto dei “vinti”. Se vogliamo allontanarci il più possibile dal paradigma della vittoria, non dovrebbero esserci né vincitori né sconfitti. Questione di lealtà costituzionale: entrambe le parti si sono (è proprio il caso di dirlo) arricchite della pratica autonomista sancita dalla Carta, primo passo compiuto dall’Italia post-bellica nella direzione di un più ampio e necessario federalismo su scala regionale. Un ulteriore guadagno ci sarebbe qualora il Sudtirolo partecipasse più attivamente all’evoluzione in chiave europeista del Belpaese, in termini solidaristici, anziché cadere in anacronistici battibecchi frutto di feticismi circoscritti geograficamente.

Nation building senza senso. Dello Stato.

5. Il senso dello Stato, appunto, manca non solo alla classe politica romana bensì anche a quella bolzanina. Il processo di nation-building del Sudtirolo passa giocoforza per il riconoscimento dell’Italia come d’uno Stato-Nazione anomalo perché dai tratti poco “nazionali” (al punto da interrogarsi sul significato stesso della propria esistenza a 150 anni dalla nascita) e dalle sfaccettature “multinazionali”, decisamente meno centralista di altri paesi dell’Europa. Non siamo né San Marino né il Canton Ticino per permetterci di ignorarlo del tutto: per essere coerenti nel rinnegare ogni legame con l’Italia repubblicana, dovremmo rinunciare ai seggi SVP in entrambi i rami del Parlamento, chiudere l’ippodromo di Maia e ogni struttura riconducibile al Ventennio, abbattere ogni singolo esempio d’architettura razionalista nelle città della provincia, ritirare ogni sportivo o squadra sudtirolese da competizioni o campionati italiani, impedire qualsiasi manifestazione sportiva di carattere nazionale sul suolo provinciale (tappe del “Giro d’Italia” comprese) e ritirare i nostri bravi atleti dalle nazionali di sport invernali, compresi Innerhofer, Zöggeler e Kostner vincitori di recenti medaglie; non riconoscere alcuna legittimità al sistema giudiziario italiano, pretendere il mantenimento della sicurezza senza forze dell’ordine statali, impedire l’arruolamento di sudtirolesi di lingua tedesca in Polizia di Stato, Arma dei Carabinieri ed Esercito nonché il servizio militare in quest’ultimo. Generazioni di sudtirolesi fecero servizio di leva in Italia. Una violenza? Vero, ci si poteva opporre, ma “fare il militare” portò nella Heimat una porzione di “italianità” vissuta, giovane, popolare, umana, diversa dall’italianizzazione fascista. Quindi, negando la storia condivisa (certo, spesso nostro malgrado) con l’Italia e rifiutandosi di riconoscersi in qualsiasi emanazione dotata di valori positivi anche se proveniente dal potere centrale (Costituzione compresa), non si renderà onore all’epopea dell’Autonomia targata SVP, come compromesso risultato da una dura trattativa e a sua volta alternativa all’autodeterminazione d’ispirazione separatista degli attivisti anni ’60. E si infangherà il nome del principale protagonista della lotta per il suo ottenimento, Silvius Magnago, predecessore illustre di Luis Durnwalder. Senza dimenticare il danno morale inferto alla seconda generazione dell’Autonomia, ovvero ai tanti figli plurilingui di coppie miste, Gesamtsüdtiroler meritevoli di maggiore riguardo.

Bagno caldo. Conclusioni.

Torno a casa e mi preparo un bagno caldo, riflettendo sugli interventi nella querelle tra “Italia 150” e Land Südtirol. Alcuni (pochi) osservatori additano la mia terra come ingrata e opportunista; altri sottolineano come abbia peccato d’orgoglio – si direbbe, tirolese. Cadendo in un tranello giornalistico costituito da accuse reciproche che non hanno riscontro nella consuetudine quotidiana, nell’essenza di chi vuole vivere e lasciar vivere in pace, penso che 20 anni di sofferenze non ci consentano di gettare una cattiva luce su 20 di benessere. Ottenuti anche grazie al dialogo con ‘sta strana Italia, fatta di comunità, luoghi e territori, luci e microcosmi differenti e dissonanti. Non pretendo certo né una particolare riconoscenza né pretestuosi ringraziamenti ufficiali: basta non deludere le aspettative chi ci guarda con ammirazione e rispetto, chi spera in una maturità di giudizio tale da non assecondare opposti revanscismi identitari. Un Sudtirolo forte della sua storia e orientato al futuro, in Europa. Mi si perdoni per i cattivi pensieri; il bagno è pronto, mi immergo e taccio per un po’. (val)

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2 thoughts on “Südtirol ist auch Italien

  1. Ho letto con piacere il bell’intervento di Valentino Liberto.
    Alcune frasi:

    “L’essere ‘sudtirolese’ tra gli italiani (nella fattispecie, toscani e dintorni) e al contempo visto dai sudtirolesi come un italo-parlante qualunque costituisce infatti – agli occhi di chi mi sta accanto – potenziale motivo di vergogna. ”

    ” La SVP è il più antico soggetto politico presente in Parlamento e sopravvissuto al crollo della Prima Repubblica, da un decennio persino ago della bilancia che decide le sorti di un’intera democrazia.”

    ” Occorre invece abbattere i confini mentali per superare qualsivoglia pretesa ideologica su quelli “sacri” e porre fine all’inutile “gioco di specchi” tra Bolzano e Roma – di cui è illustre vittima lo stesso Giorgio Napolitano.”

    “entrambe le parti si sono (è proprio il caso di dirlo) arricchite della pratica autonomista sancita dalla Carta, primo passo compiuto dall’Italia post-bellica nella direzione di un più ampio e necessario federalismo su scala regionale.”

    Ogni frase citata meriterebbe un commento a parte. Ed in generale, tutto l’intervento.

    La prima cosa che mi viene in mente subito è che tutta la questione ST-AA, anche in questo intervento, è sempre declinata all’interno di confini simbolici tripolari. E’ questo il radicale elemento che fa, in generale, della riflessione sull’autonomia di questa terra, ed anche di questa riflessione di Valentino, una auto-riflessione completamente incomprensibile all’interno del paradgma federal-federalistico-autonomista comunemente elaborato da prima che la questione ST-AA si ponesse, ed anche oggi condiviso generalmente nella riflessione internazionale.
    Per dire, E SENZA ALCUNA POLEMICA, Valentino fa della relazione simbolico-politica tripartita (Austria-Italia-ST/AA) un luogo di lettura ‘generale (l’Italia non è la Francia). I contenuti specifici della sua riflessione hanno ben pochi contatti con tutta la letteratura basca, autonomista siciliana o fiammingo-vallona. Poichè in questi tre paradigmi non esiste relazione tripartita.
    Il limite radicale di questo approccio è precisamente il far assurgere questo modello a modello di lettura della relazione autonomia/centralismo (l’Italia non è la Francia, oppure “primo passo compiuto dall’Italia post-bellica nella direzione di un più ampio e necessario federalismo su scala regionale.” Cosa che, tecnicamente e in termini politologici, non è vera. Poichè il ST-AA è un ‘casus’, mentre lo statuto speciale siciliano, con Consiglio Regionale equiparato a Parlamento con potere legislativo autonomo, è un ‘fatto’ costituzionalmente enormemente più rilevante che forse meriterebbe di essere studiato e citato).

    Quando Valentino era appena nato – 10.89 vero? – e scoppiò la vicenda, chiamiamola così, ‘Jugoslavia’, la posizione di Langer assurse a paradigma di analisi per i pochi che si sforzarono di capire quel passaggio DAL VIVO, proprio perchè la questione era di uscire fuori dalle polarità simbolico-statuali (“”L’essere ‘sudtirolese’ tra gli italiani (nella fattispecie, toscani e dintorni) e al contempo visto dai sudtirolesi come un italo-parlante qualunque costituisce infatti – agli occhi di chi mi sta accanto – potenziale motivo di vergogna. “).

    Il tutto come traccia. Sempre ammesso che, visti i pregressi, se ne possa discutere.

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