Eguaglianza? Chi ha meno suscita odio

Negli ultimi tempi stiamo assistendo a un fenomeno nuovo e preoccupante: una singolare forma d’invidia per chi possiede di meno, per chi sta peggio, per chi insomma si trova in qualche circostanza a vivere grazie all’aiuto o alla protezione di quelle istituzioni che, per fortuna, non hanno ancora deciso di girarsi dall’altra parte.

Anche nella “ricca” Bolzano – cioè in un contesto caratterizzato da un benessere diffuso – si possono cogliere i segni di quella mobilitazione del consenso che Marco Revelli, nel suo ultimo libro, ha individuato raggrumarsi attorno al sentimento dell’“ira”, combustibile di una disdicevole “economia del risentimento”. Ce ne siamo accorti in relazione al recente caso di un bar dato in gestione dal Comune a una famiglia di sinti. È bastato infatti che la somma prevista dal contratto d’affitto venisse ridotta rispetto agli standard (peraltro troppo elevati) richiesti in precedenza ad altri gestori, per far scattare la molla di una protesta mascherata da rivendicazione d’equità e difesa del libero mercato (che tutti paghino lo stesso, non si facciano sconti per nessuno!).

Perché accade questo? Il giornalista e scrittore Edmondo Berselli, passando al setaccio la trasformazione radicale che ha investito il Paese negli ultimi venti anni, ha formulato una interessante ipotesi sulla genesi di questo meccanismo: “Per la prima volta (…) i registri comportamentali suggeriscono che l’ineguaglianza è stata accettata e assimilata. Non sono più necessarie ipocrisie pubbliche che contraddicano le convinzioni private” (“Post-italiani”, Mondadori 2003). Ma accettare l’ineguaglianza tra la sfera alta e quella bassa nella scala del reddito e dell’appartenenza sociale – mettendo cioè in qualche modo fuori gioco il potenziale d’odio che aveva caratterizzato la stagione del conflitto di “classe” – ha per così dire liberato per contrasto una perversa forma di accanimento residuo, di autentico egualitarismo al ribasso, proprio nei confronti di chi è spinto e poi mantenuto, non raramente in virtù di consolidati pregiudizi, ai margini del sistema.

In un quadro del genere, anche solo l’idea di garantire agli “emarginati” un riparo, un progetto d’integrazione che corregga uno status di svantaggio oggettivo, viene scambiato per indebita concessione di un “privilegio” e denunciato quale fatto insopportabile. Con le parole di Quino, l’autore di Mafalda: “Perché i poveri, per forza che sono poveri: mangiano cose da poveri, si vestono da poveri, abitano in case da poveri. Sono incorreggibili. Non serve a niente aiutarli, bisogna nasconderli”. E se va male ai poveri, figuriamoci agli “zingari”.

Corriere dell’Alto Adige, 15 gennaio 2011

Annunci

13 thoughts on “Eguaglianza? Chi ha meno suscita odio

  1. paura e istinto di sopravvivenza?
    morte della speranza?
    mors tua vita mea?
    gli istinti inferiori dell’umanità che hanno la meglio sul resto?

    Come diceva l’ammiraglio Adama in Battlestar Galactica, “sopravvivere non basta, bisogna esserne degni”.

  2. È lodevole che tu abbia cercato di mettere a fuoco il fenomeno, che in effetti si dà e merita conoscenza e comprensione per essere, per quanto possibile, combattuto. Questa epidemia di cattivo risentimento, meschino e vigliacco, è forse il male “spirituale” per eccellenza dell’Italia videocratica.

  3. Io comincio a credere che in ognuno di noi, per natura o per cultura poco importa, l’idea delle classi e dei leader abbia una solidissima base. Poco importa la loro origine e se siano giunti al loro ruolo per diritto divino, per volere popolare, o per ricchezza. L’istinto del cane da riporto, dell’ape operaia o del fuco da riproduzione (che però nella specie umana sembra coniugarsi più al femminile), che godono dei piaceri derivati dal loro servilismo, sembra innato in noi.
    Per questo ci viene spontaneo contestare una piccola agevolazione data ad un poveraccio come noi, ma non contestare la tremenda disequità nella distribuzione delle risorse tra la popolazione. Non battiamo ciglio a sapere che il 10% delle famiglie si spartisce il 50% della “torta” Italia, ma davanti ad una sovvenzione data ad un altro poveraccio ci infervoriamo e parliamo di ingiustizia. Perchè alla fine siamo tutti dei volgarissimi servi, che godono delle briciole che ci vengono dall’alto.
    Poi c’è l’elemento razzista, che è altrettanto innato. E’ comune persino agli scimpanzè, non ai loro cugini bonobo, e rispecchia il nostro modello di pensiero. Questo è mio, questo è il mio gruppo(stato, famiglia, tribù…); questo è il tuo e quello il tuo gruppo. E nell’enunciare questo tipo alterità siamo ancora più categorici che per viventi di altre specie; sofriamo a vedere alberi che cadono o cani che soffrono, ma del migrante non ce ne frega nulla: lui è “altro”.
    Marx aveva a suo tempo tentato di spezzare con il lume della ragione alcune di queste forme mentali, ci era riuscito forse solo in parte, ma aveva dato la spinta ad una critica radicale della nostra civiltà. Ed i potenti dell’epoca tremavano; ma a torto: nè loro nè Marx avevano preso in considerazione i nostri istinti, le nostre abitudini e la nostra stupidità. Perciò è bastato nulla, la caduta di un muro, per innescare una regressione ed una abiurazione generale di questo genere di riflessioni. Così oggi abbiamo quel che ci meritiamo: le palle mosce di Veltroni che dice che il conflitto di classe non esiste e l’uccello duro di Bossi che ci dice che il vero nemico sono gli immigrati.

  4. Molto bello. Il pezzo, non quello che racconta. Forse qualcosa del genere accade anche nel mondo del lavoro. Ho raccolto alcuni commenti “a caldo” di giovani sul referendum Fiat. Il tono era del tipo: “In fondo gli operai sono garantiti, hanno il posto fisso, hanno la mensa, i contributi, noi niente di tutto questo…”
    Non è proprio lo stesso fenomeno a cui ti riferisci tu, non è il meccanismo perverso per cui chi ha di più si accanisce con chi ha di meno. Comunque colpisce il fatto che si pensi che diritti faticosamente conquistati dalle generazioni che ci hanno preceduto (ad esempio quello alla rappresentanza sindacale) siano ogg un “privilegio”, e che smantellandoli automaticamente le cose andranno meglio anche per chi ancora non ne gode.

  5. ma è e rimane l’unico, vero problema che affligge l’umanità. quello da cui derivano tutti gli altri. ma per non vederlo basta cambiare le parole e chiamare i bambini poveri, come fa berlusconi, bambini ‘meno fortunati’.
    ci vuole la rivoluzione. viva lenin.

    PS o, bimbi, ho caricato una bomba sul mio blog. è meravigliosa 🙂 andate a vederla prima che me la tolgano… un abbraccio a tutti

    http://marcolenzi.wordpress.com/

  6. Allora il comportamento degli italiani diventa simile a quello di tutti gli altri europei? Mi dispiace,davvero,mi è addirittura difficile crederlo,gli italiani simili agli altri,come tutto è cambiato,appena 3 settimane fa…..ma, affari vostri

  7. oddìo, che tristezza, gatto! 🙂 a me piacerebbe fare questa telefonata a radio maria:
    “pronto?”
    “pronto”
    “chi parla?”
    “sono marco, da livorno”
    “ciao marco, benvenuto! cosa volevi dirci?”
    “volevo dirre a voàttri ch’io sono molto affezzionnato a sant’euchicchiano martire, ma voi ne parlate poco. che peccato…”
    “caro marco, ti promettiamo che ne parleremo di più, sei contento?”
    “sì, grazie, e anche dell’echidna…”
    “eh?!”
    “l’echidna, il monotrema australiano…”
    “cos’è?!”
    “un animalo di cui si parla molto pocco…”
    “e perché dovremmo parlare dell’echidna?”
    “eh, pecché, pecché… pecché è bela…”
    “ah” [qui la speaker fa un cenno al tecnico per togliere la linea]
    “pronto? pronto? proonto?!… mannaggia, hanno buttato giù…”

  8. @fabivS: nell’umanità c’è sicuramente anche quello e probabilmente è molto abbondante, eccessivamente abbondante, in una larga maggioranza della popolazione mondiale.
    Ma per tanti altri, il veleno che corrode la voglia di difendere la propria ed altrui dignità è la rassegnazione, il senso fatalistico che comunque c’è poco da fare.
    Infatti le cose cambiano (almeno un poco), solo quando la rassegnazione cede il posto alla disperazione, all’annichilimento della speranza. E’ allora, quando non c’è più nulla da perdere, che l’istinto di conservazione spinge a rischiare il tutto per tutto, mentre in precedenza lo stesso istinto addomesticava gli animi.
    Ho il sospetto che Obama abbia intitolato un suo libro “the audacity of hope” proprio perché aveva capito che quello era l’unico tasto che poteva risparmiare, temporaneamente, all’America quella che ritengo sia un’inevitabile implosione.

  9. qui si vede bene come il pregiudizio razziale sia in realtà un post-giudizio classista, e non ha nulla a che fare con ” l’istinto “, istinto che si sostanzia nel capitalismo auto-rappresentatosi nel tempo come “natura umana”.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...