La difficile ricerca di un Alto Adige diverso

Stefano Fait / Mauro Fattor – Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso / Raetia-Bolzano 2010

Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso (Raetia, Bolzano 2010) è un libro che si colloca nell’ambito di quelle pubblicazioni intenzionate a decostruire la preminenza delle culture e dei richiami identitari come strumenti di consenso politico. Il volume è diviso in due parti. La prima – scritta dal giovane antropologo trentino Stefano Fait – focalizza il quadro teorico di riferimento e, pur tematizzando esplicitamente il microcosmo sudtirolese/altoatesino, riceve la propria intonazione da contesti più ampi. La seconda – a cura di Mauro Fattor – cerca di applicare invece l’indagine in modo più stringente al caso locale, indagando quella che viene definita come l’“ideologia tirolese”. Dirò subito che il libro è molto interessante e merita di essere letto con attenzione. Esistono però a mio avviso alcuni punti di debolezza che vorrei qui sottolineare. (Anche per corrispondere meglio all’intento che si sono prefissi i due autori: far discutere). Uno dei vizi più irriducibili del dibattito pubblico locale, infatti, è la sua rigidità nell’accogliere stimoli al dialogo che in qualche modo sospendano gli automatismi percettivi – vere e proprie reazioni pavloviane – tipici di una terra caratterizzata dalla frammentazione etnica. Ogni messaggio rischia così di essere filtrato secondo la convenienza particolare di punti di vista non convergenti. Un libro, come quello di Fait e Fattor, che vorrebbe però lodevolmente scardinare alla radice questo meccanismo di fondo, è costretto a misurarsi direttamente con il rischio appena menzionato. E la sua utilità dipende dalla capacità di riuscire a mettere per così dire questa società divisa davanti a un unico (e nuovo) specchio. Nel caso di Contro i miti etnici temo che ciò non sia completamente riuscito, e vorrei spiegare brevemente perché.

Ha scritto A. M. Rivera: “Il fatto che l’etnicità sia un artefatto, un modello, una “finzione” o un criterio di classificazione non significa che le categorie che definisce siano caselle vuote. Al contrario, sono categorie investite di una grande carica affettiva ed emotiva, e percepite come dati reali da coloro che in esse si riconoscono” (A. M. Rivera, Etnia-etnicità, in S. Latouche (a cura di), Mauss # I. Il ritorno dell’etnocentrismo, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 9.) Rivera opportunamente distingue qui il livello dell’osservazione teorica (quella che ci porta a decostruire i miti, i racconti identitari, rivelandone l’artificiosità) da quello della pratica (che riproduce i miti ben oltre il lavoro compiuto dalla loro decostruzione). Chi intende decostruire un mito si comporta sempre un po’ come quel pesce anziano che vorrebbe spiegare ai due pesci più giovani che cosa sia l’acqua. In altre parole: l’esibizione della mitologia soggiacente al discorso etnico (la torbida acqua nella quale noi tutti un po’ nuotiamo) può indurre a riflettere chi a quel discorso non crede già più, mentre lascerà indifferente chi invece ancora ci crede e soprattutto non vede nessuna convenienza nello smettere di crederci. Ora, in Sudtirolo l’opposizione tra chi si muove acriticamente all’interno di configurazioni mitologiche (Fait ne individua tre diadi: Volk/Popolo – Heimat/Patria – Kultur/Cultura) e chi invece ha smesso di farlo costituisce se vogliamo un’opzione già disponibile ma purtroppo incapace di suscitare scelte veramente incisive (basti pensare alla figura, priva di eredi, di Alexander Langer). Il motivo? È lo stesso Fait a spiegarcelo: “Questo tipo di democrazia etnocratica rimane in vita solo perché una maggioranza di cittadini ha paura di quel che avverrebbe con la sua scomparsa e perché si identifica così fortemente con la patria che qualunque critica all’ideologia dominante nella sua patria è vista come un attacco personale”. Per risultare veramente efficace, il lavoro di decostruzione dovrebbe allora applicarsi su entrambi i versanti contrapposti (cioè su quello che presiede la costruzione dei miti e su quello che pretende di smontarli), mostrando come essi, in definitiva, costituiscono le condizioni di possibilità del gioco complessivo. Ma ciò, purtroppo, nel testo in questione non avviene con quella nettezza che sarebbe auspicabile.

Ciò non avviene anche perché il libro basa proprio sulla separazione netta di “mito” e “critica del mito” tutto il suo impianto, riducendo così le alternative possibili – vale a dire le coordinate che occorrerebbero per avvistare questo vagheggiato Alto Adige “diverso” – a due vie scarsamente percorribili (o meglio: l’una quasi impercorribile, l’altra condannata a terminare in un vicolo cieco). La prima via – proposta essenzialmente da Fait – suggerisce una utopistica celebrazione degli individui “liberati” da ogni loro identificazione comunitaria e la connette all’ardua ipotesi che finalmente si dispieghi un’epoca contrassegnata da “individualità democratiche” in grado di scrostare “convenzioni, vicoli ciechi, credenze, superstizioni, dogmi, meccanicità, schematismi, routine, drammatizzazioni e teatralità indebite”. Tutto molto bello e condivisibile, certo. Peccato presupponga però una palingenesi culturale a dir poco improbabile. La seconda via – battuta da Fattor – declina l’opposizione strutturale tra aderenza e distacco dal mito tornando a usare una chiave d’interpretazione paradossalmente etnica (paradossalmente: rispetto all’ispirazione generale del libro) e considera l’“ideologia tirolese” il responsabile principale (se non esclusivo) nell’attivazione delle dinamiche che porterebbero all’“esasperazione emotiva” e al “doping identitario”. Significativo, a questo proposito, che persino parlando dei programmi di un partito “italiano” molto sui generis come la Lega-Südtirol, Fattor ne metta in evidenza gli aspetti d’integrazione e di sostegno alla cooperazione tra i gruppi linguistici “autoctoni”, tacendo però sulla sua ispirazione populista e xenofoba, un’ispirazione certamente non molto distante da quella propria della destra tedesca pantirolese da lui aspramente, e giustamente, attaccata. In questo modo la “liberazione” si configura adesso come una sorta di fuoriuscita dalla caverna platonica, di affrancamento dai ceppi di un “Tirolertum” visto come un modello imbalsamato di identità collettiva e di oscurantismo tellurico (mentre su una parallela “ideologia nazionalista” italiana si tende a sorvolare, la si giudica ininfluente, perché non “direttamente” coinvolta in dinamiche di potere). Un ritratto più vicino insomma alla caricatura del “Tarrol” fatta da Carl Techet all’inizio del secolo scorso che alla realtà, sicuramente ancora conflittuale, ma anche più sfumata e contraddittoria, dell’attuale Alto Adige-Südtirol.

Corriere dell’Alto Adige, 19 agosto 2010

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34 thoughts on “La difficile ricerca di un Alto Adige diverso

  1. Contro il mito post-culturale.
    Perché auspicare cambiamenti radicali anziché graduali?

    di Valentino Liberto

    Vorrei aggiungere qualche sfumatura alla comprensione del libro “Contro i miti etnici” di Stefano Fait e Mauro Fattor, qui recensito da Gabriele Di Luca. Basta infatti scorrere l’indice del volume per accorgersi che il Sudtirolo tratteggiato dai due autori assume i connotati di una malriuscita caricatura. Una questione di metodo: l’opera si basa su un’interpretazione “provocatoria” della mitologia tirolese (considerata negativa e retrograda di per sé, nei suoi risvolti culturali) con l’obbiettivo di decostruirla. Un’operazione che nasce per l’appunto dalla descrizione semplificatoria che due “italiani” (un trentino e un bolzanino) fanno della cultura sudtirolese (ce n’è una sola?). Il pericolo non indifferente è quello di cadere nella retorica della scritta in latino sul Monumento alla Vittoria: è evidente infatti che non si tratti solo di una critica alla celebrazione dei “miti” à la Hofer, bensì all’intero humus culturale alpino-tirolese. Applicando – con un impianto illuminista un po’ desueto – un’analisi politologica adatta a un contesto più convenzionale (quando il tutto potrebbe esaurirsi col constatare la scarsa formazione politica di una popolazione plasmata dalla secolare ubbidienza cattolica e dalla vita di montagna), gli autori si ostinano a mantenersi aldiquà del guado, non “tradendo” il fronte etnico per capire l’altro gruppo linguistico dal suo interno. Attraverso il malcelato trincerarsi nella propria presunta superiorità, si attribuisce al DNA tirolese delle colpe che non ha: i miti non li ha creati la cultura “tedesca”, ma una certa lettura della storia e la sua istituzionalizzazione nella cornice autonomista, incapace di controllare la perpetua rappresentazione del conflitto. E il libro non tiene conto dell’autocritica in atto ormai da una quarant’anni nella società sudtirolese, fingendo non esista o non abbia prodotto alcun effetto tangibile.

    Immaginiamo ad esempio una giovane coppia d’un paese del Burgraviato. Lui, artista e mediatore culturale in un museo, con una mostra da organizzare in Francia, e lei, insegnante di materie economiche alle scuole superiori e promotrice di stage in aziende “italiane”. Entrambi di madrelingua tedesca (tra loro s’esprimono in dialetto sudtirolese) e laureati a Vienna, con una figlia di 7 anni che impara l’italiano giocando, trascorrono il Ferragosto in Maremma. Eppure, una famiglia custode gelosa di usi e costumi contadini tramandati di generazione in generazione, dall’agricoltura alla gastronomia, ed esponente d’un Sudtirolo radicato e “tipicamente tirolese”. L’incontro tra storia, tradizione e innovazione è però vissuto con equilibrio e in armonia, consentendo un’apertura verso il mondo contemporaneo prosciugata da pregiudizi o arroccamenti insormontabili. La difesa delle peculiarità identitarie nella propria Heimat – osteggiata da Fait e Fattor – non pregiudica affatto una sudtirolesità indivisa (“Gesamtsüdtirolertum”) dove il rispetto delle diversità si pone nell’ottica di un’identificazione territoriale plurilingue, laica, transfrontaliera e magari progressista. Il post-culturalismo teorico suggerito dal libro non paventa il rischio effettivo della venuta d’una Mischkultur assimilatoria, il che accenderebbe inevitabilmente gli animi più patriottici, provocando (vedi l’ascesa delle Destre in Europa, che vincono sui timori delle periferie regionali verso la globalizzazione) quel chiudersi su sé stessi giustamente criticato dagli autori.

    Il sospetto che nel fervore del libro sia insito un giudizio di valore (caratteristico dell’intellighenzia di certa sinistra internazionalista) verso “l’essere Südtiroler [di lingua tedesca]” e quindi un po’ provinciali, conservatori e montanari, attaccati alle tradizioni del Heiliges Land Tirol perciò molto spesso credenti e perlopiù d’orientamento cristiano-democratico, non rende onore nemmeno ad Alexander Langer, chiamato in causa da Fattor a conclusione del suo ragionamento. Langer certo “tradì” il suo gruppo linguistico per costruire un laboratorio ambientale e interculturale tra le Alpi e per diffonderne la conoscenza in Italia e in Europa, ma consapevole già in partenza delle enormi potenzialità della terra dalla quale proveniva. E nel suo motto “pensare globalmente, agire localmente”, la cultura popolare contadina (slegata dai nazionalismi, qualora fossimo in grado di assumere una dimensione politica europea) gioca un ruolo fondamentale come sinonimo di sostenibilità e cura del paesaggio, non di arretratezza culturale. Stili di vita che vanno perdendosi – e gli effetti negativi sul territorio si scorgono. Sostituirli con un linguaggio di stampo urbano e pseudo-liberale non solo risulta inutile, ma nefasto.

  2. Anch’io mi potrei trovare concorde con l’analisi di Valentino Liberto, ma confesso di non essere sicuro di aver capito tutto e quindi chiedo lumi.
    Dando per scontato che Valentino abbia letto integralmente e con attenzione il libro, devo pensare di non essere minimamente riuscito a far capire ai lettori (anche quelli più accorti) che:
    – ogni singolo mito/golem affrontato e, possibilmente, decostruito, è riscontrabile in ogni angolo del globo terracqueo ed è stato decostruito sostanzialmente allo stesso modo da tanti altri studiosi. Compito dell’antropologo è, infatti, quello di problematizzare ciò che si dà per scontato;
    – non c’è nulla di pseudo-liberale nel nostro linguaggio. E’, in effetti, un linguaggio smaccatamente ed orgogliosamente liberale e cosmopolita ed allo stesso tempo quanto più distante dal politicamente corretto, che consideriamo una vera e propria piaga dei dibattito pubblico locale ed internazionale;
    – è un libro che, per ciò che riguarda la mia parte, si rivolge a chi già la pensa a questo modo. Non sono un predicatore interessato a convertire chicchessia. L’intento è quello di incoraggiare chi già si sente cosmopolita e si è spogliato di appartenenze forti a procedere, a non sentire rimorsi, disagi e sensi di colpa come purtroppo spesso accade in questa realtà. Si vedano le interviste di “Una Città”, di cui ripropongo degli estratti:
    1. MISTILINGUE “La mia parte sinistra è completamente tedesca, mentre la mia parte destra completamente italiana. Le ho sempre vissute come due estremità che non possono andare d’accordo, come l’acqua e il fuoco. Solo ultimamente sto trovando una via di mezzo. Prima, o ero completamente tedesco (a casa parlavo un dialetto molto stretto), o ero completamente italiano. O una parte o l’altra. Quando ne vivevo solo una, l’altra ne soffriva. Dovevo sottomettere una parte per far vivere l’altra. Ho sempre vissuto così, fino a quando mi sono accorto che si trattava di una vera e propria violenza”.
    2. MADRELINGUA TIROLESE Confida di essere stato per lungo tempo ostile a “tutto ciò che aveva a che fare con l’essere italiano, adesso però la vedo diversamente. Anche gli italiani sono esseri umani e hanno quindi molto in comune con noi”.
    3. MADRELINGUA ITALIANA “Ero cambiata io. La mia apertura verso il mondo e il dialetto tedesco era, a pensarci bene, davvero una novità. Mentre ripensavo a come ero stata cresciuta, in una città a maggioranza italiana, frequentando scuole e ambienti esclusivamente italiani, capivo meglio anche la loro distanza da me e dalla lingua che ero lì ad insegnare. Comprendevo i loro e i miei pregiudizi. E sentivo il bisogno di recuperare, di recuperarmi. Di ‘traghettare’ per ritrovarmi”.
    – Questa terribile Mischkultur assimilatoria io non l’ho mai vista, né in Nordamerica, né altrove. Devo quindi supporre che si tratti dell’ennesimo mito. Ottimo materiale per il prossimo libro ;o) (a meno che non vi si voglia includere anche lo sterminio dei nativi americani o degli aborigeni australiani e, perché no, anche il tentativo di francesizzare l’Europa ai tempi di Napoleone – sono disposto a discuterne, ma troverò difficile riconoscermi nel ruolo di crociato della globalizzazione, essendo un feroce critico del capitalismo globalizzato).
    Altri dettagli che possono aiutare ad inquadrarmi:
    – sono completamente a favore dell’uso del dialetto sudtirolese su facebook, la rete sociale cosmopolita per antonomasia;
    – a dispetto di quanto si potrebbe credere, a malapena tollero la vita urbana;
    – considero gran parte della New Age come ciarpame retorico buono per manipolare menti vulnerabili;
    – non ho mai letto “Cuore”, di Edmondo De Amicis e non m’interessa farlo;
    – condivido completamente l’affermazione di, Tony, un Giusto tra le Nazioni di origini olandesi, citato nel testo: “Non credo alle cause giuste o sbagliate… Credo alle persone buone. Le persone sono le stesse da una parte e dall’altra. Potrebbero stare assieme se lo volessero, ma l’educazione è un serio ostacolo […]. Le persone sono terrorizzate dall’idea di lasciar andare la loro coperta di Linus, qualunque essa sia: la religione, il corpo dei marines, la fede ebraica o cristiana. Senza di esse si troverebbero a dover affrontare la propria umanità”.

    un saluto a tutti

  3. Concordo von Valentino. Trovo che questa idea di una palingenesi che porti ad un identità individuale senza alcun legame etnico sia utopica che nefasta, considerando che per un tirolese di lingua tedesca è gia tanto se riesce ad abattere l’idea di appartenenza ad un villaggio o una valle che fa di un altro tirolese di fuori un “Auswertiger” che equivale ad un semi-straniero che non non può più appartenere a tutti gli effetti a questo gruppo identitario.

    Prosequendo poi il discorso, penso che alla ricerca di un tirolo diverso si deva cercare un’altra via. La mia idea sarebbe di cercare il cambiamento tramite la valorizzazione della propria identità etnica e nello stesso momento cercare in un momento di appertura mentale di capire l’altro gruppo linguistico da una perspettiva interna. Questo comporta contemporaneamente di riflettere la propia identita nativa per allargarla e consolidarla nello stesso momento e di evitare di perdere la propia autenticità in un atteggiamento pseudo-cosmopolitico e pseudo-liberale.

  4. Gentile Stefano Fait, apprezzo quanto da lei scritto. Ma un libro “che si rivolge a chi la pensa allo stesso modo” assume le sembianze d’una opera per eletti, frutto d’un elitarismo di sinistra politicamente irrilevante e perciò inutile – se non controproducente. Temo lei non abbia capito come una ricerca accademica che pone sullo sfondo la critica alle culture ideologiche su basi cosmopolite, anti-capitaliste e internazionaliste (a loro volta ideologiche!) provochi l’effetto teorico paradossale di disintegrare ogni apporto costruttivo alla questione sudtirolese.

  5. se posso permettermi, desidererei fortemente evitare il Lei e le varie forme di cortesia che, in questo caso, servono solo ad allontanare le persone invece di avvicinarle (effetto-golem).
    Replicherò di nuovo per punti, sperando di facilitare la comprensione del mio pensiero:
    * rimango sempre stupito nel constatare che chi già trascende i legami etnici sia così fermamente convinto di far parte di una minutissima minoranza – come se nelle valli l’ottica cosmopolita fosse sconosciuta (trovo che questa sia una visione piuttosto cinica e paternalistica, a differenza della nostra);
    * come ho già spiegato a Gabriele, ritengo che almeno un 20% della popolazione locale sia pluri-identitario e comunque non abbarbicato all’identità di partenza e giudico una forma di estremo rispetto rivolgermi specialmente a loro, senza cercare di fare opera di proselitismo
    * Sul punto precedente Mauro Fattor la pensa sostanzialmente come voi, perchè vuole influenzare in modo marcato l’opinione pubblica locale. La mia idea è invece che si possa agire per gradi e dal basso, non dall’alto, in modo da non imporre a nessuno un drastico cambiamento di paradigma (di qui la mia ferma posizione sul diritto di espressione, Gabriele);
    * “effetto teorico paradossale di disintegrare ogni apporto costruttivo alla questione sudtirolese”. Torniamo all’espediente retorico dell’SVP: dopo di noi il Diluvio? Senza il pacchetto, il terrorismo? Non smuovete le acque o ci farete perdere il terreno faticosamente conquistato? Chi viene da fuori è meglio che non esprima la sua opinione? Non credo sia questo l’intento. Non credo che siate davvero convinti di essere seduti su una carica di C4 pronta ad esplodere. Talvolta vi esprimete come se fosse realmente così ma, a mio avviso, così facendo rischiate di diventare parte del problema e non della soluzione;
    * ci tengo a precisare che, oltre ad essere in linea con quello degli ispiratori di decine di costituzionalisti e giuristi internazionali che hanno collaborato alla stesura di decine di ammirevoli costituzioni nazionali, dichiarazioni universali e convenzioni internazionali, l’approccio da noi adottato affonda le sue radici nel pensiero di figure come Mo-Tzu, Buddha, Pitagora, Socrate, Gesù, Plotino, Walt Whitman, Ralph Waldo Emerson, Gandhi, M.L. King, Etty Hillesum, Iris Murdoch, Einstein, Adler, Husserl, Fromm, Arendt, Primo Levi, Albert Camus, Martha Nussbaum, Amartya Sen, (ammiccamento) Bruce Lee e tanti altri. Sarà anche una prospettiva utopica, ma evidentemente piace, visto che si tratta di pensatori di vastissima popolarità. Se ricordo bene sono quasi tutti citati nel testo;
    * un punto importante in risposta a: “la cultura popolare contadina (slegata dai nazionalismi, qualora fossimo in grado di assumere una dimensione politica europea) gioca un ruolo fondamentale come sinonimo di sostenibilità e cura del paesaggio, non di arretratezza culturale”. Come detto, non c’interessa spazzare via la cultura popolare contadina, che tra parentesi è tutt’altro che monolitica. C’interessa far sì che la classe dirigente non la strumentalizzi per perseguire fini che non sono necessariamente nell’interesse di tutti. Mi auguro, Valentino, che tu non intenda anche sostenere che sia meglio non esporre i contadini ad idee diverse da quelle tradizionali in modo da non distoglierli dalla loro missione ecologica e paesaggistica. Sarebbe moralmente insostenibile: alcolismo e suicidi non nascono per caso ed ogni giovane dovrebbe avere il diritto di scegliere come indirizzare la sua vita, cioé poter prendere una decisione informata (leggendo anche libri come il nostro, se così gli garba). State pur tranquilli che la vita rurale sta tornando di moda. Moltissimi giovani abbandonano le città se sanno di poter avere accesso ad internet e ad una mobilità garantita (non lo dico io, lo dicono numerosi studi specifici). La crisi internazionale è destinata ad avvantaggiare i contadini e bastonare chi risiede in centri urbani.

  6. Dimenticavo, non mi pare che “Spaesati” di Giudiceandrea abbia “disintegrato ogni apporto costruttivo alla questione sudtirolese”. Mi pare che in certi contesti altoatesini si sguazzi in una drammaticità e senso del tragico dell’esistenza che non è giustificata dalla realtà quotidiana. Dunque consiglierei di non caricare questo testo di una gravità che non merita (“nefasto” mi pare un attributo assegnato un po’ frettolosamente, che fa pensare a chi difende gelosamente il suo orticello, non ad un interlocutore il più possibile obiettivo, come certamente è Valentino). Inviterei dunque a considerarlo piuttosto come uno dei tanti tasselli, un punto di vista tra gli altri, come quello di Giudiceandrea e di mille altri che verranno dopo di noi e renderanno obsolete le nostre opere. Lo dico perché mi pare curioso che l’opera e le interviste siano state FINORA ben accolte negli ambienti di lingua tedesca, mentre invece gli ambienti di lingua italiana si sentono in dovere di difendere la presunta dignità ferita dell’altra parte, credo senza prima aver sentito cosa ne pensano gli esponenti di quest’ultima. Lo trovo molto nobile ma anche un po’…paternalistico, appunto.

  7. Pingback: Rassegna stampa: interventi sul Corriere dell’Alto Adige. « blaun.eu | Val.

  8. Preciso quanto segue, caro Stefano:

    – attraverso l’esempio concreto della felice famigliola del Burgraviato (realmente esistente!) ho voluto proprio evidenziare come quell’altro Sudtirolo di cui parliamo esista già nel vissuto quotidiano di molti nostri concittadini. Il 20%? Lo spero anch’io, forse anche più. Né loro né tantomeno io affermiamo la necessità di doversi definire o appartenere. Ma con una risata non spazziamo via il persistere di quei gruppi a noi vicini, la cui identità è circoscritta dai più svariati distinguo caratteriali (veri o presunti). Non sarò certo io – da cittadino di Bolzano/Bozen e studente di Scienze politiche in Toscana – a difendere a spada tratta la vita rurale tirolese. Non tollero però facili generalizzazioni su una realtà difficile di suo e complicata dagli equilibri etnici. Di qui il mio sbottare riguardo al “disintegrare” il dibattito sulla questione: qualora il tuo libro non venisse snobbato p.es. dal Dolomiten, ci porterebbe indietro di quarant’anni. Per fortuna nostra – al contrario di quanto affermi – nessun “tedesco” ha ancora recensito il libro in modo critico. E temo per voi, ciò non accadrà.
    – non serve scomodare Gesù Cristo: sempre il riferimento ad un Alexander Langer (brandito in malomodo dal Fattor, il quale ne ha frainteso lo spirito) basta e avanza a mio parere per dimostrare che il dibattito per un Sudtirolo interetnico ha radici interne al mondo “tedesco” locale – e argomenti a suo favore. Basta andarsi a leggere i suoi scritti (e quelli di alcuni storici e giornalisti) per scoprire come non vi sia nulla di nuovo nella decostruzione dei diversi miti, credenze e arcaismi locali. Sventolare la conoscenza dell’umanità mi sembra a dir poco eccessivo. E un po’ patetico.
    – la critica da noi mossa si dirama in due direzioni: in primis la mancanza totale d’una visione d’insieme sulle dinamiche tra gruppi linguistici e in secondo luogo l’innalzamento di un mito cosmopolita utopistico (cioé fuori luogo) come anti-mito verso il mito che si vuole venga distrutto (quello tirolese). Per decostruire le strutture mitologiche sudtirolesi non occorre contrapporgliene un’altra in forma di sovrastruttura utopica e quindi politicamente irrealizzabile in loco. A meno che non ci si voglia limitare a esercizi intellettuali da salotto.

  9. Accidenti. Volevo prendermi un po’ di tempo, prima di reagire alla reazione, ma qui, vedo, la cosa è slittata molto in avanti. Prometto che cercherò di rispondere agli interventi di Stefano e di spiegare un po’ meglio il senso della mia critica. Temo che un vero dibattito non sia ancora cominciato e siamo solo alle fasi preliminari. Ma va anche bene così.

  10. @val
    accidenti anche da me, ich kann hier leider nicht mehr mitdiskutieren, weil du, und das finde ich nicht schlecht für einen “studioso, eigentlich alles schon gesagt ahst, hut ab und kompliment für deine vortreffliche argumentation. ich werde jetzt auch das buch lese, mal schauen, was dabei rauskommt.

  11. …appena tornato dalla vacanza mia mamma mi consegnò questo libro. Appena letto mi riservo di contribuire a questa discussione….so long!

  12. – se il desiderio di apertura al mondo è un mito allora è il tipo di mito che sono disposto ad abbracciare, come i pensatori citati in precedenza che non si sono curati troppo del politicamente corretto – quel principio liberticida ed inebetente secondo cui non è lecito ferire le sensibilità altrui e quindi è sempre bene star zitti, a prescindere. Se gradite, questo è il punto di vista di Eric R. Wolf, uno dei più grandi antropologi della storia: “Difendo la mia convinzione che il compito dell’antropologia sia quello si affermare la possibilità di una vera scienza dell’uomo. Sappiamo tutti che questa scienza dell’uomo allo stato embrionale è in pericolo, proprio come lo è l’umanità…l’umanità può farcela oppure no, e la vittoria potrebbe costare quasi quanto la sconfitta. Tuttavia la logica dell’approccio antropologico è esplicita, indipendentemente dal fatto che gli antropologi siano in grado di esserne all’altezza. Abbiamo dichiarato e dimostrato l’unità dell’umanità nell’articolazione di un processo culturale. Negare questi legami con il nostro passato e presente significa restringere la nostra prospettiva, ritrarsi verso un adattamento più limitato, voltare le spalle a ciò che possiamo ancora diventare. […]. Il punto di vista antropologico è quello della cultura mondiale che si sforza di nascere….se questa cultura fallirà, analogo sarà il fato dell’antropologia”.
    – sicuramente il Dolomiten cercherà di ignorare il libro. Che questo sia un bene per la società civile locale lo dubito fortemente. Pare però che, per fortuna, il Dolomiten non rappresenti l’intera area culturale di lingua tedesca/dialetto tirolese, anzi;
    – quarant’anni di arretramento per colpa del nostro libro sembra, spiace dirlo, l’affermazione di qualcuno che non ha letto il libro ma l’ha solo sfogliato e visto/letto le interviste (se non è così mi scuso immediatamente!) e che si/ci prende un po’ troppo sul serio. In Israele, Irlanda, Indonesia e Sud Africa, paesi che vivono in una situazione realmente drammatica, A DIFFERENZA DELL’ALTO ADIGE (un luogo privilegiato sotto moltemplici punti di vista), libri come questo (libri molto più forti di questo!) non hanno causato alcuna catastrofe, ma sono serviti ad interrogarsi (almeno da parte di chi ha scelto di farlo). Tremo all’idea che Valentino possa avere anche per un solo secondo desiderato che questo libro non fosse mai uscito o che sparisse da librerie e biblioteche (tremo perché confermerebbe l’impressione di una profonda carenza di cultura liberale del panorama intellettuale-culturale locale, persino tra chi si dichiara progressista e pubblica le sue considerazioni su un quotidiano ufficialmente liberale);
    – il mio unico obiettivo era quello di introdurre nel dibattito contributi esterni ad un sistema che percepisco come fin troppo narcisisticamente autoreferenziato e che si parla addosso, con grande ma a tratti comica solennità, da fin troppo tempo, nonostante gli sforzi di molti (inclusi i forestieri “naturalizzati”);

    Ripropongo, per chi non ha avuto la possibilità di leggerla, la replica mia e di Mauro alle recensioni di Gabriele e Valentino:

    “Viviamo in un’epoca in cui è più facile immaginarsi la fine del mondo che la fine del capitalismo. Analogamente, in Alto Adige, pare sia più facile immaginarsi un futuro d’incessanti contrapposizioni istituzionalizzate rispetto ad una società di individui emancipati e cosmopoliti, che peraltro rappresenta la realtà quotidiana di milioni di persone nel mondo e non è per nulla sconosciuta o categoricamente ostracizzata nelle valli alpine. Per di più, gli oltre 40mila residenti stranieri in Alto Adige, provenienti da 126 paesi, dovranno pure contare qualcosa.
    L’afflusso di immigrati, la fine del benessere garantito, internet, lo studio dell’inglese, esperienze di studio e lavoro all’estero e un crescente numero di coppie miste, faranno saltare il banco, aprendo la strada all’individualità democratica che predomina nei paesi nordici, così universalmente ammirati.
    Sarebbe saggio pensare a cosa verrà dopo un sistema che è già morto ma non lo sa ancora perché, ostaggio di estremismi ideologici e psicologici, ha inserito il pilota automatico della disputa su chi ha subito il trauma peggiore.
    È bene uscire dal pantano della vittimocrazia, della mancanza di strategie e progettualità, della perpetua sensazione di essere seduti su una cassa di esplosivo instabile. Uscirne per ridefinire una forma di partecipazione alla vita civile all’insegna di principi e valori comuni, non di distinzioni, separazioni ed appartenenze forti.
    Abbiamo cercato di mostrare come i miti e gli idoli che hanno governato l’immaginario locale siano frusti e disumanizzanti, per rincuorare le migliaia di residenti orientati a trascendere orientamenti politici ed affiliazioni religiose ed etniche, senza attendere i tempi biblici di un establishment elefantiaco. Per loro la costruzione della casa comune è terminata e le impalcature vanno rimosse. Mussolini e Hofer non possono determinare la loro vita, nel terzo millennio.
    È vero che in questa fase di crisi globale si registra una regressione nel processo di commistione e sperimentazione e si costruiscono più muri che ponti, ma resta il fatto che l’attuale Alto Adige, come il Veneto “catalano” o il Trentino “neo-hoferiano” rappresentano un passato che logora il tessuto democratico locale ed è tenuto in vita anche da una logica di egoismo materialista dissimulato dalla retorica identitaria. L’utile prevarrà sull’ideologico, quando l’ideologico non sarà più utile e allora sempre più pesci locali apprezzeranno acque diverse, senza eccessive trepidazioni.
    *****
    Di Luca osserva correttamente che non è stato preso in esame il nazionalismo italiano in Alto Adige in quanto non “direttamente” coinvolto in dinamiche di potere. Vero, ma non si tratta solo di questo. Si tratta di una scelta consapevole – e la citazione da Techet in apertura di capitolo non era casuale – dettata dalla diversa natura dei due nazionalismi: quello tirolese è strutturato, assolutamente trasversale e con un solido impianto ideologico socialmente riconosciuto; quello di matrice italiana al contrario è, nella sua declinazione locale, il prodotto di una debolezza politica e quindi, al contrario di quello tirolese, non è trasversale, è disorganico, tardivo e sostanzialmente privo di contenuti culturali. In altre parole, non riesce ad essere autenticamente “ideologico”. Metterli sullo stesso piano, in ossequio al politicamente corretto, sarebbe un errore concettuale.
    Il rischio era infatti quello di fornire al lettore una visione distorta della realtà sudtirolese, come di un’arena in cui si fronteggiano ideologie nazionali contrapposte e, più o meno, di pari peso. Non è così. Abbiamo perciò deciso, con una scelta coerente, per quanto contestabile, di non dare adito a fraintendimenti, concentrandoci su quello tirolese, l’unico fino ad oggi in grado di condizionare e orientare le scelte dell’autonomia altoatesina. Questo non significa che il nazionalismo italiano, in sede di analisi politica (e non sociale o culturale) non meriti di essere approfondito ed analizzato, anzi ci ripromettiamo di farlo.
    Rivendichiamo il diritto di occuparci criticamente e unilateralmente dell’ideologia tirolese senza per questo essere anti-qualcosa (antitirolese o, peggio ancora, antitedeschi), un’idea figlia del peggiore pregiudizio etnico, lo stesso che negli anni Settanta condannava Langer tra gli antiautonimisti tout court perchè contestava la Volkspartei.
    Quanto alla Lega, certo può flirtare con i partiti della destra tedesca sui temi dell’immigrazione, non meno di quanto l’Union possa fare coi Verdi sui temi della tutela del paesaggio, quanto capita. Ma quello che ci interessava era mettere in luce il modo di porsi dentro il modello autonomista dei diversi partiti, di interpretare e proporre “spontaneamente” ai propri potenziali elettori il modo di stare dentro un modello di organizzazione di una società etnicamente tripartita, cioè il nostro modello attuale. Questo abbiamo fatto”.
    *****
    Come considerazione finale, consiglieremmo di non caricare questo testo di una gravità che non merita (“nefasto” è un attributo affibbiato un po’ frettolosamente). Andrebbe considerato piuttosto come uno dei tanti tasselli, un punto di vista, un contributo critico che aiuta a mettere a fuoco alcuni aspetti della realtà altoatesina. Lo diciamo anche alla luce del fatto che, finora, l’opera e le interviste sono state ben accolte negli ambienti di lingua tedesca, mentre gli ambienti di lingua italiana si sono sentiti in dovere di difendere la presunta dignità ferita dell’altra parte, forse senza neppure aver interpellato gli esponenti di quest’ultima. Un atteggiamento nobile, ma anche un po’ paternalistico, appunto. Da questo punto di vista cerchiamo di fare un passo avanti: le idee sono gettate nell’arena della discussione senza pretese di assolutezza e senza chiederci se il nostro “passaporto” ci consenta di farlo. Non solo: chiunque abbia avuto la pazienza di leggere il libro, avrò colto nella prefazione e nella postfazione elementi che mitigano i contenuti del libro e che li relativizzano, aiutando il lettore ad avvicinarsi ai nostri argomenti in modo corretto. È stata una precisa scelta”.

    Vorrei infine precisare che non credo di aver problemi a comprendere i commenti in tedesco (col tirolese avrei invece seri problemi), ma potrò rispondere solo in italiano (o in inglese). Me ne scuso con tutti.

    un saluto

    Stefano

  13. Gabriele, non credo sia strettamente necessario sparare tutte le cartucce fin d’ora. Come sai, prima di fine settembre non si terrà alcuna presentazione al pubblico. E’ lì che autori e critici/sostenitori possono fare la differenza (e magari dare più visibilità al tuo blog, che la merita). Inoltre l’idea è quella di legare il tutto alla questione del censimento linguistico del 2011, idea che, come hai visto, ha già “stimolato” Franco Kettmeir.
    Ce la metterò comunque tutta per provare a rispondere alle critiche, nei limiti delle mie disponibiltà di tempo ed energie, perché giudico che i dibattiti siano più preziosi dei libri (o articoli) che li suscitano. Ribadisco però che non mi sento in dovere di reiterare concetti già espressi, anche se l’interlocutore non ritiene che le mie risposte siano state esaurienti e soddisfacenti.

  14. – Vorrei solo fosse chiarita una cosa, altrimenti non ci capiamo: il libro quale aspirazione ha? Rivolgersi “al mondo” come ricerca antropologica (quindi intellettuale ed accademica, che non tiene conto di sensibilità politiche né di altro tipo) oppure al Sudtirolo come opera di stampo politico, ovvero con un fine, degli obiettivi di natura politica? Perché mi pare che su questo si ondeggi molto nelle vostre argomentazioni, anche per la diversa concezione che Fait e Fattor, temo, hanno dell’opera. E’ facile schernirsi dietro alla vocazione antropologica del libro quando però si vogliono provocare effetti politici tangibili (l’auspicato collegamento col censimento, ad esempio). La citazione di Eric Wolf, purtroppo, non c’aiuta a tracciare un distinguo che a ben guardare risulta necessario.

    – Bah, ad eccedere nell’interpretare i miei commenti sei tu: sul presunto mio auspicio che il libro non uscisse, non fosse venduto o non venga criticato per nulla, infatti, sbagli di grosso. Da liberale quale sono anch’io, non mi permetterei mai di praticare una censura simile. Ci mancherebbe altro. Penso in ogni caso che la società civile abbia gli anticorpi necessari per metabolizzare e reagire a questo tipo di riflessione. Resto però della mia opinione: un dibattito di questa matrice attorno ai “miti” (a livello di discussione pubblica teorico-intellettuale o peggio ancora se spostata a quello politico) non ci porta certo in avanti.

    Proseguirò poi in un altro commento nel rispondere alla tua lettera pubblicata sul Corriere dell’Alto Adige.

  15. * Il descrivere un saggio che ha richiesto un’enorme elaborazione e che cerca di toccare molti temi in una maniera inconsueta ma per quanto possibile sofisticata, suggerendo numerosi paralleli e ancor più numerosi spunti di riflessione, come inutile, nefasto, controproducente, paragonabile ad una risata, suscettibile di “disintegrare ogni apporto costruttivo alla questione sudtirolese”, o che “ci porterebbe indietro di quarant’anni” non facilita il dibattito, non rende onore al recensore (che si macchia delle colpe che imputa agli autori) e, devo dire, genera un’aspettativa nei confronti del libro che forse non merita. Miglior pubblicità di questa non potevamo ricevere.
    * Il libro ha un’unica aspirazione, quella di creare un salutare dibattito. Ben prima di presentarlo ufficialmente al pubblico, ha già ricevuto una visibilità a dir poco stupefacente anche sui media di lingua tedesca e in Trentino. A pochi giorni dalla sua uscita nelle librerie, si è meritato già due recensioni di alto profilo e l’opportunità di replica. Considerato che sarebbe nell’interesse di molti farlo passare sotto silenzio, non potremmo essere più soddisfatti. Il fatto che io prediliga il dialogo con il pubblico e Mauro preferisca arrivare dritto al sodo dipende da una diversità di indole, formazione ed esperienza di vita che vedo come una risorsa, non come un ostacolo da temere. Altrimenti non avrei scritto ciò che ho scritto.
    *****
    Domani è l’ultimo giorno in cui potrò rispondere con una cura ed un’attenzione commisurate al problema ed alle eventuali preoccupazioni di chi segue il blog o sta leggendo il libro. Poi per alcuni giorni dovrò assentarmi.

    Ringrazio tutti per la partecipazione ed in particolar modo Valentino che mi sta aiutando a farmi le ossa (è il primo libro che pubblico) e ad affinare le argomentazioni.

    Stefano

  16. Caro Stefano, da parte mia accolgo molto volentieri il tuo invito a non sparare subito tutte le cartucce. Sono convinto, infatti, che dopo questo primo giro di reazioni e controreazioni (avvenuto sul Corriere e anche qui) la discussione debbe riprendere anche in altri luoghi, con altre modalità. È un fatto che questi luoghi non sono “dati” e che se volessimo davvero avviare un serio confronto (non meramente pubblicitario), bisognerebbe impegnarsi a fondo e invitare anche altri (chi può predisporre, per l’appunto, luoghi e canali adatti alla discussione del libro) a impegnarsi in tal senso.

    Come semplice promemoria, tanto per tracciare brevemente qualche appunto suscitato dalla lettura dei tuoi nuovi commenti, io metto sul piatto queste mie considerazioni.

    1. Rimango perplesso sul “metodo” utilizzato dagli autori del libro riguardo la strategia decostruttiva dei miti. Un mito è un racconto o un complesso di racconti. Funzionano, questi racconti, se qualcuno li narra e qualcun altro li ascolta “credendo” a ciò che viene narrato. Ma una decostruzione del mito non può mettere capo a una semplice assunzione del tipo: quel che viene raccontato non è vero. Giacché è la “credenza” (non la “verità”) la posta qui in gioco. Allora, dicevo io, per ottenere una decostruzione efficace non bisogna mettere in campo una visione illuministica della critica ai miti. Bisogna, anzi, sottoporre a una critica preventiva anche questa stessa visione illuministica! E questo – a maggior ragione – nel caso dell’esame di una società (quella sudtirolese) che mitologicamente prospera sull’opposizione (ingenuamente praticata) di mito e anti-mito. Questo era il punto fondamentale della mia analisi. E nelle repliche questo punto non è stato minimamente sfiorato. Probabilmente perché troppo “criptico”. Penso che ci sia bisogno di tornarci sopra.

    2. Il libro si intitola “Contro i Miti etnici”. Miti: plurale. Continuo dunque a ritenere del tutto insoddisfacenti le osservazioni di Fattor, quando afferma che solo in virtù di una inopportuna correttezza politica si potrebbe ritenere il suo contributo unilaterale. La correttezza politica non c’entra nulla. Proprio nulla. Se l’analisi dei miti (plurale!) deve risultare credibile, occorre che venga esibito il terreno mitologico sul quale quei miti prosperano. E non potrà non balzare agli occhi che si tratta di un terreno “sistemico”, sul quale una narrazione x si oppone a una narrazione y e se ne nutre. Langer (citato da Fattor) ha criticato il “sistema” sudtirolese nel suo complesso e non ha mai fatto sconti a nessuno. Il suo è, per l’appunto, uno sguardo PANOTTICO o BIFOCALE. Fattor adotta uno sguardo MONOCOLO. In questo andrà sicuramente delusa la sua aspettativa: spiacere a tutti. Piacerà moltissimo agli italiani.

    Ultimo punto: Stefano, tu dici che il libro è stato accolto bene dai media tedeschi. Me ne rallegro di cuore (tu certamente non puoi avere il dubbio che io mi auguri sul serio il massimo successo di questo libro). Ma questa accoglienza ha prodotto anche delle recensioni “serie”? Qualcuno si è preso la briga di commentare le posizioni espresse dal libro in un modo comparabile a quello che stiamo facendo qui? Mi permetto di dubitarne. E aggiungo: purtroppo. Sì, purtroppo mi permetto di dubitarne. Ma se ciò accadesse sarei veramente interessato a capire che tipo di ricezione sarà possibile avere nel mondo di lingua tedesca.

  17. Caro Stefano, cerco di rientrare nel cuore del libro, tralasciando per un attimo il mio giudizio sui “fini” e la struttura del vostro lavoro a quattro mani. Una valutazione a tratti impietosa, lo ammetto, perché non disinteressata: in quanto “cittadino sudtirolese” che si muove trasversalmente tra i due principali (definiamoli così) “agglomerati culturali”, mi sento in parte colpito e risentito rispetto a un’analisi non del tutto complessiva – come giustamente sottolinea Gabriele – che può toccare anche emotivamente proprio per la sua auto-dichiarata e un pizzico supponente “unilateralità” nello smontaggio della cultura locale. Di qui il mio “allarmismo”, più teorico che pratico, perché il “fare ideologia” contro l’ideologia mi spaventa, seppure venga praticata su un livello di rappresentazione astratta. Non sembri affatto estraneo alla creazione di “idoli” nei quali credere (anche giusti, come un universalismo cosmopolita costruito da individui consapevoli) e dei quali tu stesso ti fai portatore. Ciò in ogni caso dimostra quanto l’identificazione collettiva (o spiccatamente individuale, direi) vada ben aldilà degli stessi “miti” descritti nel libro, coinvolgendo anche persone fermamente intenzionate a distaccarsi dalla matrice di provenienza per aprirsi e farsi contaminare da altre esperienze, culture, appartenenze. O addirittura volte a cancellare l’appartenere “per forza” a cultura e credenze, qualsivoglia essa siano, per essere cittadini del mondo liberi da idolatrie.

    Premesso questo, come detto, il binario sul quale ho avviato la mia analisi partiva da un forte scetticismo sul metodo, ben esposto per l’appunto da Gabriele. Le radici sulle quali si erge l’albero sudtirolese sono sature di linfa identitaria e presupporre un loro sradicamento significa lavorare su secoli di storia cristiana, montanara, agricola, conservatrice. Ma appunto: il vero problema del Sudtirolo, l’ostacolo più grande che ci impedisce proprio di lavorare su QUEGLI aggettivi – non consentendoci di iniettare in QUELLE radici un’altra linfa, più aperta e internazionale, post-ideologica, laica e liberale – NON è costituita SOLO dalla fermezza identitaria d’una popolazione alpina che si richiama al Tirolo, bensì dai meccanismi di autodifesa indotti dall’impianto “etnico” dell’Autonomia, dal rapporto tra maggioranza/minoranza sul territorio sudtirolese (tedeschi+ladini / italiani) e nello spazio nazionale italiano (italiani / tedeschi+ladini) che NON c’ha permesso sinora di superare il trincerarsi nelle identità collettive e quindi in atteggiamenti (anche elettorali) di esclusione e fortificazione dei gruppi linguistici. Insomma, l’analisi complessiva non doveva certo dimostrare che tra gli italiani del Sudtirolo vi siano “miti” di eguale portata (è vero il contrario, infatti, come giustamente affermi) bensì comprendere che prima di decostruire i miti occorre decostruirne la fonte principale, il motore alimentato da un propellente inesauribile e perpetuo. Ad esempio, nel Tirolo del Nord la mancanza della cornice compromissoria, ovvero l’assenza della necessità di tutelare chicchessia, permette alla società di evolversi più facilmente: tra le fila dei cappelli piumati d’Oltrebrennero vi sono più progressisti (molti di loro sono socialdemocratici) ed europeisti che tra quelle nostrane. Ergo: essere contro i miti etnici significa essere contro l’applicazione sistematica del gergo autonomista, PERO’ (nel caso si pretenda di approcciarsi costruttivamente alla questione) si DEVE proporre una soluzione alternativa che non tocchi solo un gruppo linguistico ma sia in grado di proporre per tutti una visione d’insieme futura e non futuribile. Un’indipendenza dalla storia di cui accennai in passato nell’occuparmi della querelle “autodeterminista”:

    http://blaun.wordpress.com/2009/03/27/un-sudtirolo-indipendente-dalla-storia/

    Sono consapevole che non sia facile immergersi in un punto di vista [molto] “interno” alla questione, ma hai accettato la sfida e hai la volontà per comprenderla a fondo. La discussione qui presente lo dimostra. In attesa d’una tua risposta spero d’essere stato esauriente nell’esporre le mie posizioni e chiedo venia per ogni esagerazione precedente. Danke.

  18. @Gabriele,
    “Ma una decostruzione del mito non può mettere capo a una semplice assunzione del tipo: quel che viene raccontato non è vero…Bisogna, anzi, sottoporre a una critica preventiva anche questa stessa visione illuministica!”.
    Questo è il punto debole della mia enunciazione, quello che la può far collassare come un castello di carte. Vediamo perché. Io risponderei: perché no? Come ho spiegato alla conferenza stampa sono personalmente convinto che il relativismo morale non sia un necessario corollario del relativismo culturale. Per fortuna il mondo antropologico ha superato la fase in cui contestava la legittimità della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Dunque, sempre a mio parere, esistono migliori approssimazione del vero, del bene e del giusto. Tuttavia non posso provarlo e quindi non posso nemmeno provare che ciò che dico sia realmente importante e più ragionevole della media (hai visto quanto si schermiva David Foster Wallace con gli studenti?).
    Il 4 luglio 1776 gli “Americani” dichiaravano che: “sono per se stesse evidenti queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità”. Non esiste alcuna prova empirica della fondatezza dei diritti umani e civili. Queste verità NON sono “per se stesse evidenti”. Sono un’invenzione dell’uomo quanto l’idea che una società laica o atea andrebbe incontro allo sfacelo o che la natura umana è congenitamente malvagia, egoista ed aggressiva.
    La dottrina dei diritti dell’individuo è dunque frutto di un’operazione mitopoietica? Certamente sì. Se una persona NON crede all’idea di trascendenza questa è l’UNICA conclusione possibile. Ne consegue che il mito di Hofer è logicamente (e moralmente) equivalente al mito dei padri fondatori americani o dei padri della costituzione italiana (e austriaca) e che il cosmopolitismo non è migliore del campanilismo (dividere non è necessariamente peggio che unire, in senso evolutivo, ad esempio). Senza una forma di trascendenza del materialismo (la prospettiva favorita da Giudiceandrea) io non posso addurre alcun fondamento per la demolizione dell’assetto etnico locale: il relativismo morale sarebbe l’unica posizione logicamente difendibile.
    Questo perché la natura è moralmente neutra, società e cultura sono contingenti, la storia è interpretabile. Questo è il messaggio della postmodernità e non se ne esce. Nietzsche e Dostoevskij sono statiforse i primi a capirlo. La risposta del primo è stata: “la volontà dell’eccellente deve prevalere e costituirà il nuovo criterio morale” (Darwinismo sociale). La risposta del secondo è stata: “Dio non è morto, l’umanità ha semplicemente deciso di fare come se la realtà materiale fosse l’unica disponibile, ma sbaglia se crede di poter fare tutto ciò che le pare – i nodi arriveranno al pettine”. Io sto con il buon Dosto (affettuosamente abbreviato).
    Dunque Gabriele, hai un bel dire che va decostruito il mito illuminista. E’ già decostruito, è solo che la gente fa finta di niente e difende la Costituzione solo perché il Zeitgeist lo prevede (ma Bossi, Berlusconi, Opus Dei, ecc….). Le cose potrebbero cambiare in peggio, come “presagisco” all’inizio del libro e, se ciò dovesse accadere, sarebbe bene abbandonare tutti i miti che dividono ed abbracciare i miti che uniscono, perché altrimenti saranno “c… amari”.
    Per questo giudico che la mia esposizione sia sufficientemente rigorosa finché si tratta di decostruire i miti localistici. Nella transizione verso l’elogio di quelli universalistici non lo può essere perché, pur ritenendoli tali, mi rifiuto di smascherarli per quello che sono: convenienti finzioni. Perché sono così approssimativo? Perché, come mi sembra di aver abbondantemente documentato nei capitoli “new age” (come sono stati impropriamente definiti), ritengo che il riduzionismo materialista (e quindi il relativismo morale) siano un abbaglio e che la meccanica quantistica fornisca adeguate indicazioni a sostegno di una visione alternativa della realtà, dove i miti universalistici sono in effetti più vicini al vero e al bene comune. Tuttavia, per corroborare questa mia posizione, avrei dovuto addentrarmi in un’analisi che ben poco aveva a che fare con il tema centrale: “come superare le divisioni tra gli esseri umani in Alto Adige”. Ergo, la mia parte rimane monca, tanto quanto lo è, a vostro avviso, quella di Mauro. Per questa stessa ragione mi rivolgo ad un certo segmento di pubblico, che possa comprendere la questione ontologica che pongo e la soluzione che fornisco. E’ elitismo? Sì, ma che alternative ci sono, se uno vuole essere onesto con se stesso e con gli interlocutori? Le contraddizioni del nostro pensiero giuridico e morale non si possono eliminare con un “chissenefrega”!
    *****
    “Questa accoglienza ha prodotto anche delle recensioni “serie” (sui media tedeschi)?
    No e credo che le uniche recensioni in tedesco che arriveranno appariranno su FF e Tageszeitung (che è già stata molto generosa con noi), ma non prima della fase degli incontri col pubblico. Non è un libro facile da leggere per un madrelingua italiano, figuriamoci per chi, generalmente, fa uso del tedesco o del sudtirolese. Comunque le recensioni sono molto importanti perché senza di loro un libro sarebbe morto in fasce ma, senza nulla togliere ai vostri meriti, secondo me ancor più importanti sono i segnali che giungono da chi normalmente non ha una voce pubblica e usa i canali informali.

  19. Premetto che non intendo pormi a difesa di Mauro Fattor. Quando lo incontrerete di persona saprà difendersi da solo. Mi basta solo che si sappia che lui ritiene di essere uno di quelli che hanno raccolto il testimone di Langer. Io evito Langer per non finire come i puritani del New England che ignoravano/bandivano Milton e Shakespeare perché avevano già le Sacre Scritture. Langer mi piace e l’ho difeso ad una trasmissione TV in Trentino, ma ora non c’è più e lui stesso ci chiederebbe di emanciparci da lui, cosa che mi pare si stia gradualmente riuscendo a fare.

    @Valentino
    “Non sembri affatto estraneo alla creazione di “idoli” nei quali credere (anche giusti, come un universalismo cosmopolita costruito da individui consapevoli) e dei quali tu stesso ti fai portatore. Ciò in ogni caso dimostra quanto l’identificazione collettiva (o spiccatamente individuale, direi) vada ben aldilà degli stessi “miti” descritti nel libro, coinvolgendo anche persone fermamente intenzionate a distaccarsi dalla matrice di provenienza per aprirsi e farsi contaminare da altre esperienze, culture, appartenenze. O addirittura volte a cancellare l’appartenere “per forza” a cultura e credenze, qualsivoglia essa siano, per essere cittadini del mondo liberi da idolatrie”.
    Come avrai letto nella mia risposta a Gabriele, non posso affermare di essere immune dall’idolatria. Con oltre il 90% del nostro DNA che è non codificante (spazzatura inerte) ed una pletora di difetti di funzionamento mentale, tra i quali: egocentrismo, auto-inganno, fallacie logiche, soggettività emotiva, bisogno di appartenenza, dipendenza da figure autoritarie/autorevoli, pensiero binario-manicheo, vulnerabilità alla pressione gregaria, ignoranza, percezione selettiva della realtà, mancanza di facoltà psichiche, ecc., sarebbe un atto di sconsiderata arroganza considerarsi immuni da limitazioni del pensiero. Purtroppo non lo siamo e per questo è facile cadere nella trappola degli idoli. Io non scrivo da uomo liberato ma da uomo che cerca di liberarsi assieme agli altri (non contro gli altri) e mi rivolgo a chiunque cerchi di affrontare questi idoli, dopo aver preso coscienza del fatto che esistono e che ci imprigionano. Semplicemente non credo che il destino dell’intera umanità sia quello di soccombervi, perché allora davvero non avrebbe senso essere progressisti, democratici, liberali e cosmopoliti. Tanto varrebbe gettare la spugna ed affidarsi al leader carismatico di turno. Tuttavia, come detto, non posso addurre alcuna prova se non le parole di quei pensatori già citati e la virtuale certezza dei fisici quantistici che la realtà è maestosamente complessa, molto più di quanto tendiamo a pensare (i principi di sovrapposizione, d’indeterminazione e di complementarietà, assieme ad altri postulati più recenti, convergono verso la stupefacente tesi che: “la coscienza rende reale ciò che non lo è” – un enunciato prettamente buddista che darebbe del filo da torcere a Gabriele ;o).
    Sono d’accordo con il resto della tua analisi ma, poiché non credo in una riforma dall’alto, propendo per la diffusione di una maggiore consapevolezza, conoscenza ed attenzione tra la popolazione che produca uno slittamento dei presupposti di cui si nutrono l’identitarismo, l’impianto etnico dell’Autonomia, i rapporti interetnici, il nazionalismo italiano, ecc. La nostra differenza risiede nel fatto che non credo alla capacità della politica, da sola, di cambiare la società. Temo le rivoluzioni, credo nelle riforme spirituali. Mi spiace che l’espressione “riforma spirituale” suoni completamente ridicola agli orecchi di persone cresciute nella società del cinismo contemporaneo, ma in fondo Vendola non sta facendo nulla di diverso e, almeno in Puglia, è riuscito a dimostrare che un comunista omosessuale ambientalista laico può vincere e convincere parlando ANCHE al cuore della gente, non solo al cervello ed alla pancia. Per questa ragione, tra l’uovo dei miti e la gallina della proporzionale etnica, io scelgo di aggredire l’uovo (che tra l’altro mica si può ribellare, povero uovo ;o). In questa maniera io mi propongo di ridurre le “distanze interne tra cittadini e pubblica amministrazione, tra gruppi linguistici, tra mono- e plurilinguismo, tra generazioni, tra sviluppo e ambiente, tra memoria storica e modernità” (tuo intervento sul Corriere).
    Davvero non credo che i due approcci siano in contrapposizione. Penso che si sostengano a vicenda. Tra gli obiettivi comuni io però non includo la creazione dell’ennesimo staterello – i microstati sopravvivono solo se diventano narcofeudi (Kosovo, Guinea Bissau), paradisi fiscali (Lichtenstein) e dittature “soft” (Singapore).

  20. Scusate la prolissità, ma vorrei proporre qualcosa di nuovo invece di limitarmi a chiarire il mio punto di vista sul libro.
    Partiamo da un dato. Nel 2007 la Provincia di Bolzano condivideva con l’Emilia Romagna il primato per le violenze domestiche sulle donne (oltre il 10% delle donne in Alto Adige), sebbene in una situazione di diffusa omertà e ritrosia a denunciare gli abusi subiti (persino in Emilia Romagna!). Statisticamente, le società più autoritarie sono anche quelle più legate ai miti che abbiamo cercato di sfatare, quelle in cui le violenze su minori e donne sono più endemiche e dove il capitale sociale è più basso (ossia ci si aiuta perché si deve farlo e non spontaneamente, o si attende che sia lo stato a decidere per tutti). Le società più liberali e cosmopolite sono invece quelle dove i diritti di donne, minori, disabili, ecc. sono meglio tutelate (dalla legge ma anche dalla stessa società).
    Se i miti-golem contribuiscono in qualche misura a mantenere alti i tassi di suicidio, di alcolismo e di violenza domestica in Alto Adige alimentando la cultura virilista/machista dell’una e dell’altra parte possiamo permetterci di ignorarli perché in fondo sono una derivazione di altre questioni di natura essenzialmente politica (o per non offendere le sensibilità altrui e la dignità della tradizione contadina)?
    Mi pare proprio di no.

  21. Mi basta solo che si sappia che lui ritiene di essere uno di quelli che hanno raccolto il testimone di Langer.

    E’ una convinzione del “compagno di penna” Fattor (che Lucio Giudiceandrea definirebbe giustamente un “langerista” e non un “langeriano”). E posso tranquillamente dimostrargli il contrario.

    E’ elitismo? Sì, ma che alternative ci sono, se uno vuole essere onesto con se stesso e con gli interlocutori? Le contraddizioni del nostro pensiero giuridico e morale non si possono eliminare con un “chissenefrega”!

    Bene. Allora chiamiamo le cose con il loro nome: elitismo. Da un punto di vista che tu avrai difficoltà ad accogliere, critico fortemente lo scetticismo alle soluzioni politiche (in una cornice “democratica”, of course) e il timore pregiudiziale verso le riforme varate dall’alto. Ma tant’è, paradosso: proprio per le ragioni che tu stesso elenchi (rispetto all’idolatria) non ho tutta questa smisurata fiducia – un po’ ecumenica – nell’umanità ovvero nella educazione (o chiamiamola pure consapevolizzazione) delle “masse”. E purtroppo, da che mondo e mondo, in teoria ci si dovrebbe affidare a governi “dei migliori”. Al governo delle élite.

    La nostra differenza risiede nel fatto che non credo alla capacità della politica, da sola, di cambiare la società. Temo le rivoluzioni, credo nelle riforme spirituali. Mi spiace che l’espressione “riforma spirituale” suoni completamente ridicola agli orecchi di persone cresciute nella società del cinismo contemporaneo, ma in fondo Vendola non sta facendo nulla di diverso e, almeno in Puglia, è riuscito a dimostrare che un comunista omosessuale ambientalista [sic! nota mia] laico [sic! nota mia] può vincere e convincere parlando ANCHE al cuore della gente, non solo al cervello ed alla pancia.

    Era ciò che temevo, Stefano. Io e te non possiamo incontrarci sullo stesso terreno, perché ci troviamo su due pianeti molto distanti. Nemmeno io credo nelle rivoluzioni, tanto meno dal basso – dall’alto, nel bene e nel male, ci sono già state. E sebbene anch’io non consideri la strada politica come la sola praticabile per “cambiare il mondo”, qualora interpretassimo con una vena di pragmatismo la tua “riforma spirituale”, essa non si distanzierebbe dalle più grandi (e speculari) “credenze” della storia: creare il paradiso in cielo (per il Cristianesimo) o in terra (per il Comunismo). Su Nichi Vendola si potrebbe aprire un capitolo immenso. Lo seguo da tempo e – per quanto risulta dalle sue dichiarazioni – credo di averlo inquadrato abbastanza bene: è una persona di grande carisma e ammirevole cultura (ma ideologicamente l’ennesimo prodotto delle abominevoli anomalie italiche: omosessuale, fiero cattolico E comunista) con buone capacità di governo. Un “poeta del fare”, un riformista a modo suo, dove la vecchia scuola di partito è aggiornata al terzo millennio, aperta alla partecipazione, con l’utilizzo intelligente dei media e delle risorse umane. Ma dove il ruolo del leader affabulatore (e una certa dose di auto-celebrazione) conta moltissimo. La sua tipica retorica ruota attorno alle cd. “narrazioni” e nel suo parlare “al cuore della gente” non manca quel pizzico di elitismo della sinistra italiana – che parla agli operai imbracciando un libro di poesie pasoliniane – che scalda i cuori di molti “compagni”. Non c’è una significativa discontinuità col passato: è una riedizione del vecchio. Una bella (e illusoria) ristampa.

    Tra gli obiettivi comuni io però non includo la creazione dell’ennesimo staterello – i microstati sopravvivono solo se diventano narcofeudi (Kosovo, Guinea Bissau), paradisi fiscali (Lichtenstein) e dittature “soft” (Singapore).

    Non lo includo (più) neppure io. In realtà, non la includevo più di tanto nemmeno allora, se non in maniera sui generis. Non divaghiamo…

    Le società più liberali e cosmopolite sono invece quelle dove i diritti di donne, minori, disabili, ecc. sono meglio tutelate (dalla legge ma anche dalla stessa società). Se i miti-golem contribuiscono in qualche misura a mantenere alti i tassi di suicidio, di alcolismo e di violenza domestica in Alto Adige alimentando la cultura virilista/machista dell’una e dell’altra parte possiamo permetterci di ignorarli perché in fondo sono una derivazione di altre questioni di natura essenzialmente politica (o per non offendere le sensibilità altrui e la dignità della tradizione contadina)? Mi pare proprio di no.

    Non mi sono mai permesso d’ignorare gli effetti provocati da una “cultura virilista/machista nella tradizione contadina” – anche se sarei più cauto in quest’uguaglianza netta: come saprai benissimo, anche il benessere ha portato all’aumento di disagi e piaghe sociali. Il problema è che il tuo approccio non solo non potrà risolvere in pratica (ammesso ci sia qualcosa di non già “risolto”) la questione sudtirolese, ma tantomento le diverse discriminazioni in atto in quei paesi autoritari del mondo arabo, dell’Africa, in Cina… difficile spiegare a un fondamentalista islamico che la sua “cultura virilista/machista” (sempre ammesso che il culto islamico sia di per sé generatore di tale maschilismo) è sbagliata. E la politica, aimé, resta l’unica via percorribile per un cambio di paradigma. Anche “culturale”.

  22. @Lucio: già a metà settembre, se tutto va bene, ci dovrebbe essere un incontro col pubblico. Immagino che Gabriele fornirà maggiori dettagli. Cerca di venire così esporrai anche agli altri presenti le ragioni per cui pensi che l’analisi sia sbagliata e Mauro non era il coautore più adatto (non escludo a priori che tu abbia ragione, ma sarò più contento di sentire se anche altri sono d’accordo con te, magari per ragioni diverse dalle tue).
    *****
    Ho riletto lo scambio con Gabriele e mi sono compiaciuto di notare che mi sono trovato d’accordo con entrambi in diverse occasioni. Ma c’è una divergenza di fondo rispetto al tuo approccio e che mi pare in una certa misura coinvolga anche Gabriele. Tu scrivi: “Io mi riconosco piuttosto in un approccio materialista, ritengo che le cose e i fatti concreti siano la realtà e che il nostro pensiero debba sforzarsi di comprenderla, descriverla, renderla evidente … certo al fine di modificarla e di migliorarla”. Allo stesso tempo, però, scrivi anche (e qui sono totalmente d’accordo) i fatti NON dipendono dai punti di vista. Purtroppo questi due enunciati sono incompatibili se non presumi di poterti astrarre dalla realtà e raggiungere una visione il più possibile obiettiva della stessa. Ma se ne fai integralmente parte ciò non è possibile. Ne consegue che ogni tua descrizione ed intepretazione dei fatti locali sarà comunque arbitraria (io non lo credo, ma è la conseguenza logica della tua impostazione).
    Analogo problema per Gabriele, che non può dirsi decostruzionista ma tenersi da parte una modica quantità di Kant al fine di non scivolare nel soggettivismo e quindi nel nichilismo.
    [So che molta gente quando sente parlare di epistemologia ed ontologia passa ad altro, ma il problema rimane, per chi pensa di sapere cosa sia meglio per l’Alto Adige o cerca comunque di capirlo]
    *****#####*****
    @Gabriele: Introdurre la questione della violenza domestica non è un modo per meglio collocare il libro, ma un tentativo di arricchire il dibattito, che altrimenti temo si avviterà su se stesso. Voglio solo aggiungere altra carne al fuoco [e non mi basta un articolo che ribadisce l’ovvia constatazione che la violenza domestica esiste dappertutto per confutare il mio argomento, peraltro sostenuto da un’abbondanza di studi specialistici che, se gradite, potrò suggerirvi di leggere].
    Un antropologo che si occupa di una problematica del genere aveva il dovere di documentarsi sulla prospettiva femminile del problema, proprio perché si tratta di miti maschili e questo è un aspetto fondamentale. Ho voluto occuparmi di Potere (e sono convinto di aver fatto la scelta giusta) ma, scelleratamente, ho omesso di considerare il rapporto tra immaginario maschile e strutturazione della società. Le signore tra il pubblico dovrebbero prendermi a calci. Mi auguro che qualcuno/a abbia già ragionato su questa problematica o lo faccia al più presto.
    Tra l’altro ho perso una meravigliosa opportunità di ricollegare la mia parte all’ideologia del Bauer e del liderismo presi in considerazione da Mauro e da lì estendere il discorso al ruolo ed all’autopercezione delle donne politiche della destra altoatesina (di entrambe le parti) ed all’impatto dei miti maschilisti sul comportamento dell’elettorato di destra locale (dell’una e dell’altra parte) e dei suoi/sue rappresentanti.
    *****#####*****
    @Valentino, una parte minoritaria di me vuole fortemente che tu abbia ragione e anche quella, maggioritaria, che non la pensa come te cercherà di astenersi dall’interferire in alcun modo con il tuo percorso politico.
    La “riforma spirituale” che ho in mente io non è una crociata moralizzante. Se noti ho messo in guardia dal trasformare Langer in un guru o padre spirituale, ho denunciato la chiusura mentale dei puritani e potrei anche dire che il terzanismo mi mette i brividi.
    E’ solo che la vita mi ha insegnato, dolorosamente, una lezione molto ma molto spiacevole: i capi/le cape peggiori non li ho trovati nel mondo rapace dell’imprenditoria e neppure nel contesto dello sfruttamento della manodopera immigrata (che si piega per non spezzarsi). Li ho trovati nel mondo del volontariato, del pacifismo, dell’assistenza ai disabili e delle ONG. Sai perché? Perché in loro si fondevano non solo il sottile piacere del disporre delle vite degli altri ma anche la certezza della rettitudine, dell’intrinseca giustezza della causa. Una propensione ben presente in Alto Adige, dove la vittimocrazia miete vittime, appunto.
    Questa serie di esperienze rivelatrici, assieme alla quasi contemporanea presa di coscienza del fatto che il materialismo è morto con l’avvento della meccanica quantistica e che il relativismo giustifica ogni arbitrio mascherandosi da “sano realismo”, mi hanno spinto verso l’anarchismo cooperativo (pianeti diversi, come giustamente osservi).
    La ben misera riforma spirituale che ho in mente si riduce a questo: spingere le persone ad interrogarsi e discutere, ad aprirsi all’altro e a fare attenzione a come ciascuno di noi si comporta, a come pensa, a come reagisce alle critiche o encomi altrui, all’alterità del prossimo, perché senza conoscenza ed attenzione nessuna maturazione morale è possibile, nessuna democrazia sostanziale è praticabile e c’infileremo sempre più nelle maglie di oligarchie tecnocratiche, populiste ed etno-corporative, sempre con la stessa convinzione che in fondo è un progresso rispetto al passato.

  23. @ stefano,
    verrò molto volentieri alla presentazione e parteciperò alla discussione. io credo infatti nel metodo dialogico (l’unica cosa che salverei di platone). trovo snobistico il tuo dire: non voglio convincere nessuno, solo consolare chi già la pensa come me. che razza di approccio è mai questo? diamine: per scrivere il tuo libo avrai studiato, pensato, formulato e rivisto i tuoi pensieri e le tue idee… tutto solo per consolare e incoraggiare chi già la pensa così? mi sembrerebbe un enorme potlac intellettuale. inoltre: chi la pensa come te, perché la pensa così? è stato mandato in terra da dio con i suoi pensieri preconfezionati? o non li ha piuttosto costruiti (e decostruiti e poi ricostruti e così via) confrontandosi con altri?

    un’altra cosa: perché limitarsi ai miti etnici? se vogliamo elencare ciò che “non deve esistere” perché non ci mettiamo anche i terremoti, le malattie, la fame nel mondo, l’infelicità, il dolore e qualche milione di altri spiacevoli fenomeni che provano in maniera inconfutabile la non esistenza di un dio buono e onnipotente? lo scriveresti un libro per spiegare, con abbondanza di citazioni teoriche, che i terremoti non devono esistere? non ti sembra più ragionevole prendere atto che i terremoti si verificano e che bisogna trovare metodi per prevederli e per mettersi al riparo da essi? non ti sembra ragionevole immaginare che le conoscenze maturate in merito ai terremoti debbano essere diffuse per consenire a più persone possibile di mettersi al riparo da essi?

    i miti etnici (come i terremoti) non devono esistere: in linea teorica è un ragionamento accettabile, anhe se lascia il tempo che trova. ma gabriele ti ha già fatto notare che non si parla di miti (al plurale), se poi vi incaricate di individuarne e bastonarne uno solo di mito etnico – e guarda caso quello degli altri. davvero credi che non esistano miti etnici italiani o altoatesini? ecco perché dico che hai sbagliato compagno di penna.

  24. avvertenza:
    non so come sia successo, ma il commento qui sopra è mio, non di pinco pallino.

  25. @Lucio:
    – ho già spiegato in precedenza che la mia opera di demolizione dei miti si applica ad entrambe le parti. Se un altoatesino di estrema destra, leggendo ad esempio il mio attacco al patriottismo ed al feticismo della lingua e della cultura, non riesce a vedere che lo riguarda non devo essere io a risvegliare la sua capacità di introspezione. I titoli bilingui sono lì per una ragione e la sua materia grigia dovrebbe essere lì per una ragione.
    – un’astrazione è dialetticamente confutabile, uno tsunami o un terremoto non lo sono (nella cornice della fisica newtoniana e delle nostre facoltà cognitive standard).
    Detto questo, non credo sia giusto spazzare via i miti etnici (se ho scritto qualcosa che può far pensare il contrario me lo rimangio all’istante e segnalatemelo pure anche al dibattito pubblico, citandomi). Dunque mi auguro che nessun politico mi prenda mai in parola; sarei il primo ad alzarmi per difendere il diritto del prossimo a credere ai suoi miti (inclusi fascisti e neo-nazi). Quel che invece auspico è che sempre più persone incerte scelgano la strada dell’emancipazione da essi e che chi già li ha rigettati non sia tentato di tornare sui suoi passi, magari per trovare conforto in tempi di crisi. Mi piacerebbe anche che chi crede a questi miti riuscisse a concepire l’idea che sia sbagliato imporli a chi non vi crede, addirittura usandoli per congelare un assetto sociale che potrebbe persino non essere nel suo stesso interesse. Se il libro convincesse qualche “credente” (nei miti etnici) a spendersi per il diritto all’ateismo altrui sarebbe già un successo, non credi?
    – “tutto solo per consolare e incoraggiare chi già la pensa così? + “chi la pensa come te, perché la pensa così? è stato mandato in terra da dio con i suoi pensieri preconfezionati? o non li ha piuttosto costruiti (e decostruiti e poi ricostruti e così via) confrontandosi con altri?”
    Queste sono domande molto belle e molto importanti. Non so da dove vengano i capisaldi morali che guidano la mia esistenza e che mi hanno spinto a scrivere il libro come l’ho scritto. Dubito fortemente che provengano dalla natura o dalla società, perché su di esse ciascuno proietta i suoi desideri e le sue inclinazioni. Dubito fortemente che Dio, se esiste, possa essere pienamente autocosciente, dotato di volontà ed incline a qualunque ingerenza (violerebbe la sua natura di essere completo, infinito, eterno e dunque imperturbabile). Perciò non mi curo minimamente di Dio e della Provvidenza.
    Nel libro rifiuto il relativismo morale aggrappandomi (!) alla trascendenza empatica, ma non c’è un singolo scienziato che saprebbe spiegarci cosa cavolo sia e da dove provenga. Gli studi della coscienza sono arrivati ad un punto morto. La coscienza, il fondamento del discorso sui diritti e sulle tutele (che riguarda da vicino l’Alto Adige), c’è ma non si vede.
    E allora che si fa? Poiché credo intuitivamente che “una vita senza esame è una vita indegna di essere vissuta”, ne consegue che rimane solo l’opzione del dialogo. Ma dialogo con tutti? Assolutamente no!
    Solo con chi vede il dialogo come uno strumento per riflettere sulle proprie convinzioni. Chi lo usa solo come arma o scudo ha un sacrosanto diritto di parola, ma io non ho il dovere di rispondere o di investire energie nel difendermi dalle sue accuse. Non confondiamo dialogo e scontro.
    Ho due soli doveri: quello di rispettare la persona dell’interlocutore (non certo le sue idee) e quello di non trasformare questo libro nel mio idolo personale. Un dovere verso il prossimo ed uno verso di me. Non sarà facile.

  26. stefano,
    – chi scrive ha il dovere di essere il più chiaro possibile – visto che è già grande di per sé la possibilità di venir fraintesi. non te la puoi cavare dicendo che il lettore dovrebbe … usare la sua materia grigia. il lettore la usa, ma la usa appunto secondo i suoi pregiudizi e quindi, se vuoi attaccare un pregiudizio, devi essere ancora più chiaro.
    – la riprova? io dicevo che avresti potuto scrivere che gli tsunami non devono esistere (come i miti etnici); volevo farti presente che stai scambiando il piano dell’essere (come la realtà è) con il piano del dover essere (come la realtà dovrebbe essere). la differenza l’ha fissata una volta per tutte machiavelli. quindi vedi: anche io avrei dovuto essere più chiaro, a meno che tu non abbia finto di non capire, dicendo (per eleganza) che un’astrazione è dialetticamente confutabile, ma un fenomeno fisico no.
    – per il resto: se scrivi che un’astrazione è dialetticamente confutabile è perché vedi almeno la possibilità di confutarla. ma allora perché dici che non vuoi far cambiare idea a nessuno? secondo me la tua è una posa (intellettuale).

  27. Puoi chiamarla tranquillamente posa intellettuale. Non mi turba l’idea che tu non possa concepire l’idea che io stia facendo sul serio, proprio perché non solo non voglio convertirti, ma non intendo neppure convincerti. Non ho il dovere di farlo. La nostra diversità non mi è di alcun disturbo.
    Tu parti da una premessa materialista che è insostenibile logicamente (non puoi essere obiettivo se non ti astrai dai fatti, ma data la premessa non puoi che farne parte per definizione) e scientificamente (“Le più piccole unità di materia non sono, di fatto, oggetti fisici nel senso ordinario della parola; sono forme, strutture o, nell’accezione platonica, Idee, di cui si può parlare in modo non ambiguo solo nel linguaggio della matematica” – Werner K. Heisenberg / “Nulla esiste finché non è misurato” – Niels Bohr).
    Io da una premessa trascendentale che è empiricamente indimostrabile.
    Dunque, chissenefrega? Non abbiamo cose più interessanti e piacevoli da fare?
    *****
    Nel libro io e Mauro esponiamo un punto di vista motivato. Starà a ciascuno dei presenti decidere se condivide o no quanto abbiamo scritto e detto. Perché dovrei preoccuparmi di averli persuasi? Non sono il loro custode e non ho alcun dovere nei loro confronti se non quello di ascoltarli, visto che hanno raccolto l’invito a leggerci ed ascoltarci e di vagliare le loro ragioni.
    *****
    Magari questa mia “posa” potrebbe addirittura rivelarsi un esempio di “buona pratica” da adottare più diffusamente nella società altoatesina/sudtirolese.

  28. wie es dir gefällt, caro Lucio.

    “La crassa ignoranza di chi condanna la rana crocifissa esposta al Museion per poi invocare un dio etnico a protezione della “propria” Heimat, celebrare le gesta di un Masaniello alpino con il vizio dell’alcool, transustanziato in un Eroe di omeriche proporzioni, e mettere a confronto i patimenti del Cristo con quelli di una delle minoranze etniche meglio accudite del mondo. E tutto questo mentre una parte della destra italiana prega il suo dio vendicatore e venera i suoi cimeli del Duce, per esorcizzare la paura della perdita dell’identità nazionale e la cacciata dall’eden sudtirolese. Difficile dire quale delle due parti sia più ipocrita, presuntuosa ed arrogante e quale dio sia il più empio e volgare”.
    S. Fait, M. Fattor, “Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso”, Edizioni Raetia, 2010.

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