La difficile ricerca di un Alto Adige diverso

Stefano Fait / Mauro Fattor – Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso / Raetia-Bolzano 2010

Contro i miti etnici. Alla ricerca di un Alto Adige diverso (Raetia, Bolzano 2010) è un libro che si colloca nell’ambito di quelle pubblicazioni intenzionate a decostruire la preminenza delle culture e dei richiami identitari come strumenti di consenso politico. Il volume è diviso in due parti. La prima – scritta dal giovane antropologo trentino Stefano Fait – focalizza il quadro teorico di riferimento e, pur tematizzando esplicitamente il microcosmo sudtirolese/altoatesino, riceve la propria intonazione da contesti più ampi. La seconda – a cura di Mauro Fattor – cerca di applicare invece l’indagine in modo più stringente al caso locale, indagando quella che viene definita come l’“ideologia tirolese”. Dirò subito che il libro è molto interessante e merita di essere letto con attenzione. Esistono però a mio avviso alcuni punti di debolezza che vorrei qui sottolineare. (Anche per corrispondere meglio all’intento che si sono prefissi i due autori: far discutere). Uno dei vizi più irriducibili del dibattito pubblico locale, infatti, è la sua rigidità nell’accogliere stimoli al dialogo che in qualche modo sospendano gli automatismi percettivi – vere e proprie reazioni pavloviane – tipici di una terra caratterizzata dalla frammentazione etnica. Ogni messaggio rischia così di essere filtrato secondo la convenienza particolare di punti di vista non convergenti. Un libro, come quello di Fait e Fattor, che vorrebbe però lodevolmente scardinare alla radice questo meccanismo di fondo, è costretto a misurarsi direttamente con il rischio appena menzionato. E la sua utilità dipende dalla capacità di riuscire a mettere per così dire questa società divisa davanti a un unico (e nuovo) specchio. Nel caso di Contro i miti etnici temo che ciò non sia completamente riuscito, e vorrei spiegare brevemente perché.

Ha scritto A. M. Rivera: “Il fatto che l’etnicità sia un artefatto, un modello, una “finzione” o un criterio di classificazione non significa che le categorie che definisce siano caselle vuote. Al contrario, sono categorie investite di una grande carica affettiva ed emotiva, e percepite come dati reali da coloro che in esse si riconoscono” (A. M. Rivera, Etnia-etnicità, in S. Latouche (a cura di), Mauss # I. Il ritorno dell’etnocentrismo, Bollati Boringhieri, Torino 2003, p. 9.) Rivera opportunamente distingue qui il livello dell’osservazione teorica (quella che ci porta a decostruire i miti, i racconti identitari, rivelandone l’artificiosità) da quello della pratica (che riproduce i miti ben oltre il lavoro compiuto dalla loro decostruzione). Chi intende decostruire un mito si comporta sempre un po’ come quel pesce anziano che vorrebbe spiegare ai due pesci più giovani che cosa sia l’acqua. In altre parole: l’esibizione della mitologia soggiacente al discorso etnico (la torbida acqua nella quale noi tutti un po’ nuotiamo) può indurre a riflettere chi a quel discorso non crede già più, mentre lascerà indifferente chi invece ancora ci crede e soprattutto non vede nessuna convenienza nello smettere di crederci. Ora, in Sudtirolo l’opposizione tra chi si muove acriticamente all’interno di configurazioni mitologiche (Fait ne individua tre diadi: Volk/Popolo – Heimat/Patria – Kultur/Cultura) e chi invece ha smesso di farlo costituisce se vogliamo un’opzione già disponibile ma purtroppo incapace di suscitare scelte veramente incisive (basti pensare alla figura, priva di eredi, di Alexander Langer). Il motivo? È lo stesso Fait a spiegarcelo: “Questo tipo di democrazia etnocratica rimane in vita solo perché una maggioranza di cittadini ha paura di quel che avverrebbe con la sua scomparsa e perché si identifica così fortemente con la patria che qualunque critica all’ideologia dominante nella sua patria è vista come un attacco personale”. Per risultare veramente efficace, il lavoro di decostruzione dovrebbe allora applicarsi su entrambi i versanti contrapposti (cioè su quello che presiede la costruzione dei miti e su quello che pretende di smontarli), mostrando come essi, in definitiva, costituiscono le condizioni di possibilità del gioco complessivo. Ma ciò, purtroppo, nel testo in questione non avviene con quella nettezza che sarebbe auspicabile.

Ciò non avviene anche perché il libro basa proprio sulla separazione netta di “mito” e “critica del mito” tutto il suo impianto, riducendo così le alternative possibili – vale a dire le coordinate che occorrerebbero per avvistare questo vagheggiato Alto Adige “diverso” – a due vie scarsamente percorribili (o meglio: l’una quasi impercorribile, l’altra condannata a terminare in un vicolo cieco). La prima via – proposta essenzialmente da Fait – suggerisce una utopistica celebrazione degli individui “liberati” da ogni loro identificazione comunitaria e la connette all’ardua ipotesi che finalmente si dispieghi un’epoca contrassegnata da “individualità democratiche” in grado di scrostare “convenzioni, vicoli ciechi, credenze, superstizioni, dogmi, meccanicità, schematismi, routine, drammatizzazioni e teatralità indebite”. Tutto molto bello e condivisibile, certo. Peccato presupponga però una palingenesi culturale a dir poco improbabile. La seconda via – battuta da Fattor – declina l’opposizione strutturale tra aderenza e distacco dal mito tornando a usare una chiave d’interpretazione paradossalmente etnica (paradossalmente: rispetto all’ispirazione generale del libro) e considera l’“ideologia tirolese” il responsabile principale (se non esclusivo) nell’attivazione delle dinamiche che porterebbero all’“esasperazione emotiva” e al “doping identitario”. Significativo, a questo proposito, che persino parlando dei programmi di un partito “italiano” molto sui generis come la Lega-Südtirol, Fattor ne metta in evidenza gli aspetti d’integrazione e di sostegno alla cooperazione tra i gruppi linguistici “autoctoni”, tacendo però sulla sua ispirazione populista e xenofoba, un’ispirazione certamente non molto distante da quella propria della destra tedesca pantirolese da lui aspramente, e giustamente, attaccata. In questo modo la “liberazione” si configura adesso come una sorta di fuoriuscita dalla caverna platonica, di affrancamento dai ceppi di un “Tirolertum” visto come un modello imbalsamato di identità collettiva e di oscurantismo tellurico (mentre su una parallela “ideologia nazionalista” italiana si tende a sorvolare, la si giudica ininfluente, perché non “direttamente” coinvolta in dinamiche di potere). Un ritratto più vicino insomma alla caricatura del “Tarrol” fatta da Carl Techet all’inizio del secolo scorso che alla realtà, sicuramente ancora conflittuale, ma anche più sfumata e contraddittoria, dell’attuale Alto Adige-Südtirol.

Corriere dell’Alto Adige, 19 agosto 2010