Patentino tra il dire e il fare

In base al rapporto annuale dell’amministrazione provinciale che rileva la quota dei promossi all’esame di bilinguismo, emerge nuovamente un risultato sconcertante. Il 64,2 % dei candidati al cosiddetto patentino C e addirittura il 78,2 % di quelli che hanno tentato il B tornano a casa senza diploma. Una “moria” davvero notevole, anche in considerazione di questo fatto: le prove in questione, oltre a essere quelle che raccolgono il maggior numero di candidati, fotografano anche il livello di competenza linguistica degli adolescenti, di chi insomma frequenta le scuole superiori e dunque dovrebbe trovarsi inserito all’interno di un processo di apprendimento adeguato alle esigenze di una società plurilingue. Si tratta di una sconfitta gravissima ed è necessario comprenderne bene i motivi.

Per farlo abbiamo tre possibilità, da intendersi, a mio avviso, nel senso di crescente plausibilità. Potremmo dunque pensare (prima possibilità) che la prova sia troppo complessa e i commissari troppo severi. Oppure (seconda possibilità) potremmo ritenere che la maggioranza dei candidati si presenti con gravi lacune di base e senza una conoscenza specifica delle difficoltà inerenti quel tipo di esame. Infine (terza possibilità) potremmo allargare lo sguardo e mettere in questione l’atteggiamento generale, nei confronti della seconda lingua, delle nuove generazioni, puntando il dito su una crescente mancanza di motivazione e d’interesse ad acquisire abilità che magari non sarebbero finalizzate solo al superamento dell’esame, ma che proprio per questo, eccedendo la ristrettezza dell’occasione, non lo renderebbero così ostico.

Come accennavo, anche se tutte queste possibilità risultano plausibili (la prima mi sembra però la meno convincente), personalmente ritengo che sia sulla terza che dobbiamo insistere. Dobbiamo cioè chiederci se le opportunità di apprendimento linguistico delle quali oggi disponiamo (in non pochi casi limitate alla scuola e all’interpretazione della “seconda lingua” come se si trattasse ancora di una “lingua straniera”) non debbano essere integrate e per così dire alimentate da un maggiore sforzo della politica, delle associazioni, delle famiglie e soprattutto dei singoli. Non basta insomma dichiarare a parole (quando va bene) che il plurilinguismo è utile e va sostenuto perché così si creano più opportunità. Questo è vero, ma banale. Bisogna agire, impegnarsi in prima persona, forzare le barriere della pigrizia e dell’indifferenza che rendono poi così difficile, per citare un famoso proverbio, l’attraversamento del mare che separa il dire dal fare.

Corriere dell’Alto Adige, 13 agosto 2010

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