Lo sviluppo non diventi un’ideologia

Esistono parole frequentemente utilizzate senza che il loro significato e la loro valenza risultino chiari. Sviluppo, modernità, innovazione, crescita sono quattro di queste parole. Parole accostate per sostenersi a vicenda, come gemme di una collana che assomiglia piuttosto a un rosario snocciolato per esorcizzare quelli che sembrerebbero concetti contrari e dunque da stigmatizzare: “regressione”, “antichità”, “reazione”, “stagnazione”. È bene però renderci conto che le cose non stanno senz’altro così. Non esiste un significato univoco per concetti strutturalmente ambigui. Il filosofo Serge Latouche, per esempio, ha mostrato con grande sensibilità e intelligenza che l’uso disinvolto di quelle parole corrisponde a un’ideologia ben precisa. Un’ideologia violenta, uniformante, responsabile di una vera e propria colonizzazione delle nostre coscienze. Un’ideologia quindi che deve essere sottoposta a una critica radicale e, al limite, contrastata.

L’Alto Adige-Südtirol viene visto non di rado come la scena di un confronto tra le istanze della modernità – e dunque dello sviluppo, dell’innovazione e della crescita – e quelle inerenti un pigro spirito di conservazione. Con ciò si vorrebbe sottolineare l’urgenza di propagare cambiamenti insofferenti a una riflessione più approfondita su quelle che sono le nostre specificità territoriali, sbrigativamente rubricate nell’immagine di un mondo ormai passato di moda, vecchio, chiuso. Se non addirittura ottuso. Ma affermare l’urgenza di simili cambiamenti – insistendo per esempio sul refrain di una globalizzazione che non può essere fermata, che non conosce confini – significa arrendersi alla retorica della novità a ogni costo, retorica che vorrebbe, in primo luogo, distruggere definitivamente la logica economica dei “legami” sostituendola con quella dei “beni” (o della massima diffusione dei “beni”).

Parafrasando ancora Latouche, l’occasione offerta dalla riduzione del peso dell’elemento nazionale – riduzione che costituisce il risvolto più appariscente della globalizzazione – può essere colta soprattutto mediante una riattivazione dell’elemento “regionale” e “locale”, liberando a un livello “microterritoriale”, secondo le inclinazioni e le caratteristiche proprie del luogo, le energie che poggiano sul tempo libero, la salute, l’educazione, l’ambiente, i servizi alla persona. Ha scritto Tonino Perna (Fair Trade. La sfida etica al mercato mondiale, Bollati Boringhieri): “Cercare di adattarsi alle pretese leggi del mercato capitalistico (…) può dare qualche risultato in termini quantitativi e nel breve periodo, ma alla fine questa scelta si rivela perdente”. Sono considerazioni che ci sentiamo di condividere.

Corriere dell’Alto Adige, 7 agosto 2010

6 thoughts on “Lo sviluppo non diventi un’ideologia

  1. L’ “allentamento del legame nazionale” operato dalla globalizzazione non è per me affatto un’ opportunità, perchè essa muove in senso falsamente universalistico solo dopo essere di matrice squisitamente individualistica. Questa e’ una “chance” e una “sfida” tutta interna alla ri-conformazione metafisica e antropologica che la stessa modalità economica capitalistica, nella sua terza fase, opera oramai tempo. Allentamento del vincolo nazionale -insieme ai vincoli comunitari di famiglia, scuola, paese, classe – fa parte di quella precarizzazione che vuole i singoli individui esposti all’ Assoluto Metafisico Immanente che è il Mercato Globale.

    Latouche cerca di demistificare questa idolatria, ma non riesce a risolversi in un deciso anti-capitalismo, ha troppa paura della rilettura neo-liberista del novecento dei totalitarismi; nè riesce ad affrontare il problema della necessaria conflittualità che una cosciente decrescita dovrà affrontare in contrasto con le vecchie e nuove elite finanziarie che dalla globalizzazione ci guadagnano effettivamente(e con quella parte di ex-classe media subordinata ad esse); nè riprende la distinzione fra economia e crematistica di aristotelica memoria; nè riesce bene a distinguere fra la fase industriale e borghese del capitalismo (i870-1970) e quella attuale, con caratteristiche post-borghese e post-proletaria, facendo un gran papocchio e non cogliendo nella precarizzazione e nell’ individualizzazione (che sono tutt’uno) la vera manipolazione in senso a-storico (e conseguentemente anetico) che il mondo della “valorizzazione infinita del valore” opera in questa sua epoca.

    E, parlando in chiave geo-politica, come bearci “dell’ allentamento del vincolo nazionale”, per lasciare tutto lo spazio all’ Impero Americano forse? Vedo con rabbia che l’ unione monetaria europea, invece di affrancarci progressivamente dal servaggio verso gli USA, ci ha condotti ad una sempre maggiore subordinazione rispetto alla cultura anglo-sassone, alle grandi banche d’affari e alla geo-politica Nato. Siamo ad un punto di asservimento tale da non riconoscere più i nostri stessi interessi?

  2. oops! mi sono perso per strada una parolina chiave:

    ” […] Assoluto Metafisico Immanente che è il Mercato Globale e i sottostanti concetti di crescita illimitata nello spazio (sviluppo) e nel tempo (progresso).”

  3. se posso esprimere la mia modesta opinione, credo che lo sviluppo sia già da sempre un’ideologia, almeno nella misura (sempre più ampia) in cui si distingue dal vecchio ‘progresso’ (parola infatti non a caso sparita dalla circolazione). se a determinarlo – lo sviluppo – sono sempre più le sole strategie economiche delle multinazionali (laddove l’idea di progresso raccoglieva contributi non solo economici ma etici, politici e culturali) e sempre meno le scelte politiche dei governi (che quelle strategie dovrebbero condizionare, regolare e disciplinare, laddove invece accade il contrario) non vedo proprio come potremmo uscire da questa perversa spirale. d’altra parte, si continua perlopiù ad associare all’idea del ‘libero mercato’ i concetti di democrazia e di sviluppo, mentre la pur minima prospettiva di un controllo della politica sull’economia evoca subito gli spettri del totalitarismo e dell’oscurantismo. mah, si vede che ormai gli uomini si fidano più di chi vende i cheese-burger che di quello che dicono e che scrivono gli ultimi filosofi rimasti.

    (non sentite anche voi diffondersi sempre più un vero e proprio ‘terrore’ per la cultura? un vero e proprio ‘orrore’ per la politica?)

  4. eppure la distinzione sviluppo/progresso -che a me venne da PPP, e in qualche modo mi è cara- non definisce più granchè. sono nate insieme, e in qualche modo richiedono la stessa “colonizzazione dell’ immaginario”, con il progressismo in primo piano

    Qui un intervento di Perna all’ interno di una discussione più vasta
    http://www.carta.org/rivista/19530

  5. certo, da, io e te siamo una coppia formidabile… 😀 quando interveniamo insieme facciamo terra bruciata, ah ah ah! (commenti zero da tre giorni – un record negativo, credo, per ‘sentieri interrotti’). baci e abbracci a tutti

  6. prendiamo l’assenza di commenti nell’ottica della decrescita 🙂

    -decrescita che, nonostante quello che ho detto, rimane una delle poche idee che presuppongono una qualche futura via d’uscita a questa roba anti-umana che c’è a giro

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