La discesa diventa troppo ripida

Che la questione della toponomastica di montagna potesse inasprirsi – fino a raggiungere il livello di uno scontro aperto tra Stato e Provincia – era francamente l’ultima cosa della quale sentivamo il bisogno. Purtroppo è stata resa sempre più probabile dall’insipienza con la quale si è provveduto a non utilizzare ogni ragionevole mezzo per disattivarne l’indubbia potenzialità conflittuale. Questo risulta ancora più disdicevole se consideriamo l’assoluta necessità di sedare una contrapposizione che dal piano simbolico (com’è quello relativo alla questione in esame) potrebbe allargarsi fino a inquinare la relazione più generale tra i diversi gruppi linguistici, il loro diritto inalienabile di sentirsi parte integrante di questa terra e con ciò il pieno riconoscimento dei rispettivi punti di riferimento. Adesso si tratta di stabilire alcuni punti fermi – al di là della ricerca di chi si è reso maggiormente responsabile per questa deriva – e ripartire con la speranza che tutti siano consapevoli dell’inaccettabilità di un muro contro muro che potrebbe rivelarsi non solo sterile, ma anche dannoso. Molto dannoso.

In questo senso, il nostro giornale ha più volte sottolineato l’inopportunità di ricorrere a ultimatum o prese di posizione suscettibili di scavare un solco tra ambiti e ruoli istituzionali diversi. La decisione del Governo di attivare i “poteri sostitutivi” contro la Provincia autonoma di Bolzano rappresenta sicuramente il superamento di un confine (anche psicologico) che potrebbe risultare autenticamente destabilizzante per i nostri delicatissimi equilibri interni. Va detto però che appare altrettanto sbagliato e improduttivo l’atteggiamento del governatore sudtirolese Durnwalder, quando afferma che un tale atto (gravissimo, ripetiamo) può essere respinto al mittente con una semplice alzata di spalle perché, a suo avviso, l’indirizzo non è quello giusto e comunque la responsabilità dell’intera faccenda non può essere addossata a lui (il presidente di “tutti” che però sta adesso seriamente rischiando di qualificarsi come il presidente di “nessuno” o, peggio, di chi ha tutto l’interesse a soffiare sul fuoco).

A questo punto la discesa si sta facendo molto ripida e occorre che chi può tiri il freno a mano. Noi continuiamo a confidare che una soluzione possa essere trovata sia nel rispetto formale dello statuto di autonomia (che prescrive su tutto il territorio indicazioni plurilingue), sia operando una limitazione delle “traduzioni” là dove – come nel caso dei nomi propri – l’adempimento di un obbligo potrebbe essere avvertito come una provocazione e un attentato all’identità “altrui”. Certo, per far questo occorre sensibilità, competenza e soprattutto disponibilità a cercare punti di accordo che guasteranno il sorriso agli estremisti (a tutti gli estremisti). Ma è del tutto inutile cercare alternative quando non restano alternative.

Corriere dell’Alto Adige, 24 luglio 2010

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14 thoughts on “La discesa diventa troppo ripida

  1. aber wer könnte diese grosse, schwere handbremse denn alleine ziehen? da bräuchte es schon mindestens vier grosse starke hände, z. b. die von luis und fitto, um den anfang zu machen. da aber schon bald andere grosse starke hände dagegen halten werden, biancofiore, seppi, urzí, usw., bräuchte es noch mehr grosse starke hände, aber woher nehmen, ohne vor den eigenen wählern als verräter-tradittori dazustehen? es gibt aus dieser engstirnigkeit keinen ausweg mehr, es werden menschen kommen, und die schilder austauschen, und es werden andere menschen kommen und wieder die schilder austauschen, schilda eben!

  2. Condivido il testo dell’articolo, in armonia a quanto avevo già scritto precedentemente. Un pochino più di coraggio però, per criticare il comportamento prepotente di chi detiene il potere in Alto Adige, e che rischia non di diventare il presidente di “nessuno”,
    ma il presidente, solo, della maggioranza di lingua tedesca.

  3. No, il problema è che non capisco più i termini della questione… tutti ne parlano e ormai pare che Seppi dica la stessa cosa di STF… io non ci capisco più un caSSo… concretamente a COSA ha detto di no Durnwalder e COSA ritiene imprescindibile Fitto? Per questo navigo a vista e, quando vedo il PDL che applaude mi sorge il dubbio che non abbia ben capito…

  4. È una questione di metodo, Fabio. Non si dovrebbe concordare o meno con una opinione in base a chi, prima di noi, ha espresso un giudizio su questa opinione. Il mio articolo non è scritto per far piacere a questo o a quello. Lo puoi leggere e dire cosa ne pensi. Ma non puoi lodarlo o condannarlo solo perché x o y l’hanno lodato o condannato.

  5. Aggiungo qui un articolo di F. Palermo sul tema che – credo – sia uscito qualche giorno fa.

    Lo schiaffo di Roma (di Francesco Palermo)

    L’impressione è che stavolta lo stratega Durnwalder abbia sbagliato i conti. Da sempre la strategia della SVP nei confronti di Roma è stata quella di affermare le proprie ragioni (quando c’erano) e di trattare per costruirsi delle ragioni quando queste (ancora) non c’erano. Ma sono sempre state trattative con un fondamento, giuridico o politico.
    Sulla vicenda dei cartelli i margini di trattativa non c’erano. Lo statuto non lascia spiragli. Il Governo ha il potere di pretendere la sostituzione immediata dei cartelli monolingui posti su suolo pubblico e sovvenzionati con denaro pubblico. L’unico negoziato possibile poteva essere sull’interpretazione di cosa significhi rimozione “immediata”, ed evidentemente la tecnica dilatoria della Provincia ha irritato il Ministro. L’errore è stato non voler ammettere l’errore, ed iniziare a mercanteggiare sui tempi, senza preoccuparsi delle conseguenze. La sensazione, in altre parole, è che Durnwalder sia andato alla trattativa senza un piano “B”, pensando che come sempre un compromesso si sarebbe trovato, con qualche mercanteggiamento che alla fine avrebbe consentito a entrambi i contendenti di salvare la faccia.
    Il guaio è che il Governo aveva tutto da guadagnare e nulla da perdere da questa trattativa, perché aveva (ed ha) giuridicamente il coltello dalla parte del manico. Sicuro della prassi cui è abituato da decenni, Durnwalder non si è preoccupato di chiedersi cosa sarebbe successo se l’accordo non si fosse trovato, perché era sicuro che qualcosa avrebbe spuntato, almeno sui tempi di sostituzione dei cartelli monolingui. Avrebbe fatto invece bene a porsi la domanda, perché ha così offerto sul piatto d’argento un’occasione che questo Governo aspettava da anni: dare uno schiaffo alla SVP e alla Provincia, mostrandosi forte e sicuro ed ergendosi a difensore della legalità. Per giunta su un punto etnicamente sensibile, così guadagnando consenso nel suo elettorato di riferimento, a Bolzano e a Roma.
    La speranza è che, segnato il punto, il Governo non calchi troppo la mano. Si accontenti di vincere, e non voglia stravincere. La tolleranza e la magnanimità sono caratteristiche dei forti, e soprattutto di tutto c’è bisogno tranne che di tensioni etniche. Si scelga la via del conflitto davanti alla Corte costituzionale, non quella prefettizia. Si percorra la via del diritto, non della forza. La via delle aule di tribunali e non dei comunicati stampa. Da come il Governo saprà gestire questa vittoria, dalla capacità di resistere ai tentativi di calcare la mano, si potrà giudicare la sua sensibilità nei confronti delle autonomie e delle minoranze. Per le autonomie sembrano tempi difficili: se a livello declamatorio proliferano i ministeri per il federalismo, per il decentramento, per la semplificazione, nella prassi si tagliano fondi e strumenti giuridici alle Regioni come mai prima d’ora. Aumenta il numero delle Province ma le Regioni non hanno i soldi per esercitare le proprie competenze. Ai Comuni si taglia l’ICI costringendoli alle capriole economiche. Divide et impera. Nei confronti delle minoranze sembra emergere una crescente insofferenza, non solo e non tanto per quelle protette e pasciute delle regioni autonome, quanto per quelle più esposte a discriminazioni: immigrati, Rom, omosessuali.
    In queste condizioni, svegliare il can che dorme su una vicenda di cartelli, perfino tirando troppo la corda quando si è dalla parte del torto, è proprio una pessima idea. C’è da augurarsi che nonostante il caldo gli animi e le menti si raffreddino al più presto e non scoppino pericolosi incendi. Sia il Governo che la Provincia possono ancora essere ottimi pompieri.

  6. >È una questione di metodo, Fabio.

    Il mio si chiama induzione ed è alla base della scienza moderna. Se il soggetto A si esalta x volte dopo aver sentito x boiate, allora inferisco che la volta x+1 si esalterà per aver sentito la boiata x+1…

    Comunque il tuo articolo, mi spiace fartelo notare ancora, non è affatto entrato nel merito della questione e si dilunga solo sull’inopportunità di un conflitto istituzionale: ti potrebbe dar ragione chiunque (ecco appunto che Berto lo fa) perchè non dice nulla. Ripeto… di cosa stiamo parlando… cosa vuole Fitto e cosa vuol Durnwalder? Io non ne ho la più pallida idea e non ho ancora trovato qualcuno che spiegasse nel merito quale fosse precisamente il pomo della discordia. Ed è normale: quando parlano tutti non si capisce nulla.
    Con qualcuno (puoi immaginare chi) che sembra voler dire che ci meritiamo i nomi di Tolomei perchè l’AVS ignora quelli ladini, altri che parlano di usare solo i nomi “originali” (Preistorici? Retici? Latini?), l’Hauptmann che dice che ci vogliono fascistizzare dinuovo fino all’ultimo maso e la nonna che dalla cucina grida “Laseroni i ne vol tor anca i carteli par Talian” non so più a chi credere…

    >una limitazione delle “traduzioni”

    Ripeto… potrei essere sia d’accordo che dissentire, ma non stai dicendo nulla… metti in tavola le carte se vuoi che ti dica come la penso, altrimenti ti dirò solo che il plauso di qualcuno ad un articolo che nella sostanza non dice nulla non può essere considerato un buon segno.

  7. Lascia perdere l’induzione che non c’entra un cavolo…

    Le critiche cha fai al mio pezzo non sono pertinenti (dire che non dice nulla è sciocco). Già il punto principale (evitare il conflitto istituzionale) è tutt’altro che nulla. E se fosse stato condivisibile non si sarebbe arrivati al punto a cui siamo arrivati: con un ministro che minaccia di esautorare la provincia su una questione così sensibile e con il presidente della provincia che dice “me ne frego”.

    Tra le righe (ma nemmeno troppo) io affermo che la soluzione è di evitare gli estremismi. E ciò significa: non è possibile tornare a una situazione precedente il 1918 (come vogliono alcuni) e non è possibile tradurre tutto (anche i nomi più infimi). Esiste uno spazio di contrattazione che deve essere aperto o riaperto e questo deve condurci a una legge. Al limite: ognuno rimane con i suoi nomi – tutti resi ufficiali – e si mette in frigorifero il problema (tipo: distinzione tra bilinguismo e binomismo) perché non mi pare ci siamo troppi cervelli all’altezza di discuterlo serenamente.

    Questo è quanto.

  8. Fabio, ti ho già detto una volta che non hai capito neinte, a tu ripeti la bugia; ovviamente agisci in malafede.

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