Condannati al dialogo

di Francesco Palermo

L’incontro tra il Presidente Durnwalder e il Ministro degli affari regionali sui cartelli bilingui in montagna è il primo tassello della composizione di una vertenza, quella sulla toponomastica, che si preannuncia ancora lunga e irta di insidie. Durnwalder sapeva di dover fare marcia indietro sui cartelli. Il punto però non era spuntarla su questo, ma riuscire a dare legittimazione politica – mettendola sul tavolo del Ministro – all’intenzione della SVP di proseguire sulla via di una nuova regolamentazione della toponomastica in Provincia di Bolzano. In tal senso, ogni minima incrinatura del criterio del bilinguismo assoluto – senza se e senza ma – di tutto ciò che ha una valenza pubblica, anche indiretta, è una vittoria della SVP, che vi si baserà per presentare un disegno di legge dopo l’estate.

Sia chiaro, l’intenzione di disciplinare la toponomastica con legge provinciale è di per sé una buona notizia. La Provincia, com’è noto, ha competenza primaria in materia (“fermo restando l’obbligo della bilinguità”, art. 8 statuto), ed è bene per lo sviluppo dell’autonomia che le competenze vengano esercitate. Il problema è il contenuto dell’annunciato disegno di legge. Da anticipazioni di stampa sembra che si intenda introdurre la distinzione, giuridicamente problematica, tra macro- e micro toponomastica e l’ancor più dubbio criterio delle rilevazioni statistiche per determinare l’uso effettivo di un toponimo per i casi incerti. Se questo sarà il contenuto della legge proposta, si tratterà di una forzatura dello statuto, destinata quasi certamente ad incorrere in una censura di incostituzionalità da parte della Corte costituzionale. In altre parole, una legge siffatta avrebbe vita brevissima.

Allora si pongono due domande fondamentali. Primo: a chi giova una forzatura dei delicati equilibri della convivenza, tanto più sapendo che la legge, anche se approvata, non sopravvivrà al vaglio della Corte costituzionale? Potrebbe trattarsi di una deliberata “strategia della tensione”, volta a rimettere in discussione i pilastri dell’autonomia come disegnata dallo statuto, ma non converrebbe a nessuno, a partire dalla SVP, che non è certo così sprovveduta da voler compiere un passo del genere. Oppure si tratta di un’ingenuità giuridica colossale, ma è impensabile che il partito non abbia acquisito le necessarie informazioni e possa incorrere in simili errori di valutazione. Resta una terza ipotesi, la più probabile: che si tratti di una pedina su uno scacchiere più ampio, da sacrificare al momento opportuno in cambio di altro. Quando sarà il momento, la proposta sarà ritirata, e ciò sarà presentato come un doloroso passo indietro che giustifica la richiesta di qualcosa di ragionevolmente ottenibile. Magari la flessibilità sui tempi del ripristino della segnaletica bilingue sui sentieri. Sarebbe una strategia ardita, ma comunque comprensibile, mentre le altre ipotesi semplicemente sono irrealistiche.

Secondo: cosa insegna questa vicenda? E cosa dice davvero lo statuto? Si è parlato molto della competenza primaria della Provincia in tema di toponomastica, ma poco delle ramificazioni di questa competenza. Per esempio, è bene ricordare che il gruppo linguistico italiano in Consiglio provinciale può bloccare la legge prima che venga approvata, senza bisogno di aspettare che sia Roma a sollevare il ricorso. Ma soprattutto, la vicenda mostra un aspetto essenziale, che palesa sia la forza che la debolezza del sistema autonomistico. La convivenza dettata dallo statuto prevede innumerevoli meccanismi che obbligano al dialogo. Il dialogo è il metodo di governo della convivenza, e lo è per qualsiasi aspetto, anche per quelli che contraddicono lo statuto stesso e il suo spirito. Il metodo concertativo previsto dallo statuto consente dunque che si discuta anche su problemi inventati come quello della toponomastica, su cui la regola statutaria è talmente chiara che non dovrebbe ammettere discussioni. In altre parole, la vicenda mostra un paradosso dello statuto: anche se un problema è artificiale, inventato, perfino inammissibile ai sensi dello statuto, è lo stesso statuto a rendere necessario un dialogo. Il metodo, dunque, prevale sulla sostanza. Se qualcuno decide che il bilinguismo totale della toponomastica è un problema, di questo problema si deve discutere, anche se non ci sarebbe nulla da dire. Per questo siamo fortunatamente condannati al dialogo anche quando non ci piace. E per questo il sistema si regge solo in quanto la classe politica sia complessivamente responsabile ed eviti di inventare troppi problemi, specie laddove non ci sono. Perché lo statuto ci obbliga a prenderli comunque sul serio.

Alto Adige, 11 luglio 2010

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