Certificazioni linguistiche. Un’autonomia ancora sana?

di Francesco Palermo

L’approvazione della norma di attuazione che equipara al “patentino” altre certificazioni di conoscenza linguistica è una buona notizia. Com’è buona ogni notizia del rispetto del diritto. Giusto quindi riconoscere il merito a tutti gli attori impegnati nella vicenda, dalla Provincia al Governo, dall’attuale alla precedente commissione dei sei, dalla SVP agli alleati di giunta fino ai partiti di governo a Roma. A dimostrazione del fatto che quando si traccia un percorso condiviso, specie se volto a rispettare il diritto anziché a violarlo, i risultati arrivano.

La vicenda però deve far riflettere. Dalla sentenza della Corte di Lussemburgo sul caso Angonese (6 giugno 2000) all’approvazione della norma di attuazione (23 aprile 2010) sono passati quasi 10 anni. 3600 giorni. Una vita. Costellata di passi falsi, incertezze, marce indietro, tentativi di boicottaggio.

Se la buona notizia è dunque che l’adeguamento dell’autonomia al contesto sociale e giuridico che cambia è possibile attraverso i meccanismi previsti dalle strutture dell’autonomia stessa (le norme di attuazione), quella cattiva è che almeno in questo caso il processo è stato intollerabilmente lungo. Dunque l’autonomia è in grado di riformarsi ed evolvere, ma è troppo lenta nel farlo. E il tempo non è una variabile indipendente, né un fattore neutrale: una buona norma che arriva troppo tardi spesso non è una buona norma. La questione fondamentale dunque è capire se l’autonomia è in grado di svilupparsi in tempi ragionevoli.

Gli ostacoli che hanno impedito una più rapida approvazione della sospirata norma di attuazione sono di natura politica più che giuridica. Il giorno dopo la sentenza dei giudici comunitari, il Dolomiten titolò significativamente “Die EU kippt Säule der Autonomie”: lasciando intendere che la semplice necessità di riconoscere altri attestati di conoscenza linguistica oltre al patentino rappresentasse un attacco a uno dei pilastri dell’autonomia. Proprio qui sta il punto: una decisione che non discriminava nessuno ma anzi impediva una discriminazione nei confronti dei non residenti in Provincia, veniva interpretata come se si fosse trattato di abolire il requisito del bilinguismo. La SVP ha impiegato anni prima di “elaborare il lutto” di quella sentenza. Un trauma che non riguardava certo il fatto in sé (visto che il patentino non viene toccato dalla decisione), ma il dogma relativo alla presunta titolarità esclusiva dell’interpretazione dell’autonomia in capo alla SVP. Riconoscere l’ovvio, ossia che l’interpretazione dell’autonomia spetta non solo ad un soggetto ma a molti, compresi, ad esempio, i giudici europei, è stato e forse è ancora qualcosa che nella liturgia autonomistica non rientra. E’ questo che si fa fatica ad accettare. Ma è questa la realtà. L’autonomia non è di proprietà di nessuno, ma è necessariamente un progetto condiviso, al quale concorrono tanti soggetti con legittimazioni diverse.

L’ultimo tentativo di ostacolare l’adozione della riforma da parte della SVP risale a poco più di un anno fa, quando si propose di collegare la lingua delle prove di esame per i concorsi pubblici al gruppo di appartenenza, di fatto vanificando il patentino e gli altri attestati di bilinguismo. Fu poi la volta del governo nazionale che bloccò la norma di attuazione già elaborata dalla commissione dei sei per semplice ripicca politica. Ora finalmente questa intricata vicenda è arrivata alla conclusione. Evitando anche una nuova procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per mancato adeguamento al diritto europeo.

Che lezione se ne trae? In primo luogo, che i meccanismi di adeguamento che l’autonomia prevede funzionano, e bene. Il corpo dell’autonomia, i suoi organi vitali, sono ancora in ottima forma, nonostante il passare degli anni. Ed è una piacevole constatazione. In secondo luogo, però, la vicenda dimostra come la mentalità della classe politica nei confronti del cambiamento sia ancora basata su un atteggiamento di eccessiva prudenza e talvolta di chiusura. Ma un’autonomia che non si evolve nei tempi giusti e che resiste eccessivamente ai normali sviluppi sociali e giuridici, rischia di essere un’autonomia debole.

La nuova norma di attuazione può essere vista come la dolorosa infrazione di un tabù, o come una normale evoluzione del contesto. Se prevarrà la prima interpretazione, anche i prossimi cambiamenti, pure inevitabili, saranno lunghi e sofferti, e rischieranno di arrivare troppo tardi. Se si entra invece nell’ottica della normalità dei cambiamenti, che possono talvolta anche non piacere all’uno o all’altro ma fanno parte delle regole del gioco e delle vicende umane, allora l’autonomia sarà più forte e sicura. Gli strumenti funzionano ancora, ma un cambio di mentalità non è cosa da poco. Speriamo che questa vicenda rappresenti un tassello sulla via di un approccio “normale” all’autonomia. Nell’interesse prioritario dell’autonomia stessa.

Apparso sull’Alto Adige con il titolo “La lezione del patentino”

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7 thoughts on “Certificazioni linguistiche. Un’autonomia ancora sana?

  1. Pingback: Bilinguismo a Bolzano » Blog Archive » Le certificazioni linguistiche in Consiglio dei Ministri

  2. Sono d’accordo: l’approvazione della norma di attuazione che equipara al “patentino” altre certificazioni di conoscenza linguistica è una buona notizia.

  3. Die Frage ist doch, und diese Frage stelle ich an die Leser hier, die Autonomie- und Eu-politisch mehr verstehen als ich, die Frage ist doch, braucht es noch den patentino, braucht es noch den Proporz? Wenn sich ein Akademiker um eine öffentliche Stellen bewirbt, muss er dann den Wettbewerb nur in seiner Muttersprache machen oder zwei-bzw. dreisprachig? Würde denn ein ordentlicher zwei-bzw.-dreisprachiger Wettbewerb, schriftlich und mündlich, nicht reichen, um das Sprachvermögen dieser Person zu erfahren? Und dann kann man entscheiden, ob diese Person, egal welcher Sprachgruppe zugehörig,die sprachlichen Voraussetzungen hat und vielleicht den Wettbewerb durch Kritierien wie Ausbildung, Wissen und Qualifikation gewinnen kann. Denn wen interessiert es schon, ob diese Person muttersprachlich deutsch oder italiensich ist, wenn sie beide Sprachen beherrscht und am besten qualifiziert ist? Mich interessiert das auf jeden Fall überhaupt nicht, solange ich mich in meiner Muttersprache unerhalten kann!

  4. ja, jonny, die überlegungen teile ich. die bestimmungen sind größtenteils obsolet, wenn bei einer einstellung wirklich nach qualifikation geurteilt wird.

    von der neuen regelung sind ausgerechnet die mehrsprachigen oberschulen der ladinischen täler ausgenommen – ein durchaus interessantes detail.

  5. Natürlich muss man auch die SVP verstehen, sie definiert sich durch die Trennung zwischen deutsch und italienisch, durch den Proporz und die Sprachgruppenzugehörigkeitserklärung. Würden sich diese Dinge als obsolet erweisen, hätte die heutige SVP doch keine Daseinsberechtigung mehr.
    Und eine Frage an Taibon: Was heisst, die ladinischen Täler sind ausgenommen??

  6. die Neuregelung betritt deutsche und italienischen Bürger, die die Schule einer anderen Sprache besuchen. Die besondere Situation der Ladiner und der paritätischen Schule, wurde nicht berücksichtigt. Weil es Kritik in den Medien gab, schiebt man jetzt eine “Interpretation” nach.

  7. Pingback: Il bilinguismo in Alto Adige « Tedescotraduzioni

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