Rileggere Vassalli

È sempre utile rileggere Sebastiano Vassalli, il suo libro sul Sudtirolo intitolato Sangue e Suolo. Il motivo? Vassalli è riuscito a fotografare, più che il Sudtirolo, la sua rappresentazione vista dal punto di vista degli italiani in un momento particolare della sua (del Sudtirolo) storia (il libro è uscito nel 1985). Per rileggere questo testo bisognerebbe procedere in questo modo: rigo rigo chiedersi quali sono i fatti e in quale luce essi vengono collocati. E inoltre: quante delle osservazioni di Vassalli hanno retto alla prova del tempo? Quante delle sue considerazioni suonano oggi datate? A pagina 84, tanto per iniziare, leggiamo la versione del falegname Merlin (inframezzate da alcuni miei brevi commenti in neretto).

Domenico Merlin è un falegname di origine veneta che è riuscito a impiantare a Bressanone una sua piccola azienda, un mobilificio dove lavorano 25 operai. Vado a trovarlo con Ruggera. È sera: i capannoni sono vuoti, le macchine sono ferme. Ma Merlin accende tutte le luci, vuole che vediamo tutto. È il frutto della mia fatica, dice. In casa si stappano bottiglie e si affettano salami: parliamo con la bocca piena, ma non tutte le cose che ti dico, mi avverte Merlin, puoi scrivere che te le ho dette io. (È un ritornello, quassú). Noi si vive in una società regolata con due pesi e due misure, dobbiamo starci attenti e anche tu devi stare attento. Ci sono delle cose che sono lì, sotto gli occhi di tutti, e se cerchi di dimostrarle non ci riesci…

Domenico Merlin è “riuscito a impiantare…”. Non ha aperto. Ha impiantato la sua ditta riuscendo in un’impresa evidentemente non facile. L’attacco è già pieno di pathos e richiama lo sfondo sul quale si disegnano molte altre storie del libro. Non è facile venire a lavorare onestamente quassù (è il sottinteso). L’azienda di Merlin, non a caso, è piccola. 25 operai. Vassalli si reca a visitare la ditta di Merlin di sera. Magari non avrà avuto tempo di farlo prima, durante la giornata, ma la sera suggerisce mestizia e crepuscolarismo. “Merlin accende tutte le luci…” (Merlin vuole fare piena luce, vuole cioè dire la verità), “vuole che vediamo tutto” (che sappiamo tutto, vuole cioè confessarsi). Le bottiglie e il pane e salame sono quasi un indicatore di tipicità etnica. Merlin è un vero italiano, onesto e modesto. Nonostante il bisogno di dire la verità e di confessarsi (o di confessare una situazione gravosa), Merlin dice subito che non tutte le cose che dirà gli dovranno essere attribuite. Qui ci sono due pesi e due misure. Si allude evidentemente a rischi connessi col dire la verità (ad alcuni non è concesso dirla). Esiste un clima d’intimidazione, a quanto pare. Cose che non possono essere dette. Eppure: “se cerchi di dimostrarle non ci riesci…”. Dunque non solo non conviene dire la verità (per via dei due pesi e delle due misure), ma anche volendolo fare non ci si riuscirebbe.

Merlin: “Cosa vuoi che ti dica dei miei mobili. L’artigianato del legno è tutto in mano ai tedeschi. I nostri mobili si vendono in Alto Adige solo attraverso intermediari. Se io volessi tentare la vendita diretta fallirei nel giro di poche settimane. Il prodotto italiano viene rifiutato”.

Questo è un passaggio chiave dal punto di vista della possibile falsificazione. L’artigianato del legno è in mano ai tedeschi. Era sicuramente così, lo è probabilmente ancora. Ma per quale motivo? Merlin non lo dice e allude chiaramente a un contesto razzista (il prodotto italiano viene rifiutato).

Chiede a Ruggera indicandomi: “La sa la storia degli Schützen che non possono mangiare pastasciutta in pubblico perché la pastasciutta è un mangiare italiano?”

Gli Schützen non mangiano pastasciutta? Il bozzettismo di Merlin assume qui contorni grotteschi e inverosimili. Sarebbe come dire che i carabinieri non mangiano Würstel.

Mi torna in mente lo Schütze che, secondo don Innerhofer, avrebbe sventolato la bandiera italiana sulla piazza del suo paese. Ne parlo e ottengo l’effetto di fargli andare il boccone per traverso. Ruggera: “Non è possibile”. Merlin: “Non ci credo nemmeno se lo vedo”.

Si noti. Alla notizia (inverosimile) degli Schützen che non potrebbero farsi vedere mentre mangiano la pastasciutta, Vassalli reagisce riportando un’altra notizia inverosimile, quella di uno Schütze sbandieratore del tricolore. L’incredulità dimostrata dai suoi interlocutori salda definitivamente il cerchio degli stereotipi.

Merlin: “Nelle case popolari gli italiani stentano a entrare, ma decine di alloggi non vengono assegnati perché non ci sono domande di tedeschi. La stessa cosa succede per le aree industriali. E poi c’è la legge, ci sono le normative civiche che sono uguali per tutti ma una parte della popolazione né è più assillata dell’altra, chissà perché”.

Eccoci. Se Merlin avesse parlato oggi avrebbe detto che le case popolari vengono tutte date agli stranieri. Qui si accontenta di alludere al fatto che molti alloggi resterebbero vuoti, agitando lo spettro di uno spreco immorale, nonché razzista. Vassalli ovviamente non commenta (né avalla, né confuta la versione di Merlin). E non lo fa neppure dopo, quando Merlin in pratica dice che le leggi sarebbero applicate con più severità per gli italiani che per i tedeschi (come per la battuta dello Schütze sbandieratore: la guardia di finanza che chiude un occhio per il tedesco e lo spalanca per l’italiano).

Chiedo dello Stille Hilfe, se è un’organizzazione così silenziosa come vuole il nome. “Non è mica tanto silenziosa, – dice Ruggera. – C’è questo signor Bletschachaer, residente a Monaco di Baviera, che ogni tanto si aggira per le valli inaugurando asili e compiendo opere di bene. Io una volta ne ho parlato in termini che non gli sono piaciuti e lui mi ha scritto una lettera indignata. Se mi telefoni domani ti do l’indirizzo dello Stille Hilfe: è sulla lettera di Bletschachaer.

Al di là di quello che ha significato storicamente, l’organizzazione Stille Hilfe viene presentata qui come qualcosa di losco (lo era?), il misterioso signor Bletschachaer che si aggira per le valli:  metà omino di burro metà Nosferatu.

Ruggera: “Ti interessano soprattutto i problemi della cultura? E allora scrivi questo. Che nelle valli ci sono una trentina di case della cultura, tutte tedesche, tutte nuove, tutte lussuose e ricche di locali poco utilizzati. Anche qui a Bressanone. Per gli italiani non c’è niente. Non esiste la proporzionale per la cultura così come non esiste per il bilancio, per le terre, per tutto quello che non appartiene a loro. E scrivi che gli italiani di Dobbiaco si sono tassati e hanno raccolto soldi in vari modi mettendo insieme un centinaio di milioni con cui hanno preso in affitto dal demanio la vecchia stazione della ferrovia Dobbiaco-Cortina. L’hanno riattata e ora la utilizzano per proiezioni, riunioni, conferenze. Di tasca loro, però”.

Dunque qui è chiaro. I soldi per la cultura ci sarebbero, ci sono. Ma se li prendono tutti i tedeschi, i quali del resto non sanno bene poi cosa farsene, visto che la cultura non è pane loro. Agli italiani (che di cultura hanno sempre avuto una fame atavica) solo le briciole. Anzi. Neppure quelle. È solo grazie al sacrificio e all’ingegno che alcuni di loro (a Dobbiaco) hanno per così dire strappato al demanio una vecchia stazione per riadattarla a malcerta casa della cultura.

Bene. Non è vero che è istruttivo rileggere Vassalli?

 

 

13 thoughts on “Rileggere Vassalli

  1. E’ certamente istruttivo. Ma, senza voler per forza rinnegare quanto riportato nel libro né allora né oggi, una domanda mi sorge spontanea: qualitativamente è utile rileggere queste righe in determinati contesti “di confronto” tra italiani e tedeschi? Non è forse ancora troppo difficile, in Sudtirolo, spiegare (da una parte) e capire (dall’altra) aldilà di ogni possibile fraintendimento? Non è forse un rischio (dagli effetti controproducenti) sventolare oggi Vassalli, ovvero l’analisi di un attore del tutto esterno alla questione? O persino ostentarne il suo recupero dalle nebbie della rappresentazione più o meno tangibile? Me lo chiedo con estrema ingenuità, perché non ho una risposta chiara a riguardo. Solo un dubbio.

  2. @ val: non capisco cosa vuoi dire.
    @gadilu,
    grazie della lettura analitica e puntuale. il libro di vassalli resta notevle come raccolta di pregiudizi e di ignoranza delle cose sudtirolesi da parte degli italiani (di quelli “colti” e “di sinistra” soprattutto). ma a parte questo mi chiedo: a che tanto impegno da parte tua?

  3. Molto interessante. Azzardo una possibile “altra” lettura: dire che le critiche di Vassalli sono espressione di un punto di vista colto e di sinistra non è banale. Sono espressione appunto di quella cultura; una cultura a cui sembrava doveroso essere “contro il potere”. Voglio dire: forse Vassalli è meno “antitedesco” di quanto possa sembrare, e più “contro il potere”, e siccome ai suoi occhi (così come ai miei, quando lessi il libro, e aggiungo che mi piacque molto) il potere in Alto Adige è in mano al gruppo tedesco è contro quel gruppo che si scaglia. Sono meccanismi che si vedono all’opera anche oggi: una certa parte di opinione pubblica il Palazzo comunque sia lo vede con sospetto. E così i suoi “alleati” nella società civile. Magari oggi l’ostilità non è così targata politicamente (o è meno di sinistra e più leghista, ad esempio) ma sempre lì andiamo a parare.

  4. Lucio, mi chiedi “a che tanto impegno”. Non lo so. So che mi piacerebbe davvero commentare tutto il testo di Vassalli riga per riga, entrare nelle sue pieghe, mostrarne il sostrato ideologico, discernere le opinioni dai fatti, evidenziarne gli aspetti contraddittori, misurarne gli effetti di lunga durata.

  5. penso che ciò che scrivi sia vero, marco. a ciò che dici vorrei aggiungere questo: essere “contro” significa, solitamente, essere “a favore” di qualcosa di altro. vassalli nel suo “sangue e suolo” è “contro” coloro che detengono il potere, ma “a favore” (probabilmente senza accorgersene) dell’ideologia nazionalista italiana.

    più in generale: cose ce ne facciamo di una cultura che è “contro” o “a favore” a prescindere dal merito delle questioni?

    @ gadilu
    ammiro la tua energia intellettuale, ma vassalli mi sembra, francamente, “schon gegessen”.

  6. @lucio
    Das glaubst du doch nicht wirklich, oder?
    “vassalli nel suo “sangue e suolo” è “contro” coloro che detengono il potere, ma “a favore” (probabilmente senza accorgersene) dell’ideologia nazionalista italiana”
    Senza accorgersene??

  7. @ jonny,
    würde man vassalli fragen, ob er in seinem buch die ideologie des italienischen nationalismus aufgenommen hat, so würde er “nein” antworten. in diesem sinne behaupte ich, dass vassalli “senza accorgersene” gehandelt hat.

    dass ein “linker” und engagierter autor dem nationalismus verfällt ist schon an und für sich etwas sehr sonderbares. letztlich bedeutet das, dass der nationalismus und seine gefahren nicht genügend bearbeitet und verdaut worden sind.

    @ gadilu: du hast recht. das buch vassallis ist vielleicht schon gegessen, aber noch nicht verdaut.

  8. Vassalli, posso immaginare, a giudicare dalla collocazione ideologica e dall’epoca, che chiave di lettura potesse avere delle vicende del Sudtirolo.
    Cioè si è trovato probabilmente scaraventato da una città italiana qualsiasi, da un circolo PCI o DemocraziaProletaria, dal cappuccio e cornetto alla mattina, ad una landa fredda e sconosciuta in cui fischiano le marmotte e la gente balla dandosi schiaffi sulle sule delle scarpe.
    In questa improvviso scardinamento di ogni certezza e di impotenza della ragione deve aver cercato una chiave di lettura e, non potendosene creare una, avrà adottato quella dei vari Merlin, che probabilmente erano gli unici con cui poteva avere buoni contatti. Non credo si sia mai presa la briga di andare dalla famiglia Gufler di S.Martin a chiedere, magari gentilmente ed in buon tedesco, cosa ne pensassero loro delle case popolari e dei Finanzieri/Carabinieri…

    I lacerti che hai citato mi spingono a ripetere quel che riguarda il mio rapporto col libro di Vassalli: l’ho preso in mano perchè in copertina c’era un manichino con la Tracht come la mia. Poi ho letto il restrocopertina ed ho deciso di *NON* leggere quel libro, perchè mi sarebbe stato più utile ignorare quel che c’era scritto. Ed oggi, caro Gadilu, posso assicurarti che esiste gente che la pensa esattamente come la pensava Merlin/Vassalli ben 25 anni fa…
    per questo è un po’ presto per aprirci una rubrica sul “come eravamo”… sempre che poi di materiale serio su cui riflettere ce ne sia davvero. In questo senso Zoderer era già appartenente ad una generazione successiva (anche quella sorpassata) e molto più alternativo del “compagno” Vassalli.

  9. Bolzanina trapiantata da quasi trent’anni in Romagna, mi trovo spesso ad affrontare il tema Alto Adige con gli amici di qui e a discuterci a volte pesantemente. Quello che passa è che se entri in un negozio a Bolzano e sei italiano non ti servono o ti trattano male, che i paesi delle valli sono ben tenuti, mentre invece Bolzano (essendo a maggioranza italiana) è abbandonata a se stessa, con strade tutte buchi e spazzatura ovunque, e altre amenità simili. Di questo dobbiamo dire grazie anche al signor Rumiz, un suo testo (La secessione leggera) è utilizzato a Bologna nella facoltà di antropologia. Una giovane amica studentessa sventolandomelo sotto il naso cercava di dimostrarmi che ero pazza a ritenerla una città degna di essere vissuta e a desiderare di tornarci quando l’età il lavoro me lo permetteranno.
    Lo stereotipo è facile, (e lo insegnano anche all’ università… Poveri noi) non richiede l’ impegno di pensare e di controllare le cose, ci si affida al sentito dire, che è gratificante permette di crederci migliori di altri. Sono italiano, quindi meglio di un tedesco, sono bianco, quindi meglio di un nero, sono uomo, quindi meglio di una donna… Il meccanismo è sempre uguale, si trova una scusa per considerarsi a priori superiori ad un’ altra parte dell’ umanità e placare in questo modo l’insoddisfazione e l’insicurezza. A Bolzano ci sono nata, ci ho vissuto vent’anni, ci torno spesso, ma NO loro (quelli che al massimo ci son stati una volta in ferie) possiedono la verità, e ne sanno di più, e non c’è verso di convinceli che in città non ci si spara nelle strade. Sono trent’anni che combatto un’ inutile battaglia.

  10. Grazie Vera, la tua testimonianza è preziosa. Ma pensa che simili pregiudizi non vengono creati soltanto da fuori (legittimati, anche se mai abbastanza, ovviamente, dalla distanza). Ci sono bolzanini doc che affermano di vivere in una condizione di infelicità provocata sempre e solo dagli “altri”. E sono tutte persone che CREDONO a quello che dicono. Parimenti, occorre sempre riuscire a far capire che nonostante molte persone cedano a questa sorta di autoinganno collettivo, neppure è possibile affermare che alcuni problemi non esistano, che il nostro modello di convivenza sia esente da pecche o non sia perfettibile. Difficilissimo insomma è non cedere alle contrapposte ideologie e lasciare che esse si divorino lo spazio dei fatti.

  11. @ vera
    il tuo intervento meriterebbe di essere pubblicato. è una testimonianza sincera e autentica, che coglie un aspetto odioso: la saccenza e il pregiudizio con il quale molti “osservatori” guardano alle cose di qui. specialmente “osservatori” politicamente corretti, di quelli che si credono assai lontani dalle rozzezze del nazionalismo.

    eccoti un’altra perla di rumiz. nell’introduzione al libro di dello sbarba “l’oleandro di magnago” afferma che “loro” (quelli che comandano qui) avrebbero devastato la val d funes; se non sbaglio dice addirittura che la val di funes era una “tule” (o “thule”?), un luogo antico e incontaminato: mito chiaramente reazionario, che la dice lunga sul retroterra culturale del compilatore di sottilissimi saggi.

    vivo e lavoro in sudtirolo e non ho mai sentito neppure gli ambientalisti più ideologici protestare per qualche devastazione in va di funes. di altre valli sì, lamentano la “devastazione”; ma della val di funes no, te lo posso assicurare.
    cos’altro è, il giudizio di rumiz, se non il disinteresse a pensare e controllare le cose, se non il sentito dire, il luogo comune, la verosimiglianza al posto della verità? grazie per averlo detto così chiaramente, vera.

    ci tengo però ad aggiungere che la battaglia contro i pregiudizi non è inutile. sempre più persone si accorgono dell’enormità delle panzane che vengono dette della nostra terra. non hanno rappresentanza politica, è vero, e non godono di sostegno da parte dei mezzi d’informazione. ciononostante la reatà e i fatti hanno una loro solidità che è difficile continuare a ignorare e che, col tempo, si impone.
    continua a difenderci!

  12. Beh La giovane amica di cui dicevo si sta per sposare, ho intenzione di regalarle un viaggio a BZ ospite in casa mia a pochi passi dai prati del Talvera. Chissà che non serva a qualcosa.
    Appena avrò un po’ di tempo inserirò sul mio blog un riferimento a questa vostra bella discussione.

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