Autonomia, fantasmi inevitabili

Qualche giorno fa parlavo con un conoscente dell’attuale situazione politica sudtirolese e il discorso è finito sul ruolo svolto dai simboli. Sono i simboli – affermava il mio conoscente – che ci rovinano. Se non ci fossero questi monumenti risalenti a un passato nefasto, questi nomi appiccicati sui sentieri di montagna, se non ci fossero carte d’identità e passaporti (che qualcuno vuole persino duplicare o sovrapporre gli uni sugli altri), o se almeno si riuscisse a non dare a questi simboli molta importanza, ognuno sarebbe costretto a riconoscere la bontà pragmatica della nostra autonomia, ne loderebbe gli indubbi meriti (finalmente senza riserve) e tutti vivrebbero felici e contenti.

L’idea che sostiene una posizione del genere tende a considerare il piano simbolico come qualcosa di staccato e accessorio rispetto al piano dei fatti. Riconoscendo la tangibilità di questi ultimi, si argomenta, dovremmo essere indotti ad allentare la pressione dei primi, fino a liberarcene completamente per mezzo di una progressiva chiarificazione che ricorda un po’ il sogno illuminista dell’affrancamento dai miti.

Mi chiedo: davvero la nostra autonomia sarebbe possibile se non fosse messa in questione da ricorrenti polemiche di carattere simbolico? O meglio: davvero la natura spettrale dei simboli, la loro scenografia fatta di paure e sospetti reciproci, può essere dissolta esibendo semplicemente in primo piano una realtà benevola e pacificata? Il sospetto è che con ciò sfugga proprio l’essenza profonda dell’autonomia, la quale è sì scaturita dal duro (e proficuo) lavoro di contenimento del potenziale di conflittualità proveniente nella nostra società, ma è costretta anche a conservarne e per così dire a evocarne ritualmente la traccia allo scopo di legittimare e consolidare i propri meccanismi immunitari.

Paradossalmente non potremo mai liberarci dai simboli e dai fantasmi che minacciano la pratica della nostra autonomia senza intaccarne la stessa radice. Dunque l’unica cosa che possiamo fare è circoscriverne gli effetti al campo della mera rappresentazione, riflettendo sulle dinamiche della loro proliferazione, decostruendo i tratti che esercitano ancora attrazione, congedando infine l’illusione di risparmiarci la fatica di contribuire ogni giorno al loro indebolimento. Nessuna soluzione definitiva, insomma, ma una estenuazione costante, un vigile depotenziamento dei contrasti sempre sul punto di rinascere. È poco? Può darsi. Ma considerando quello che abbiamo visto accadere in passato non è un risultato disprezzabile.

Il Corriere dell’Alto Adige, 26 gennaio 2010