Un resoconto qualunque

Disegno di Alfred Kubin

Ovvero: Il Sudtirolo spiegato a RenataRanetta

La testa, se la scuoti e poi la versi in un bicchiere, contiene poco o niente: la mente, geometrici rottami, ghirigori, gemme, quadrati vuoti o pieni, mostruose simmetrie.

Il sudtirolese che ci tocca immaginare, costretto al proprio ruolo  da un copione duro, duramente scritto da uomini induriti dalla storia, si toglie il copricapo, si taglia i capelli a zero, si strappa il cuoio capelluto e si sguscia la testa, levandosi l’osso occipitale impari e incavato a forma di conchiglia per vedere che cosa ci sia sotto, avvedendosi con sorpresa che là, dove dovrebbe esserci il cervello, c’è invece un cappello sbertucciato pien di piuma d’uccel di grossa penna. Di fronte a lui, contemporaneamente, l’altoatesino che ci tocca immaginare, appiccicato al proprio ruolo da un copione molle, mollemente scritto da uomini rammolliti dalla storia, si toglie il copricapo, si taglia i capelli a zero, si strappa il cuoio capelluto e si sguscia la testa, levandosi prima con i diti lunghissimi dei piedi l’osso parietale e poi, con le dita affusolate delle mani, l’osso occipitale a forma di conchiglia, accorgendosi con un certo stupore che là, dove ci si aspetterebbe di trovare l’organo molle e polposo tutto intiero che riempie la cavità del cranio, non c’è proprio nulla.

Se la scena principale non fosse così avvincente, gli spettatori in platea con l’udito più fine si accorgerebbero che in un angolo in penombra del sottopalco rotola non visto il solito teschio verde che vorrebbe mescolare il cappello piumato con il niente. „Anche lui, poveraccio, fa parte dello spettacolo“ dice il tizio che siede alle mie spalle. „Già, ma cosa significa tutto questo?“ gli  chiede Irina con la testa poggiata sul petto di Olga. „Perché non ce ne andiamo? Qui l’aria è pesante, ristagna. Non sente anche lei uno strano odore di muffa? Dalle vecchie tappezzerie esala un alito rancido. Non lo sente anche lei? Non lo sente? Ah, soffoco, soffoco….“. „Ma che dice? Il nostro clima è il migliore d’Europa. Abbiamo il profumo dei larici, qui, abbiamo il fieno tagliato.  Bisogna recitare, lavorare. Dobbiamo lavorare, recitare…“. „Sì, ha ragione lei. Forse verrà un giorno in cui tutto questo ci apparirà chiaro, ma intanto dobbiamo recitare, lavorare… Però qui fa caldo, molto caldo, e il pavimento è sempre più limaccioso. Ma poi, scusi, mi sa spiegare da dove saltano fuori tutti questi ranocchi? Qui l’aria è satura. Capisce cosa intendo? L’aria è greve, viziata… respirare sta diventando difficile, e questi mosconi, poi…“. Sarebbe bello poter trascrivere queste parole nel mio resoconto, ma come fare? A questo punto il copione prevede che un soffio di maestrale, libeccio o tramontana sollevi il mio foglietto per sospingerlo sotto le luci della ribalta. La pagina volteggia, resta sospesa, piroetta nel vuoto, manda ombre tremolanti sul fondale, svolazza, galleggia nell’aria, offre un saggio di levità. Poi, quando il vento cessa di spirare, si fa improvvisamente ponderosa e precipita giù in basso, inghiottita dalla botola di scena senza essere letta. Dai corridoi, tra fumi colorati che si diffondono nell’aria mescidandosi, vengono grida tonfi sinistri balenii di vortici scarlatti. “Chi può fermarli?”. “L’Imperatore, forse, se entra in giostra sul cavallo degli scacchi”. In attesa che Norbert C. Kaser, accoccolato sui ginocchi sbucciati di Clemente Rebora, cominci a recitare una poesia di Trakl ai ritmi impossibili di Dino Campana, un cameriere scivola svelto tra le poltroncine. Distribuisce bibite e panini e rivolge agli spettatori le parole di rito: „Lemonsoda? Coca cola? Vino bianco?“. „I nostri succhi di frutta sono biologici“. „Nel panino al formaggio ci metto il cetriolino?“. „Per le signore e i signori più esigenti abbiamo preparato degli squisiti involtini primavera“.

E pensare che questa farsa durerà ancora miliardi d’anni, scrisse Flaiano da qualche parte. C’è da augurarsi che avesse ragione. [edz]

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