Chi ha paura della toponomastica?

Sull’Alto Adige di oggi Francesco Palermo ha pubblicato un ottimo articolo che spiega benissimo quello che per me signfica “rappresentazione del contrasto etnico“. Giustamente Palermo mette in evidenza come il contrasto sia oggi tutto spostato sul piano simbolico, mentre sul piano pragmatico molti problemi sono risolti o si possono comunque risolvere (benché siano più complessi, almeno apparentemente, di quelli simbolici). Soltanto riguardo alla conclusione del suo ragionamento mi permetto di segnalare una divergenza tra la sua interpretazione e la mia. Mentre infatti per Palermo sembra che i contrasti simbolici possano essere superati semplicemente riconoscendo al piano pragmatico la sua supremazia (e in questo senso la citazione finale postula una sorta di evoluzione o meglio di emancipazione dal simbolico, visto quasi alla stregua di retaggio di un mondo primitivo), io sono convinto che il simbolico (cioè il livello delle “semicieche fissazioni e appartenenze”) non solo non sia mai disposto a mollare la presa, ma nel nostro caso sia una diretta emanazione del livello pragmatico che si vorrebbe a lui superiore. Ma ci sarà modo di approfondire il discorso.

* * *

La politica dell’autonomia ha due volti, quello simbolico e quello pragmatico. Come un metronomo, al tocco da una parte segue inesorabilmente quello dall’altra. Il volto pragmatico si e’ mostrato col recente accordo per il coordinamento della finanza delle province autonome di Bolzano e Trento con gli obiettivi del “federalismo fiscale”. Nonostante la complessità della materia, è bastato un incontro tra i presidenti Durnwalder e Dellai e i ministri responsabili per raggiungere un importantissimo risultato. Subito dopo il pendolo si è spostato sul versante simbolico, rilanciando temi tecnicamente più semplici (clausola di tutela, autodeterminazione, toponomastica), ma ai quali da anni non si riesce a trovare soluzione.

In questo modo i rapporti tra Bolzano e Roma continuano tra alti e bassi. E a ben vedere i bassi sono sempre e solo sulle questioni simboliche, mentre ciò che conta davvero funziona piuttosto bene. I simboli sono necessari per mantenere in movimento il sistema e soprattutto come carta negoziale. Nel contempo, l’apertura al dialogo dimostra che in ogni stagione si possono fare passi in avanti sulla strada di una convivenza matura. Non è quindi vero che in presenza di un governo se non ostile quantomeno difficile per le autonomie speciali le riforme non siano possibili, come viene spesso detto per giustificare l’immobilismo sulla riforma dello statuto. Quando si vuole, lo statuto si può modificare, come sta avvenendo per gli accordi sul finanziamento delle Province autonome, che andrà a toccare gli articoli 75-79 della carta fondamentale dell’autonomia.

Insomma, i problemi si possono risolvere spostando le questioni simboliche sul piano pratico, col doppio vantaggio di disinnescare i simboli e di risolvere i problemi. Si può fare anche con la toponomastica.

La toponomastica è forse l’unico reale punto di forza della comunità italiana in Alto Adige. Nulla si può fare senza il suo consenso, e senza un accordo non ci potrà mai essere una toponomastica che non sia interamente bilingue, senza eccezioni, perché qualunque forzatura unilaterale sarebbe illegittima. La SVP lo sa benissimo, gli italiani meno.

Così la SVP forza per poter negoziare, e gli italiani dicono un no di maniera, come rara occasione per mostrare di esistere. Un teatrino che però non fa bene alla convivenza. La SVP non si accontenta del bilinguismo totale ed è disposta a molto, forse a tutto, per rompere il principio. E’ un peccato che la SVP sia contraria ad una toponomastica completamente bilingue, ma lo è altrettanto che i partiti italiani siano così affezionati ad essa. Così il tema resta ostaggio di due debolezze. Quella della SVP, che insiste per paura delle destre tedesche, e quella degli alleati italiani, che temono le destre italiane. Ma con la paura non si va avanti e si resta impantanati nei simboli.

Dovrebbero essere gli italiani a sfruttare la situazione con proposte razionali, mettendo sul piatto della toponomastica una contropartita ragionevole. Il guaio è che gli “italiani”, e meno ancora i partiti che li rappresentano, non sono in grado di avanzare alcuna proposta seria, perché su tutto c’è dissenso. Potrebbero proporre l’allentamento della proporzionale, ma una parte la vuole tenere in piedi più di quanto vogliano i tedeschi. Potrebbero rilanciare sulla scuola, ma nessuno si azzarda a fare proposte per paura di smuovere le acque. Potrebbero ipotizzarsi forme di maggiore coinvolgimento nel processo decisionale, ma queste si sono finora ridotte a calcoli sulle poltrone (ricordate il “terzo assessore italiano”?).

Da parte tedesca c’è la vecchia proposta Durnwalder, concreta e non scandalosa, che vorrebbe distinguere tra macrotoponomastica (bilingue) e microtoponomastica (che potrebbe essere anche monolingue a decisione dei comuni). Da parte italiana cosa c’e’? Né controproposte, né un no convinto. Così si resta, da una parte e dall’altra, sul piano dei simboli. Un piano che, come ha scritto il filosofo Lombardi Vallauri, “tend[e] a catalizzare l’aggressività, a mobilitare-contro: i simboli svelano un livello, intellettuale e relazionale, primitivo dello sviluppo umano, quello delle semicieche fissazioni e appartenenze”. Saperne uscire indicherebbe la capacità di un colpo d’ala per spezzare la logica del metronomo. Ma, si sa, ci sono le comunali alle porte. [Francesco Palermo]

57 thoughts on “Chi ha paura della toponomastica?

  1. @ Francesco

    Sono d’accordo con Gabriele. L’ articolo è ottimo ma la conclusione mi pare debole.

    Il contenuto del mio dissenso sta tutto in un testo che scrissi nel 2006, a vent’anni di distanza da „Il conflitto etnico ben temperato“. Allora mi chiedevo: che cosa diventerebbe il testo langeriano se lo riscrivessimo dopo la chiusura del Pacchetto? Mi pareva che il 1992 avesse segnato ufficialmente il passaggio dal tempo del conflitto etnico al tempo della sua rappresentazione (su Internet ne ho già scritto un po’ ovunque: il contrasto etnico evapora ma i suoi simboli rimangono intatti, eccetera, eccetera). L’idea di „rappresentazione del contrasto etnico“ nacque così. Gabriele ha poi articolato il mio testo da par suo (avercene di lettori come lui!) fornendo allo scheletrino dei miei appunti una dimensione diacronica.

    Ecco il testo. Oggi lo modificherei radicalmente. Te lo invio comunque, perché mi pare che le parti che in esso ancora funzionano, dialoghino in profondità con l’ipotizzata debolezza della tua conclusione.

    PASSEGGIANDO CON ŽIŽEK
    Il conflitto etnico ben temperato, vent’anni dopo

    Qualche anno fa avremmo scritto: “Il contrasto etnico è la parola parlata dell’autonomia”. Oppure, non senza un briciolo di vanità: “L’autonomia è la grammatica profonda del contrasto etnico”. Oggi dobbiamo dire qualcosa di diverso: la provincia autonoma di Bolzano non è fondata sul contrasto etnico, bensì sulla sua rappresentazione pubblica.

    La rappresentazione del contrasto etnico è l’Immaginario dell’autonomia. Non capire la necessità della separazione etnica significa non capire le ragioni politiche dell’autonomia. Non capire l’inevitabilità della rappresentazione del contrasto etnico significa non capire le ragioni del suo Immaginario.

    La rappresentazione del contrasto etnico non sostituisce la realtà della separazione (non la nega), ma serve a giustificarla: essa è precisamente quella regione dell’immaginario collettivo entro la quale la realtà della separazione appare pietrificata e dunque insostituibile.

    Il contrasto etnico, destinato in condizioni normali ad affievolirsi e infine ad estinguersi, viene tenuto in vita, e in alcuni casi letteralmente inventato, dalla sua continua rappresentazione. Parafrasando Slavoj Žižek, si potrebbe anche dire che “qualcosa (la rappresentazione pubblica del contrasto etnico) emerge, causando retroattivamente le proprie cause (il contrasto etnico)”. Si badi però: qui non stiamo parlando semplicemente di causa ed effetto, bensì di “una causa che in qualche modo causa retroattivamente i propri presupposti”.

    Antonio e Karl, due amici d’infanzia che condividono la passione per l’alpinismo, dopo aver commentato un articolo di cronaca su un presunto omicidio a sfondo etnico, hanno concluso la serata di ieri prendendosi a calci in un angolo buio vicino alla chiesa. (Con Claudio Magris, “viene il sospetto che prima di ogni accadimento reale o inventato, ci sia il suo racconto, la fantasia che lo immagina, la parola che fonda e crea la realtà”).

    Per capire questa specie di cortocircuito tra il contrasto etnico e la sua rappresentazione pubblica, bisognerebbe riuscire a figurarsi una polla acquifera che alimenta una sorgente, che a sua volta la alimenta. Dovremmo immaginare un sistema idrico fantastico, la cui efficacia visionaria avesse a coincidere con la semplicità irreale del suo funzionamento: nel punto esatto in cui la polla diviene altro da sé, facendosi sorgente, l’acqua sgorga dal terreno e percorre alcuni metri incanalata nel suo letto. Poi, poco prima di diventare rivo rigagnolo o torrente, s’infila in una crepa e, senza dispersioni, torna alla sua polla per ripetere daccapo il medesimo percorso.

    Non basta dire che la convivenza e il contrasto etnico sono la temperatura minima e la temperatura massima del nostro stare insieme. Accorgersi che l’idea del contrasto etnico è solidale con l’idea della convivenza non è sufficiente. Bisogna aggiungere che il rapporto di solidarietà che rinsalda le due idee è precisamente lo spirito composito, a un tempo malevolo e benigno, della nostra autonomia.

    La rappresentazione del contrasto etnico non è qualcosa di diverso dal vaccino di Roland Barthes: “S’immunizza l’immaginario collettivo mediante una piccola inoculazione del male riconosciuto: lo si difende così dal rischio di un sovvertimento generalizzato”.

    Nel “grande racconto della separazione etnica” la convivenza è l’idea fissa degli autonomisti mancati. Contrapporla frontalmente al contrasto etnico è il modo più sicuro per non raggiungerla mai. A modo di provocazione, si potrebbe anche dire che l’ideale della convivenza è l’arma reale che l’autonomia mette a disposizione dei suoi avversari per farne i più strenui difensori della separazione.

    Esistono due categorie di Autonomisti: gli autonomisti e gli antiautonomisti. Gli antiautonomisti, per il solo fatto di esistere, dimostrano che l’autonomia è ancora necessaria.

    L’autonomia ha bisogno del contrasto etnico, ma non può fare a meno della convivenza. Il contrasto etnico serve a dimostrare che il modello autonomistico è ancora necessario, mentre la convivenza ci dice che il modello funziona.

    Alimentandosi di un parodosso attivo che poggia sulla dicotomia non risolvibile tra efficacia e necessità, l’autonomia perfetta si dà soltanto nella forma di un’imperfezione: dev’essere efficace ma non troppo, necessaria ma non indispensabile. Vista in quest’ottica, essa soggiace a una logica ostinata: essendo indispensabile, confesserebbe la propria scarsa efficacia; se invece funzionasse a dovere, non sarebbe più necessaria. Nel primo caso andrebbe modificata, nel secondo senz’altro eliminata. L’autonomia è allora uno strano meccanismo, che per poter funzionare non può funzionare perfettamente, e che per essere necessario non può esserlo del tutto.

    Non diversamente dalla Nike di Samotracia, l’autonomia è destinata a restare incompleta, nella forma di una distemperanza equilibrata, di un’opera che non può essere conclusa, pena il suo disfacimento. Sarebbe immaginabile una Nike con la testa? Avrebbe ancora senso un’autonomia pienamente realizzata? In entrambi i casi, il compimento dell’opera coinciderebbe con la sua distruzione. Così come il significato estetico della Nike è ormai imprescindibile dalla sua mutilazione, il significato politico dell’autonomia non può fare a meno della sua incompletezza.

    “L’autonomia è una necessità”: affinché questa proposizione abbia un senso, non è importante che il contrasto etnico ci sia, ma che esso si veda, che venga comunque esibito anche laddove esso non c’è. La convivenza, al contrario, ci deve essere ma non si deve vedere: in questa prospettiva, essa è il volto osceno dell’autonomia e in quanto tale non può essere rappresentata.

    Per mostrare l’efficacia del modello autonomistico, invece, è sufficiente invertire i due termini della questione: in tal caso il contrasto etnico va senz’altro occultato, mentre la convivenza deve essere esposta in piena luce.

    La rappresentazione del contrasto etnico e la rappresentazione della convivenza sono il recto e il verso della stessa moneta. In alcune circostanze è bene esibire l’uno, in altri casi conviene mostrare l’altro.

    Provo a riassumere in forma di fiaba: “Scendendo in cantina per prendere del vino, l’autonomia è cascata in terra e si è strappata i pantaloni. Ora è tutta scoperta e le si vede il fondoschiena. Ma niente paura. Qualcuno sta già provvedendo a rimettere insieme la solita toppa: temperare il contrasto etnico, pur esasperandone la sua rappresentazione”.

  2. Pensa te, evaporerà prima la rappresentazione del contrasto etnico o chi, di questa rappresentazione, si nutre per esistere?

  3. @ Superciuk

    Beh, allora tu saresti il primo a evaporare (insieme a tutti i tuoi discorsi sull’apartheid con i quali hai scassato l’anima a tutti quanti da almeno una ventina d’anni).

  4. Ma “Superciuk” è quello che, in altri blog, scrive cose silmili?

    # Luigi d ambrosio dice:
    Gennaio 18th, 2010

    Concetta perché non posti l editoriale di Palermo e il commento sul sito di milland? Articoli veri chiari precisi che sanno quel che vogliono e come raggiungerlo. Siamo al rosolio del pensiero. Dai pubblicali ed apri il dibattito.

    E, anzi, con la solita simpatia:

    La toponomastica e’ tema di campagna elettorale e questo lo ricorda anche Palermo nella sua pietra miliare del cristallino adamantino giornalismo altoatesino. Il tema viene ripreso a milland dall editorialista del corriere che vedo attivissimo in rete e che ammiro per il poter riuscire in periodo di scrutini voti e con famiglia ad essere così presente. I due articoli si specchiano e di completano in una ricerca certosina del senso profondo del tema . Un lavoro ammirevole su in tema difficile.

    Ma lui “non è impegnato in periodo di scrutini voti e con famiglia”? Ma come fa a trovare il tempo di intervenire a un dibattito che, evidentemente, lo fa così scompisciare, tanto da inondare altri blog di commenti malevoli e insinuanti?
    Mah…

  5. L apartheid esiste come
    esistono gli zelanti custodi Dell ortodossia politica teatrale del sudtirolo di cui fai parte.

  6. Aber das würde ja bedeuten, dass alle, die für ein zwei-dreisprachiges Südtiroler Volk eintreten, ohne Proporz, ohne Sprachgruppenzugehörigkeitserklärung , von Anfang an auf verlorenem Posten stehen, weil es die drei Sprachgruppen braucht, um die Autonomie zu rechtfertigen.
    Das würde bedeuten, dass alle, und ich meine alle, dazu verdammt sind, dagen zu reden in der Hoffnung ,dass sich trotzdem nichts ändert.
    Das würde bedeuten, dass die Autonomie unantastbar, nein, sogar unbesiegbar ist.
    Das würde bedeuten, dass das Volk aus diesem Land einen Status Quo macht, und das würde bedeuten, dass ich mich in diesem Land nicht mehr wohlfühlen werden kann.

  7. @ Superciuco

    Ah, ma se l’apartheid esiste significa che non solo non siamo al livello di rappresentazione, ma di “cosa in sé”. Parlane nel salottino dei moderati e sentiamo cosa ti dicono. 🙂

    @ Gatto

    Hai visto? Inguaribile ottimista il nostro Superciuco, spera di far leggere (e far capire) Palermo agli ospiti del salottino per alimentare il “dibattito”. Mi fa quasi tenerezza.

  8. Beh, però almeno lì qualcuno dichiara, candidamente: ho letto e non ci ho capito nulla. Lui invece, che pensa di capire tutto e di sapere tutto e di avere la risposta a tutto e di potere “scompisciarsi” su tutto etc., ecco, lui pretende di avere capito e di potere spiegare. Ma poi l’unica cosa che riesce a fare è andare in altri luoghi a lanciare frecciatine, tra l’altro con quella odiosa allusione al “tempo degli scrutini e famiglia”. Insomma, oltre a infangare, mi sembra che non riesca a dimostrare di fare altro. Anzi no: scrivere male degli slogan. Mah…

  9. Scusami, Gabriele, ma è che leggere certe cose (illazioni, allusioni etc.) mi infastidisce parecchio, debbo dire. Ma hai ragione: non vale la pena.

  10. @ superciuk

    Sai superciuk? Per me è sempre molto difficile reagire a quello che scrivi: io sono abituato a dialogare con dei blogger contemporanei, mentre tu sei già un classico.

    “Pensa te, evaporerà prima la rappresentazione del contrasto etnico o chi, di questa rappresentazione, si nutre per esistere?”.

    La tua domanda non ha senso nemmeno come provocazione. Ti risponderò comunque, perché adoro porgere il secchio a chi munge il becco.
    Io credo che finché la paura dell’assimilazione e la salvaguardia delle differenze etniche saranno le coordinate imprescindibili del nostro modo di sentire e di pensare, la rappresentazione del contrasto etnico non potrà dissolversi come non potranno dissolversi i suoi attori. E questo per un motivo molto semplice: il modello circolare (ricorsivo) immanente al rapporto politica-immaginario è lo stesso che soggiace al rapporto tra il contrasto etnico e la sua rappresentazione.
    Non mi stancherò mai di ripeterlo: la rappresentazione del contrasto etnico è l’immaginario dell’autonomia (e non solo). Cosa vuol dire questo? Semplicemente che il nostro immaginario (politico) che informa di sé il nostro discorso pubblico è in un certo senso l’emanazione spontanea di quel complicato sistema di permessi e di divieti che è la nostra autonomia. Ma anche i nostri politici sono un’emanazione spontanea della nostra autonomia! Anche loro, muovendosi in quello stesso sistema di permessi e di divieti, possono fare o dire alcune cose e non possono farne o dirne altre. Insomma: i nostri politici (figli dell’autonomia) attingono al nostro immaginario (figlio dell’autonomia) perché è l’unico immaginario di cui dispongano e il nostro immaginario si calcifica perché i nostri politici continuano a nutrirlo. L’immaginario alimenta la politica e la politica ispessisce l’immaginario.

  11. “L’apartheid esiste come esistono gli zelanti custodi dell’ortodossia politica teatrale del sudtirolo di cui fai parte”.

    L’apartheid di cui parli è precisamente quel che diventa la separazione etnica sul piano della rappresentazione. Anche chi nega l’esistenza della separazione etnica (che non ha nulla a che vedere con l’apartheid) si muove sul piano della rappresentazione. Ma né io, né tantomeno Gabriele ci sogneremmo di negarla, perché significherebbe pressappoco negare l’esistenza dell’attuale impianto autonomistico. Mi sembra di averlo scritto chiaramente nel pezzo postato sopra.

    “La rappresentazione del contrasto etnico non sostituisce la realtà della separazione (non la nega), ma serve a giustificarla: essa è precisamente quella regione dell’immaginario collettivo entro la quale la realtà della separazione appare pietrificata e dunque insostituibile”.

  12. A parlare con superciuco si fa la figura di quello che propone incessantemente di cavalcare una motocicletta a chi si dimostra invece tutto contento di lucidare il proprio triciclo.

  13. Ah, e per quanto riguarda l’infangare: chi infanga sta con i piedi nel fango o comunque è costretto a prenderlo in mano per lanciarlo.

  14. Per EDZ: condivido in pieno la diagnosi (scritta tra l’altro benissimo), e credo sia presente anche ai professionisti dei simboli. Il problema è cercare la terapia. Ammetto, l’invito al pragmatismo è banale, ma qualcosa bisognerà pur proporre. I simboli sopravvivono anche per mancanza di alternative.
    Per Gadilu: ecco, vedi cosa intendo col terrore dei blog?
    Ciao a tutti

  15. Non so, Francesco: per me una buona diagnosi è già una mezza terapia. Io, peccando forse di immodestia, credo che i tuoi editoriali e quelli di Gabriele abbiano, a livello argomentativo, la stessa funzione dei miei “foglietti sudtirolesi” su un piano letterario: quella di creare un “mito artificiale” (Roland Barthes) in grado di mostrare la mitologia della separazione in quanto “ingenuità guardata”. Nella migliore delle ipotesi, le cose che scriviamo sono dunque la messa in scena di una messinscena.

    A me sembra già molto. Per provare a fare qualcosa di più pragmatico dovrei entrare in politica. Ma per me equivarrebbe a consegnarmi volontariamente alle tenaglie del norcino.

    Ciao e a presto

  16. Diagnosi alla mano (l’autonomia genera ed allo stesso tempo si nutre della separazione etnica e delle annesse «rappresentazioni») giungo — forse sbagliando — alla conclusione che la soluzione non possa essere immanente all’autonomia, ma ne richieda il superamento. Ma non voglio annoiare.

  17. Lo sbaglio che secondo me fai, caro Simon, è questo: tu pensi per l’appunto che si debba trovare una soluzione. Ma una soluzione, forse, propriamente non c’è, almeno se con la parola “soluzione” intendiamo la fine, l’estinzione di una tensione (e dunque di un contrasto) sia pure attualmente (e per fortuna) ridotto a bassa intensità. È illusorio – secondo me – cancellare il dato della differenza che si vuole salvaguardare come tale (altrimenti, e questa è sempre stata LA soluzione, dobbiamo accettare senza infingimenti l’ipotesi di una assimilazione). Dunque: nessuna soluzione definitiva, ma una estenuazione continua, un depotenziamento sempre vigile dei contrasti che comunque continuerenno a sussistere (l’indipendenza NON li estinguerebbe, io credo). È poco? Può darsi. Ma non è pochissimo (considerando quello che abbiamo visto accadere in passato).

  18. @ gadilu

    Come fai a spiegare così schifosamente bene delle cose così complicate? A volte mi stai quasi sulle balle.

    @ simon

    “(l’autonomia genera ed allo stesso tempo si nutre della separazione etnica e delle annesse «rappresentazioni»)”.

    Carissimo, la diagnosi da te indicata mi dà modo di specificare perché “Passeggiando con Zizek” non mi convince più. Io oggi quella diagnosi la riscriverei più o meno così.

    “l’autonomia E TUTTE QUELLE CORNICI ISTITUZIONALI CHE VEDONO NELL’ASSIMILAZIONE QUALCOSA DA EVITARE E NELLE DIFFERENZE ETNICHE QUALCOSA DA SALVARE, allo scopo di temperare o scongiurare il conflitto sono costrette a congelare la separazione etnica, alimentando necessariamente la sua rappresentazione”.

    Ecco. Io credo che le parole scritte in maiuscolo mostrino in tutta evidenza i punti deboli di “Passeggiando con Zizek”, ma anche di BBD.

  19. @ simon

    Abbi pazienza: siccome non sono in grado di linkare, copioincollo alcuni estratti di una discussione di qualche mese fa. I miei dubbi nei confronti di BBD stanno tutta lì.

    1. Quando dico che l’autonomia riesce “al livello più basso” non intendo dire, spregiativamente, che è una soluzione al ribasso, ma che funziona perseguendo un obiettivo che per una buona parte dei sudtirolesialtoatesini è ormai un obiettivo minimo. Non avendo molto tempo, mi spiegherò per appunti.

    I padri dell’autonomia si sono dati un obiettivo – salvare la capra della pace sociale e i cavoli etnici – e lo hanno raggiunto.

    Visto dal basso, ovvero dalla fine degli Sessanta, in pieno conflitto etnico, quell’obiettivo era molto, molto alto. Anzi, era l’obiettivo massimo. Per vederlo, eravamo costretti ad alzare il naso all’insù fin quasi a slogarci il collo.

    Oggi, in piena rappresentazione del contrasto etnico, lo vediamo dall’alto e da lontano e ci sembra piccolissimo. Quello che quarant’anni fa era l’obiettivo massimo è diventato nel frattempo l’obiettivo minimo. (Minimo per le destre tedesche, che vedono nell’autonomia una soluzione provvisoria da superare, e minimo per le componenti più progressiste, che la vedono come un modello statico da dinamizzare). Insomma, molti sudtirolesi pensano dell’autonomia quel che Giuseppe Pontiggia pensava degli scrittori: „Ciò che oggi sconcerta non sono le ambizioni smisurate, sono le ambizioni modeste, come i matrimoni riusciti: ci si aspetta tanto poco dal matrimonio, che alla fine non manca di darlo“.

    In realtà, l’obiettivo minimo raggiunto dall’autonomia, IN QUALSIASI CORNICE ISTITUZIONALE, continuerà ad essere l’obiettivo massimo finché la paura dell’assimilazione e la salvaguardia delle differenze etniche saranno le coordinate imprescindibili del nostro modo di sentire e di pensare. Incontrandosi, quell’idea (la salvaguardia delle differenze etniche) e quel sentimento (la paura dell’assimilazione) formano l’unico spazio sul quale oggi gli attori politici sudtirolesialtoatesini accettino di confrontarsi. Karl Zeller, Riccardo Dello Sbarba, Donato Seppi, Tommasini, Sven Knoll, pur non trovandosi d’accordo quasi su nulla, condividono quello spazio e non si sognerebbero mai di metterlo in discussione.

    Lo spazio appena indicato precede l’autonomia, precede BBD, precede tutti i modelli istituzionali che vedono nell’assimilazione qualcosa da evitare e nelle differenze etniche qualcosa da salvare. Lo spazio di cui sto parlando è naturalmente l’ABC del pensiero multiculturalista, il cui punto debole è stato indicato con sicurezza da Slavoj Žižek:

    “Il punto debole dell’universale sguardo multiculturale non risiede nella sua incapacità di “gettar via l’acqua sporca senza perdere anche il bambino”: ciò che è profondamente sbagliato è che quando si butta via l’acqua sporca del nazionalismo (del fanatismo eccessivo), bisogna stare attenti a non perdere il bimbo della sana identità nazionale – vale a dire che bisogna tracciare la linea di separazione tra il giusto grado di “sano” nazionalismo che garantisce il minimo necessario di identità nazionale e il nazionalismo eccessivo (xenofobo e aggressivo)”. Proprio tale distinzione di buon senso riproduce il ragionamento nazionalista che mira a liberarsi dell’eccesso “impuro”.

  20. @ simon

    2. L’obiettivo perseguito dall’autonomia (salvare la capra della pace sociale e i cavoli etnici) non è naturalmente un obiettivo irraggiungibile – siamo tutti d’accordo che l’autonomia l’abbia raggiunto – ma è un obiettivo che non può considerarsi definitivamente acquisito “finché la paura dell’assimilazione e la salvaguardia delle differenze etniche saranno le coordinate imprescindibili del nostro modo di sentire e di pensare”. È INSOMMA UN OBIETTIVO STRANO, CHE UNA VOLTA RAGGIUNTO NON PUÒ SMETTERE DI ESSERE L’OBIETTIVO DA RAGGIUNGERE.
    Insomma: l’obiettivo raggiunto dall’autonomia, IN QUALSIASI CORNICE ISTITUZIONALE, è un’ottima base per continuare a raggiungere l’obiettivo dell’autonomia, che è destinato a rimanere sempre lo stesso “finché la paura dell’assimilazione e la salvaguardia delle differenze etniche saranno le coordinate imprescindibili del nostro modo di sentire e di pensare”.

  21. 3. E ora un esempio:

    “Ora mi trovo a Brunico e sto per mettermi in macchina. Tra mezz’ora arriverò a Bressanone e mangerò qualcosa. Poi riprenderò il viaggio e, se tutto andrà bene, stasera sarò a Milano e mi farò una bella dormita. Domani mattina, non prima di aver visitato il duomo, ripartirò per chissà dove”.

    Questo è il resoconto minimo di un viaggio normale. Il viaggio dell’autonomia, invece, andrebbe descritto così:

    “Ora mi trovo a Brunico e sto per mettermi in macchina. Tra mezz’ora arriverò a Brunico e mangerò qualcosa. Poi riprenderò il viaggio e, se tutto andrà bene, stasera sarò a Brunico e mi farò una bella dormita. Domani mattina, non prima di aver visitato il duomo, ripartirò per Brunico”.

    È insomma un viaggio a meta fissa (A OBIETTIVO FISSO: salvare la capra della pace sociale e i cavoli etnici). È ripetitivo, abbastanza incomprensibile e poco entusiasmante. Non solo. Proprio per queste ragioni è faticosissimo e poco seducente. Bisogna però capire che questo non è soltanto l’unico viaggio che possa proporci l’autonomia, ma è anche il solo viaggio proponibile da tutti quei modelli istituzionali (compreso quello prefigurato da BBD, se in questi anni non ti ho frainteso completamente) che vedono nell’assimilazione qualcosa da evitare e nelle differenze etniche qualcosa da salvare.

  22. Io mi soffermerei invece proprio sulla conclusione, anzi, sull’ultima frase dell’articolo:
    “Ma, si sa, ci sono le comunali alle porte.”

    è geniale ha colto il succo del discorso. La SVP non può cedere a nulla e deve seguire la scia della destra tedesca perchè ha paura di perdere voti a favore di quest’ultima!

    NOTEVOLE! (ragionamento è lineare, ma difficilmente un giornalista lo scriverebbe!)

    BERTO

  23. @gadilu:

    “Ma una soluzione, forse, propriamente non c’è, almeno se con la parola “soluzione” intendiamo la fine, l’estinzione di una tensione (e dunque di un contrasto) sia pure attualmente (e per fortuna) ridotto a bassa intensità.”

    Devo ammettere di non capire perché non dovrebbe esserci una soluzione. Non parlo di una soluzione a tutti i nostri problemi, di una convivenza «piatta». Mi riferisco invece ad una soluzione istituzionale alla nostra (di molti) voglia di un avvicinamento, di un insieme che non significhi assimilazione ma contaminazione. Nelle condizioni attuali, purtroppo, l’una cosa comporterebbe (probabilmente) l’altra — QUESTO è il problema da risolvere.

  24. @edz: Hai ragione da vendere, caro Enrico. Fin quando non accetteremo l’assimilazione (totale), per il Sudtirolo è e rimarrà fondamentale la ricerca e la salvaguardia di equilibri. Però sono convinto che esistano equilibri a vari livelli — che comporta vari livelli di convivenza, contaminazione, giustapposizione, sovrapposizione e tensione. Ecco, quel che io ricerco non è un modello libero da equilibri (ci si libera degli equilibri gettando la diversità), bensì un modello che sdrammatizzi la «salvaguardia», l’identità e l’appartenenza, rendendoli pacifici ed impercettibili. Non un modello che elimini i «gruppi» ma che li faccia passare in secondo piano e li renda permeabili, financo (sì!) aumentando il grado di «assimilazione».

  25. Alles Leben ist Problemlösen: Es ist selbstverständlich, dass wir niemals eine endgültige Lösung finden werden. Die bewusste Beibehaltung des Status quo, indem wir lediglich die Glut verwalten und versuchen, nicht den Brand ausbrechen zu lassen, ist jedoch gleichzeitig die ewige Perpetuierung des Jahres 1972. Aber was 1972 gut war, wird es 2020 nicht mehr sein.

  26. Um bei deinem Beispiel zu bleiben:
    Die Glut muss geschürt werden, um nicht auszugehen, und sie wird geschürt, von beiden Sprachruppen! Man nehme dann noch einen Blasebalg und mache richtig Luft, und schon haben wir ein kleines Feuer, Beispiele gab es dieses Jahr ja genug.
    Und dann kommen wieder die Feuerwehrmänner zum Einsatz, auch von beiden Sprachgruppen.
    Nur scheint es mir so, als ginge diesen Herrn langsam das Wasser aus, während die Zündler immer mehr schüren und blasen.
    Kann es sein, dass unser “Nebeneinander” nur so lange gut geht, solange Papa Luis unsere Gesellschaft mit 5 Milliarden ruhig hält?

  27. @ jonny e simon

    Due parole sulle BRACI

    In un orizzonte multiculturale, la brace è un residuo inestinguibile. Chiunque proponesse l’estinzione di quel residuo, si porrebbe automaticamente fuori dall’orizzonte multiculturalista, che è – lo ripeto ancora una volta – l’unico spazio sul quale oggi gli attori politici sudtirolesialtoatesini accettino di confrontarsi. Uno spazio che precede l’autonomia e tutti quei modelli istituzionali che vedono nell’assimilazione qualcosa da evitare e nelle differenze etniche qualcosa da salvare. La brace è insomma il bambino della sana identità nazionale di cui parla Zizek: nessuno di noi si sognerebbe di gettarlo nella cloaca assieme all’acqua sporca del nazionalismo malato e aggressivo. Ma bisogna capire che è “proprio tale distinzione di buon senso a riprodurre il ragionamento nazionalista che mira a liberarsi dell’eccesso impuro”.

    Noi continuiamo a cambiare l’acqua: gettiamo il liquame e riempiamo nuovamente il secchio con dell’acqua pulita, in modo che il bambino possa fare il suo bagnetto in santa pace. Il nostro pargolo, però, forse proprio perché è sano, almeno un paio di volte al giorno non può evitare di sporcare l’acqua riempiendola di feci.

  28. @ jonny

    La rappresentazione del contrasto etnico (sul piano dell’Immaginario), non disgiunta da un discreto livello di convivenza (sul piano pragmatico), è naturalmente funzionale alla conservazione dell’autonomia e dunque anche al mantenimento dell’autonomia finanziaria.

    Ripeto: l’autonomia (anche quella finanziaria) ha bisogno del contrasto etnico, ma non può fare a meno della convivenza. Il contrasto etnico serve a dimostrare che il modello autonomistico è ancora necessario, mentre la convivenza ci dice che il modello funziona.

  29. @ simon
    “Non un modello che elimini i «gruppi» ma che li faccia passare in secondo piano e li renda permeabili, financo (sì!) aumentando il grado di «assimilazione».

    Siccome non temo l’assimilazione in sé, ma ho il terrore di farmi assimilare dagli altoatesini perché hanno paura di essere assimilati dai sudtirolesi, e pavento di essere assimilato dai sudtirolesi, perché hanno paura di essere assimilati dagli italiani, sono sostanzialmente d’accordo con te.
    Non credo però che la maggioranza degli attori politici sudtirolesialtoatesini sottoscriverebbe le mie parole. Penso piuttosto che mi consiglierebbe uno psichiatra.

    A parte gli scherzi: capisco e condivido al cento per cento quello che vuoi dire, ma comprendo anche la difficoltà di far passare, sia da una parte che dall’altra, un’espressione come questa: “financo (sì!) aumentando il grado di assimilazione”. Già mi immagino due tizi, uno italiano e uno tedesco, che si alzano in piedi contemporaneamente e ti dicono in coro: “Sono sostanzialmente d’accordo con il tuo progetto, Simon, ma prima di farne parte vorrei saper CHI assimila CHI”.

  30. L’indipendenza, al contrario dell’autonomia, non deve dimostrare (continuamente) di essere necessaria. Deve soltanto dimostrare di funzionare. Anzi, deve soltanto funzionare.

    L’aumento del grado di «assimilazione» (tra virgolette) si ha dalla diminuzione del grado di purezza. Una purezza funzionale al mantenimento dell’autonomia ma assolutamente superflua per lo status di indipendenza (e anzi controproducente).

  31. Mi pare una risposta debole, Simon. Tutto deve dimostrare di funzionare: da uno scaldabagno a una macchina decapottabile fino a un sistema di governo. E anche l’autonomia deve soltanto funzionare. Il punto che dovresti affrontare è questo: che cosa ci garantisce che l’indipendenza ottenuta elimini i problemi che l’autonomia non riesce a risolvere? È ovvio che la risposta non la possiamo dare (sarebbe: nulla) e si tratterebbe di verificarlo empiricamente (ad autonomia conseguita, per l’appunto). Ma se la fase preparatoria dell’indipendenza portasse a un inasprimento delle problematiche che proprio l’autonomia simultaneamente “limita” e “conserva”? Se la prospettiva di “diminuire il grado di purezza” venisse avvertita proprio come una minaccia da chi, qui e oggi, punta ancora sulla purezza come unica strada per risolvere i problemi? Come difendersi dalle medesime accuse che (con evidente successo) sterilizzarono e depotenziarono la critica all’autonomia etnica portata dai Verdi di Alex Langer? Non hai mai pensato che forse la cosa ultima (quella alla quale i più tengono) non è affatto l’indipendenza, ma proprio il mantenimento di un meccanismo di “purificazione” che – se davvero diventasse superfluo ottenuto lo status d’indipendenza – rientrerebbe con violenza dalla finestra?

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  33. 1. Certo, lo scaldabagno, non ci avevo pensato. Ti spiego: avete detto che l’autonomia deve dimostrare di funzionare per giustificare la propria esistenza (e dunque, suppongo, per non venire abolita). Ecco, l’indipendenza non dovrebbe continuare a dimostrarlo per giustificarsi una volta raggiunta. Ma non è questo il punto. Il punto è che, soprattutto, non dovrebbe più dimostrare di essere necessaria. Con altre parole, l’autonomia «ha bisogno del contrasto etnico, ma non può fare a meno della convivenza», mentre l’indipendenza non può fare a meno della convivenza.

    2. Tu chiedi: «Ma se la fase preparatoria dell’indipendenza portasse a un inasprimento delle problematiche […]?» Da un’ottica bbd mi sembra ovvio: in tal caso si fa ancora in tempo a rinunciare all’indipendenza ovvero a posticiparla. È proprio per questo che postulo una fase preparatoria e non un salto nel buio à la Sven Knoll.

    3. Se non ho mai pensato che qualcuno possa puntare alla «purificazione»? No, mai. Proprio mai. Ma come fai a pormi una domanda del genere? Ma io, probabilmente al contrario di te, penso che la maggioranza questo non lo voglia. La fase preliminare e l’approvazione di una sorta di costituzione per il «dopo» servirebbero a evitare che la cosa «rientri dalla finestra». Ci sono dei paletti molto chiari che metto alla mia idea di Sudtirolo post-indipendenza e post-etnico: non a caso.

    4. No, non posso «dimostrare» che l’indipendenza risolverebbe tutti i nostri problemi. E tu come mi dimostri che l’autonomia funzionerà anche in futuro, che sappia adattarsi al tempo (o il tempo ad essa), che continui a soddisfare la maggioranza dei sudtirolesi?
    È un compito che io lascio volentieri ai veggenti. Non per questo non mi preoccupo di fare previsioni le più realistiche possibili per ambo i modelli. Poi, in politica ed in democrazia, sarà la maggioranza a decidere quale sia il modello cui affidarsi. (Oppure pensi che Merkel o Tremonti sappiano d i m o s t r a r e quali effetti avranno le loro leggi finanziarie o quelle sull’immigrazione, per fare solo due esempi?

  34. 1. Certo, lo scaldabagno, non ci avevo pensato. Ti spiego: avete detto che l’autonomia deve dimostrare di funzionare per giustificare la propria esistenza (e dunque, suppongo, per non venire abolita). Ecco, l’indipendenza non dovrebbe continuare a dimostrarlo per giustificarsi una volta raggiunta. Ma non è questo il punto. Il punto è che, soprattutto, non dovrebbe più dimostrare di essere necessaria. Con altre parole, l’autonomia «ha bisogno del contrasto etnico, ma non può fare a meno della convivenza», mentre l’indipendenza non può fare a meno della convivenza.

    Anche uno stato indipendente dovrebbe dimostrare di poter funzionare. E anche in uno stato indipendente (che come per l’autonomia non potrebbe fare a meno della convivenza) non è affatto scongiurato il pericolo del contrasto etnico (del quale non ci sarebbe più bisogno, certo, però potrebbe rivelarsi un optional molto più distruttivo che all’interno della cornice autonomistica, rispetto alla quale ha la funzione di attivare – in qualità di “motore” – i meccanismi di protezione garantiti dall’autonomia).

    2. Tu chiedi: «Ma se la fase preparatoria dell’indipendenza portasse a un inasprimento delle problematiche […]?» Da un’ottica bbd mi sembra ovvio: in tal caso si fa ancora in tempo a rinunciare all’indipendenza ovvero a posticiparla. È proprio per questo che postulo una fase preparatoria e non un salto nel buio à la Sven Knoll.

    Su questo siamo d’accordo e – come sai – trovo condivisibile e opportuna questa fase preparatoria senza porla sub conditione dell’ottenimento dell’indipendenza (tendo cioè a non legare le due cose, essendo convinto che GIÀ all’interno della cornice autonomistica potrebbero essere concepiti miglioramenti in senso inclusivo).

    3. Se non ho mai pensato che qualcuno possa puntare alla «purificazione»? No, mai. Proprio mai. Ma come fai a pormi una domanda del genere? Ma io, probabilmente al contrario di te, penso che la maggioranza questo non lo voglia. La fase preliminare e l’approvazione di una sorta di costituzione per il «dopo» servirebbero a evitare che la cosa «rientri dalla finestra». Ci sono dei paletti molto chiari che metto alla mia idea di Sudtirolo post-indipendenza e post-etnico: non a caso.

    Il mio pessimismo deriva da una semplice constatazione, vedo cioè che l’orientamento progressivo del discorso pubblico locale tende SEMPRE a svalutare i processi d’inclusione e si arrende a quelli di reciproca delimitazione degli spazi d’influenza. Fin quando questa situazione non cambierà penso che il tema dell’indipendenza sia semplicemente da considerare una pura utopia.

    4. No, non posso «dimostrare» che l’indipendenza risolverebbe tutti i nostri problemi. E tu come mi dimostri che l’autonomia funzionerà anche in futuro, che sappia adattarsi al tempo (o il tempo ad essa), che continui a soddisfare la maggioranza dei sudtirolesi?
    È un compito che io lascio volentieri ai veggenti. Non per questo non mi preoccupo di fare previsioni le più realistiche possibili per ambo i modelli. Poi, in politica ed in democrazia, sarà la maggioranza a decidere quale sia il modello cui affidarsi. (Oppure pensi che Merkel o Tremonti sappiano d i m o s t r a r e quali effetti avranno le loro leggi finanziarie o quelle sull’immigrazione, per fare solo due esempi?

    L’autonomia funziona (con le pecche che sappiamo) e potrà continuare a funzionare in futuro se gli attori che la “recitano” troveranno il modo di aggiornarla ai tempi e alle esigenze futuri. Questo mi sembra un ragionamento più concreto di quello che dice: non c’è speranza, dobbiamo operare un cambiamento radicale. Ritengo insomma che i cambiamenti radicali siano necessari di fronte a situazioni di grave inefficienza, di grave contrasto. Ma ciò significherebbe valutare l’autonomia in un modo molto negativo, e a mio parere questa valutazione non può essere fatta.

  35. ad 1. Ci stiamo muovendo su un piano filosofico o, per non esagerare, «teorico». Bene, sul piano teorico non puoi dirmi che si tratta di poca roba passare da un sistema che necessita del contrasto e lo riproduce attivamente ad un sistema che ne può tranquillamente prescindere. Che ne possa prescindere non significa automaticamente un suo superamento, sono daccordo con te. Ma credo che il modello di bbd possa favorire con forza questo sviluppo.

    ad 2. Già ora si potrebbero fare alcuni passi verso l’inclusione, è vero, ma vengono contrastati e non certo favoriti dall’impianto autonomistico basato sulla separazione.

    ad 3. Il mio ottimismo deriva da una semplice constatazione, vedo cioè che l’orientamento progressivo della SOCIETÀ tende spesso a preferire l’inclusione rispetto alla delimitazione. La politica è in larghissima misura prigioniera delle regole dell’autonomia etnica, mentre la società reale lo è molto meno. Quando anche la società tende all’esclusione lo fa seguendo la logica autonomista.

    ad 4. Certo, è un ragionamento più concreto, ma non per questo molto più prevedibile. Soprattutto considerando che ciò che propongo non è un salto nel buio ma un processo a piccoli passi.
    Certamente non valuto l’autonomia in modo «tout court» molto negativo, bensì in modo negativo rispetto a quello che mi aspetto dal futuro (ergo rispetto alle potenzialità di questa terra).
    Tra l’altro le persone che giudicano insufficiente l’autonomia crescono di giorno in giorno, e penso che sia una valutazione che vada canalizzata. Non ultimo penso che se i padri dell’autonomia si fossero poste solo alcune di QUESTE domande (sulla prevedibilità dei risultati ecc.) oggi non avremmo nemmeno l’autonomia.

  36. ad 1. Ci stiamo muovendo su un piano filosofico o, per non esagerare, «teorico». Bene, sul piano teorico non puoi dirmi che si tratta di poca roba passare da un sistema che necessita del contrasto e lo riproduce attivamente ad un sistema che ne può tranquillamente prescindere. Che ne possa prescindere non significa automaticamente un suo superamento, sono daccordo con te. Ma credo che il modello di bbd possa favorire con forza questo sviluppo.

    Il ragionamento fila, non c’è dubbio. Ma una scomemssa era e una scommessa resta. I punti seguenti mostrano perché, a mio avviso, si tratta di una scommessa azzardata.

    ad 2. Già ora si potrebbero fare alcuni passi verso l’inclusione, è vero, ma vengono contrastati e non certo favoriti dall’impianto autonomistico basato sulla separazione.

    Non vengono solo contrastati dall’impianto autonomistico. Paradossalmente, si potrebbe persino argomentare che questi passi sarebbero più possibili proprio approfittando dell’autonomia, che offre una rete di protezione collaudata e dispone dei meccanismi di sicurezza se il processo d’inclusione dovesse risultare troppo azzardato. Se questo non accade non è tanto colpa dell’autonomia, ma dell’interpretazione ristrettiva che ne abbiamo dato fino adesso.

    ad 3. Il mio ottimismo deriva da una semplice constatazione, vedo cioè che l’orientamento progressivo della SOCIETÀ tende spesso a preferire l’inclusione rispetto alla delimitazione. La politica è in larghissima misura prigioniera delle regole dell’autonomia etnica, mentre la società reale lo è molto meno. Quando anche la società tende all’esclusione lo fa seguendo la logica autonomista.

    Questione di punti di vista? Io questo orientamento non lo vedo. E se lo vedo lo vedo in forme talmente flebili da non farmi pensare a un possibile mutamento di scenario nell’immediato presente. Del resto, e tornando al piano politico, non vedi che i partiti maggiormente favorevoli all’inclusione (tipo i Verdi) brancolano oggi nel buio?

    ad 4. Certo, è un ragionamento più concreto, ma non per questo molto più prevedibile. Soprattutto considerando che ciò che propongo non è un salto nel buio ma un processo a piccoli passi.
    Certamente non valuto l’autonomia in modo «tout court» molto negativo, bensì in modo negativo rispetto a quello che mi aspetto dal futuro (ergo rispetto alle potenzialità di questa terra).
    Tra l’altro le persone che giudicano insufficiente l’autonomia crescono di giorno in giorno, e penso che sia una valutazione che vada canalizzata. Non ultimo penso che se i padri dell’autonomia si fossero poste solo alcune di QUESTE domande (sulla prevedibilità dei risultati ecc.) oggi non avremmo nemmeno l’autonomia.

    Dici che “le persone che giudicano insufficiente l’autonomia crescono di giorno in giorno”. Ma queste persone giudicano insufficiente l’autonomia perché troppo poco inclusiva? Oppure sono le persone che scelgono le sirene della destra (delle destre)? A me paiono per l’appunto crescere queste persone. E i discorsi sull’autodeterminazione non vengono mai (MAI) impostati al modo che tu preferisci. La cosa dovrebbe allarmarti parecchio.

  37. ad 2. Spiegami quali sarebbero a tuo avviso le opzioni «inclusiviste» attuabili all’interno dell’autonomia? L’impianto attuale, anche nella sua interpretazione più permissiva, secondo me non può fungere da semplice »rete di protezione» perché (a) influenza direttamente ed attivamente ogni tentativo di prescinderne e perché (b) molto probabilmente risulterebbe inefficace (come ho provato a spiegare per la scuola ad immersione, per esempio).
    Insomma, penso che solo una rete protettiva possa funzionare come tale (per esempio una costituzione per un Sudtirolo indipendente concepita in quella chiave), mentre l’autonomia etnica non potrebbe assolvere altri compiti di quelli per cui è stata pensata.

    ad 3. Secondo me brancolano nel buio perché non hanno un progetto per il futuro di questa terra. Si fanno trainare da qualsiasi altro partito, dalla destra italiana a quella tedesca passando per la SVP, facendosi dettare l’agenda da proposte estemporanee come quella sulla doppia cittadinanza. L’unica funzione dei verdi attualmente è quella di dire la loro. Puntualmente.

    ad 4. No, io mi riferisco anche a tutti quelli che giudicano l’autonomia insufficiente perché non permette o comunque non favorisce maggiori opportunità di incontro. Insieme a coloro i quali vogliono l’indipendenza che gli vende la destra secondo me sono o saranno presto la maggioranza. Da un lato bisogna canalizzare queste energie, dall’altra bisogna far mettere le carte in tavola ai prestigiatori di serie C che ci troviamo dinnanzi. Senza però rifiutare tout court tutte le istanze che esprimono. A mio avviso ciò riesce meglio avendo un proprio progetto, sempre che si abbiano le idee chiare e la ferma volontà di non fare salti nel buio.

  38. @edz
    Man muss nicht assimiliert sein oder werden, um zu hoffen, dass es in unserem Land in Zukunft keinen Proporz und keine Sprachgruppenzugehörigkeitserklärung(che parolaccia) mehr brauchen wird.
    Wäre es denn politisch unmöglich einen Zeitplan festzulegen, in dem man auf eine Zeit ohne diesen bis hierher sicher wichtigen, aber jetzt doch überholten , Minderheitenschutz auskommt? Bis 2020 wird umgestellt, alle werden informiert, und alle haben Zeit sich darauf einzustellen.
    Ab 2020 wird für jede öffentliche Stelle eine Sprachprüfung verlangt, um die Doppelsprachlichkeit zu garantieren, wer am besten abschneidet, Sprache und Restpunkte zusammen, bekommt die Stelle, und Punkt. Und wenn viele Italiener nicht Deutsch lernen wollen, und viele Deutsche nicht Italienisch, dann haben sie einfach Pech gehabt.
    Das wäre der erste Schritt, weg vom Nebeneinander und hin zum Miteinander, mit dem grossen Ziel, Simons BBD-Träume whar werden zu lassen! Aber könnte so etwas auch funktionieren?

  39. @ jonny

    “Man muss nicht assimiliert sein oder werden, um zu hoffen, dass es in unserem Land in Zukunft keinen Proporz und keine Sprachgruppenzugehörigkeitserklärung (che parolaccia) mehr brauchen wird”.

    Non ho scritto che per poter sperare in un Sudtirolo senza proporzionale e senza dichiarazione di appartenenza si debba essere assimilati. Ho scritto che la paura dell’assimilazione è uno degli ostacoli più alti che si frappongano tra il progetto di BBD e la sua realizzazione.

    Anzi: la paura dell’assimilazione è quel grumo sentimentale che in molti casi rende il progetto di BBD difficilissimo da capire (o addirittura da percepire).

  40. @edz

    Ok, aber gibt es einen realistischen Weg aus dieser Misere der Abhängigkeiten?
    Ich glaube im Moment nicht, denn das Funktionieren der Autonomie lebt, wie du es sagst, von der ethnischen Trennung, leider.
    Aber das bedeutet nicht, dass man das in Zukunft nicht ändern könnte, wenn nur die Mehrheit der Politiker und der Südtiroler das auch wollten.
    Mir scheint, von deutscher Seite gibt es viel weniger Berührungsängste als umgekehrt, ich wage sogar zu behaupten, dass das Hauptproblem bei der etwaigen Überwindung der Autonomie die italienischen Südtiroler darstellen würden.

  41. Pingback: Autonomia, fantasmi inevitabili « Sentieri Interrotti / Holzwege

  42. @ jonny

    Purtroppo ho poco tempo. Più che una risposta, ti fornirò dunque una specie di introduzione a una risposta.

    “Ok, aber gibt es einen realistischen Weg aus dieser Misere der Abhängigkeiten? Ich glaube im Moment nicht, denn das Funktionieren der Autonomie lebt, wie du es sagst, von der ethnischen Trennung, leider”.

    Le vie d’uscita esistono – e quella prospettata da BBD è in linea di principio la migliore – ma al momento non mi sembrano realistiche. Mi sembrano anzi meno realistiche rispetto a trent’anni fa: non perché nel frattempo noi sudtirolesi siamo peggiorati, ma perché il mondo attorno a noi è peggiorato facendoci apparire un po’ migliori di quello che siamo. È come se il Sudtirolo si fosse fermato (messo in freezer dai meccanismi autonomistici) e il mondo l’avesse raggiunto facendo passi da gigante all’indietro. Trent’anni fa si credeva che i venti internazionali avrebbero inevitabilmente aperto il Sudtirolo. Invece è successo il contrario: in questi ultimi anni il mondo si è in un certo senso sudtirolesizzato. I problemi sudtirolesi e di tutte le zone di frontiera, cioè, sono diventati problemi globali, trasformando il Sudtirolo, percepito fino a pochi anni fa come uno spettacolo a sé, in uno dei tanti scenari del teatro glocale.

  43. Aspetto allora con ansia la “vera” risposta!?!?!

    Intanto dico, che non credo, che il Südtiroler si senti “migliore” di altri, é che pensa, di aver subito negli ultimi 90 anni cosí tanti torti, di avere da 30 anni ogni santa ragione di sentirsi speciale, di sentirsi “salvato” dall’imperialismo italiano, e di dover difendere questo “speciale”.
    Per il sudtirolese invece é tutto diverso, é venuto qua in buona fede 30-60-90 anni fa, e si sentiva “superiore” di quel popolo di contadini tirolesi, e negli ultimi 30 anni la situazione si é completamente capovolta, i Südtiroler hanno preso il sopravento e cosí é nato il cosidetto “disagio”.
    Quando gli uni non si sentiranno piú “speciali”, e gli altri non si sentiranno piú “disagiati”, avremo una piccola pssibilitá di superare quel “nebeneinander”, che adesso ci divide, ma quando mai arriveremo a quel punto?

  44. @ jonny

    “Intanto dico, che non credo, che il Südtiroler si senti “migliore” di altri, é che pensa, di aver subito negli ultimi 90 anni cosí tanti torti, di avere da 30 anni ogni santa ragione di sentirsi speciale, di sentirsi “salvato” dall’imperialismo italiano, e di dover difendere questo speciale”.

    1. Nel mio commento precedente le espressioni “migliori” e “peggiori” vanno ovviamente disambiguate in rapporto alla “paura dell’assimilazione”. Trent’anni fa la paura dell’assimilazione ci rendeva straordinari agli occhi del mondo (in senso negativo, però: il nostro morboso attaccamento alle faccende etnico-linguistiche, non importa se giuste o sbagliate, veniva percepito come qualcosa di arcaico o tribale), oggi invece ci fa sembrare normali, perché nel frattempo la paura dell’assimilazione (latamente intesa) è diventata un sentimento planetario, trasformando il neo-tribalismo in una faccenda molto trendy. (Insomma, jonny: noi siamo sempre gli stessi, ma ci troviamo in buona compagnia: oggi anche i liocorni hanno il terrore di essere assimilati dai grifoni, mentre trent’anni fa non succedeva).

    2. Il fatto di sentirsi speciali (nella tua accezione) significa semplicemente sentirsi parte di un gruppo etnico (non solo linguistico) che ha fatto e fa di tutto per difendere e promuovere la propria specificità. Questo è naturalmente il lato piacevole della medaglia. Su quello spiacevole, invece, c’è scritta una roba così: “Sentirsi speciali è un sentimento che blinda la logica etnica”.

  45. @ jonny

    “Per l’altoatesino invece é tutto diverso, é venuto qua in buona fede 30-60-90 anni fa, e si sentiva “superiore” di quel popolo di contadini tirolesi, e negli ultimi 30 anni la situazione si é completamente capovolta, i Südtiroler hanno preso il sopravento e cosí é nato il cosidetto disagio”.

    Il disagio è semplicemente il rovescio del vittimismo: i sudtirolesi, in quanto minoranza statale, temono di essere assimilati dagli italiani. Gli altoatesini, in quanto minoranza provinciale, temono di essere assimilati dai sudtirolesi. Questa situazione fa obiettivamente tantissimo ridere, ma ha il pregio di essere equilibrata: ogni gruppo di microcefali (ops, scusa: ogni gruppo etnico) può esibire il proprio specifico “malcontento”, ponendosi là come “vittima”, come “gruppo etnico” in qualche modo vittimizzato. Uno stato indipendente potrebbe naturalmente sistemare le cose, ma solo se la salvaguardia delle differenze non fosse più considerata un valore imprescindibile. In caso contrario accadrebbe questo: il disagio degli italiani si trasformerebbe finalmente in un vittimismo di serie A (gli altoatesini farebbero carriera come ogni bravo impiegato e da minoranza provinciale diventerebbero minoranza statale), mentre i sudtirolesi, non potendo rinunciare al loro ruolo di vittime (credo che per molti di loro dismettere il costume da “vittimizzati” significherebbe più o meno suicidarsi) diventerebbero ufficialmente vittime della globalizzazione o degli extra-comunitari.

  46. @ jonny

    “Quando gli uni non si sentiranno piú “speciali”, e gli altri non si sentiranno piú “disagiati”, avremo una piccola possibilità di superare quel “nebeneinander”, che adesso ci divide, ma quando mai arriveremo a quel punto?”.

    Ci arriveremo quando la paura dell’assimilazione e la salvaguardia delle differenze non costituiranno più i pilastri del nostro modo di sentire e di pensare. (Quando cioè l’orizzonte multiculturalista sarà diventato un’epoca storica da studiare).

  47. @edz: Dunque consideri il multiculturalismo un disvalore. So che non hai scritto questo (ti sei limitato a descrivere la connessione tra multiculturalismo e… Nebeneinander), ma vorrei approfondire. Quindi pensi che come per il nazionalismo anche per il multiculturalismo valga la metafora del bimbo e dell’acqua sporca? Ecco, a questo punto non condividerei affatto.

  48. Ma no, Simon: non sto dicendo che l’atteggiamento multiculturale (nei termini minimi in cui lo descrive Zizek nel brano citato sopra, e solo in quei termini minimi!) è un disvalore. Dico solo che è un atteggiamento sostanzialmente giusto che produce effetti sbagliati (sbagliati proprio rispetto agli obiettivi che esso stesso si pone: nel tentativo di eliminare il nazionalismo malato, distingue tra nazionalismo malato e nazionalismo sano, ma così facendo riproduce il nazionalismo malato). Questo però non significa che l’atteggiamento multiculturale coincida con l’atteggiamento nazionalista xenofobo e aggressivo (solo un pazzo potrebbe pensarlo!): esso è semplicemente un valore condiviso che produce disvalore. Del resto l’esempio di Zizek è molto chiaro: l’atteggiamento multiculturale non è né l’acqua sporca né il bimbo, ma è la proposizione di buon senso che opera la distinzione tra il bambino e l’acqua sporca.

    Proviamo a calare questi pensieri nella realtà sudtirolese: le identità forti che la nostra autonomia – il cui atteggiamento di fondo è eminentemente multiculturale – salvaguardia non sono fatte solo di lingua, ma anche d’altro, ad esempio di convinzioni religiose e politiche non scevre di potenzialità conflittuali. Mi spiego con un esempio concreto: i fuochi del Sacro Cuore, che tutti noi consideriamo un bellissimo esempio di tradizioni che si perpetuano, non possono essere disgiunti a cuor leggero dalle reazioni alla rana crocefissa. Noi, assumendo un atteggiamento multiculturale, tenderemmo a farlo, individuando nei fuochi degli elementi tradizionali sani e nelle reazioni alla rana crocefissa degli elementi tradizionali malati. Ma non è così: i fuochi e le reazioni alla rana crocefissa sono le due facce della stessa medaglia (tradizione). Se manteniamo accesi i primi non possiamo sperare di disattivare del tutto le seconde.

  49. @ simon

    Spero, con la mia risposta, di aver centrato il problema che ponevi. Ma può anche essere che tu sia rimasto colpito da un altro passaggio:

    jonny: “Quando gli uni non si sentiranno piú “speciali”, e gli altri non si sentiranno piú “disagiati”, avremo una piccola possibilità di superare quel “nebeneinander”, che adesso ci divide, ma quando mai arriveremo a quel punto?”.

    edz: “Ci arriveremo quando la paura dell’assimilazione e la salvaguardia delle differenze non costituiranno più i pilastri del nostro modo di sentire e di pensare. (Quando cioè l’orizzonte multiculturalista sarà diventato un’epoca storica da studiare)”.

    Della mia risposta a jonny sono convintissimo: l’orizzonte multiculturale, permeato di buon senso ma tarlato da una contraddizione insuperabile, non può essere superato semplicemente volendolo. Affinché qualcos’altro (ma cosa?) gli subentri deve avvenire un cambiamento di soglia epocale, un vero e proprio scarto epistemico. A questo proposito mi torna in mente il bellissimo finale di „Non luoghi“:

    „Un giorno, forse, un segno verrà da un altro pianeta. E, per effetto di una solidarietà di cui l’etnologo ha studiato i meccanismi su scala ridotta, l’insieme dello spazio terrestre diventerà un luogo. Essere terrestre significherà qualcosa. Nell’attesa, non è detto che bastino le minacce che gravano sull’ambiente“.

  50. Un OT

    „Un giorno, forse, un segno verrà da un altro pianeta. E, per effetto di una solidarietà di cui l’etnologo ha studiato i meccanismi su scala ridotta, l’insieme dello spazio terrestre diventerà un luogo. Essere terrestre significherà qualcosa. Nell’attesa, non è detto che bastino le minacce che gravano sull’ambiente“.

    Il fallimento della Conferenza di Copenhagen trasforma queste parole di Augé in un macigno insopportabile. Proprio nel momento in cui sarebbe assolutamente necessaria, l’ “identità terrestre” – a proposito: esiste per noi umani un concetto più esotico di questo? – si dissemina per propagazione spontanea in migliaia di nuove identità locali e nazionali. Lo so, anche questo è un regalo della glocalizzazione: i venti globali non fanno che trasformare in incendi le braci locali, le emissioni di CO2 vengono fronteggiate coricandosi sotto il monumento alla Vittoria, i problemi locali finiscono sotto la lente d’ingrandimento e i problemi globali contemporaneamente si opacizzano. Ma io mi chiedo: come possiamo battezzare un’epoca come questa? Che nome ha un periodo in cui il buco del culo di un qualsiasi consigliere comunale è più importante del buco dell’ozono?

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