Chi ha paura della toponomastica?

Sull’Alto Adige di oggi Francesco Palermo ha pubblicato un ottimo articolo che spiega benissimo quello che per me signfica “rappresentazione del contrasto etnico“. Giustamente Palermo mette in evidenza come il contrasto sia oggi tutto spostato sul piano simbolico, mentre sul piano pragmatico molti problemi sono risolti o si possono comunque risolvere (benché siano più complessi, almeno apparentemente, di quelli simbolici). Soltanto riguardo alla conclusione del suo ragionamento mi permetto di segnalare una divergenza tra la sua interpretazione e la mia. Mentre infatti per Palermo sembra che i contrasti simbolici possano essere superati semplicemente riconoscendo al piano pragmatico la sua supremazia (e in questo senso la citazione finale postula una sorta di evoluzione o meglio di emancipazione dal simbolico, visto quasi alla stregua di retaggio di un mondo primitivo), io sono convinto che il simbolico (cioè il livello delle “semicieche fissazioni e appartenenze”) non solo non sia mai disposto a mollare la presa, ma nel nostro caso sia una diretta emanazione del livello pragmatico che si vorrebbe a lui superiore. Ma ci sarà modo di approfondire il discorso.

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La politica dell’autonomia ha due volti, quello simbolico e quello pragmatico. Come un metronomo, al tocco da una parte segue inesorabilmente quello dall’altra. Il volto pragmatico si e’ mostrato col recente accordo per il coordinamento della finanza delle province autonome di Bolzano e Trento con gli obiettivi del “federalismo fiscale”. Nonostante la complessità della materia, è bastato un incontro tra i presidenti Durnwalder e Dellai e i ministri responsabili per raggiungere un importantissimo risultato. Subito dopo il pendolo si è spostato sul versante simbolico, rilanciando temi tecnicamente più semplici (clausola di tutela, autodeterminazione, toponomastica), ma ai quali da anni non si riesce a trovare soluzione.

In questo modo i rapporti tra Bolzano e Roma continuano tra alti e bassi. E a ben vedere i bassi sono sempre e solo sulle questioni simboliche, mentre ciò che conta davvero funziona piuttosto bene. I simboli sono necessari per mantenere in movimento il sistema e soprattutto come carta negoziale. Nel contempo, l’apertura al dialogo dimostra che in ogni stagione si possono fare passi in avanti sulla strada di una convivenza matura. Non è quindi vero che in presenza di un governo se non ostile quantomeno difficile per le autonomie speciali le riforme non siano possibili, come viene spesso detto per giustificare l’immobilismo sulla riforma dello statuto. Quando si vuole, lo statuto si può modificare, come sta avvenendo per gli accordi sul finanziamento delle Province autonome, che andrà a toccare gli articoli 75-79 della carta fondamentale dell’autonomia.

Insomma, i problemi si possono risolvere spostando le questioni simboliche sul piano pratico, col doppio vantaggio di disinnescare i simboli e di risolvere i problemi. Si può fare anche con la toponomastica.

La toponomastica è forse l’unico reale punto di forza della comunità italiana in Alto Adige. Nulla si può fare senza il suo consenso, e senza un accordo non ci potrà mai essere una toponomastica che non sia interamente bilingue, senza eccezioni, perché qualunque forzatura unilaterale sarebbe illegittima. La SVP lo sa benissimo, gli italiani meno.

Così la SVP forza per poter negoziare, e gli italiani dicono un no di maniera, come rara occasione per mostrare di esistere. Un teatrino che però non fa bene alla convivenza. La SVP non si accontenta del bilinguismo totale ed è disposta a molto, forse a tutto, per rompere il principio. E’ un peccato che la SVP sia contraria ad una toponomastica completamente bilingue, ma lo è altrettanto che i partiti italiani siano così affezionati ad essa. Così il tema resta ostaggio di due debolezze. Quella della SVP, che insiste per paura delle destre tedesche, e quella degli alleati italiani, che temono le destre italiane. Ma con la paura non si va avanti e si resta impantanati nei simboli.

Dovrebbero essere gli italiani a sfruttare la situazione con proposte razionali, mettendo sul piatto della toponomastica una contropartita ragionevole. Il guaio è che gli “italiani”, e meno ancora i partiti che li rappresentano, non sono in grado di avanzare alcuna proposta seria, perché su tutto c’è dissenso. Potrebbero proporre l’allentamento della proporzionale, ma una parte la vuole tenere in piedi più di quanto vogliano i tedeschi. Potrebbero rilanciare sulla scuola, ma nessuno si azzarda a fare proposte per paura di smuovere le acque. Potrebbero ipotizzarsi forme di maggiore coinvolgimento nel processo decisionale, ma queste si sono finora ridotte a calcoli sulle poltrone (ricordate il “terzo assessore italiano”?).

Da parte tedesca c’è la vecchia proposta Durnwalder, concreta e non scandalosa, che vorrebbe distinguere tra macrotoponomastica (bilingue) e microtoponomastica (che potrebbe essere anche monolingue a decisione dei comuni). Da parte italiana cosa c’e’? Né controproposte, né un no convinto. Così si resta, da una parte e dall’altra, sul piano dei simboli. Un piano che, come ha scritto il filosofo Lombardi Vallauri, “tend[e] a catalizzare l’aggressività, a mobilitare-contro: i simboli svelano un livello, intellettuale e relazionale, primitivo dello sviluppo umano, quello delle semicieche fissazioni e appartenenze”. Saperne uscire indicherebbe la capacità di un colpo d’ala per spezzare la logica del metronomo. Ma, si sa, ci sono le comunali alle porte. [Francesco Palermo]

Invettiva dal feretro – di Sepp Schluiferer

Ogni volta, prima di cominciare a scrivere, mi dico che dovremmo tirar su Berlino dalle sue fondamenta e sbatterla in Sudtirolo. Con una gru gigantesca dovremmo afferrare quella città, perimetrata dall’assenza cangiante del Muro, e sradicarla dalla crosta terrestre con tutte le sue storie, i suoi locali notturni, il quindici percento di disoccupazione, i pranzi da Schlichter, il fiume Sprea, i tre milioni e mezzo di abitanti, il Bauhaus-Archiv, la biblioteca di Stato e alzarla verso il cielo, ma su, su, a settemila metri d’altezza sul livello del mare, senza dimenticare nulla, neanche il fazzoletto di un magnaccia un angiporto il Piano Speer il primo dialogo tra Canetti e Brecht un metro cubo di vento, facendo attenzione che il cosiddetto viale dei Tigli non cambi percorso a mezz’aria tirandosi dietro la Staatsoper unter den Linden. Poi, una volta lì in alto, sospesa sul braccio immenso della gru, dovremmo dislocarla lentamente dai cieli tedeschi a quelli bolzanini. Non sarebbe un evento straordinario? Berlino che vola, Berlino vista dal basso, Berlino tra le nubi, Berlino che attraversa l’Europa a settemila metri d’altezza! Lasciarla cadere giù sarebbe l’operazione più difficile. Bisognerebbe prendere la mira e non sbagliare. Berlino dovrebbe cadere esattamente tra il Brennero e Salorno, non un centimetro più a sud, altrimenti si rischierebbe di interrompere i programmi tivù in prima serata. “Berlino è proprio sopra di noi!” griderebbe qualcuno a Silandro. E già mi immagino i nostri acquerellisti con il naso all’insù, verso la parte inferiore di Berlino, con gli occhi fissi sulle fondamenta sugli scantinati sulle piante dei piedi di una U-Bahn particolarmente sensuale quest’oggi. I nostri pittori si farebbero un sacco di domande: questioni tecniche, problemi di composizione. “Wie fängt man es an, den Weltuntergang zu malen? Die Feuersbrünste, die entflohenen Inseln, die Blitze, die sonderbar allmählich einstürzenden Mauern, Zinnen und Türme: technische Fragen, Kompositionsprobleme“. Enzensberger, per fortuna, è tradotto in italiano: „Distruggere il Sudtirolo è una faticaccia. Particolarmente difficili da dipingere sono i rumori, il lacerarsi della cortina nel tempio, il mugghio delle bestie, il tuono. Tutto infatti deve squarciarsi, essere squarciato, esclusa la tela“. Ma si tratterebbe di riflessioni a corto di futuro. Dopo pochi secondi, a schianto avvenuto, le Dolomiti non esisterebbero più. Nemmeno Castel Firmiano e la Collegiata di San Candido resterebbero in piedi. A nessuno di noi, almeno per un po’, verrebbe in mente di scrivere la parola “larice”. Berlino ci seppellirebbe, Berlino sarebbe sopra di noi con le sue case. Berlino sotterrerebbe tutto. Certo, per qualche tempo si sentirebbero i soliti lamenti bilingui di chi resta sotto. Ma sarebbero lamenti giustificati e veri, per una volta. Sarebbero i primi vagiti di una letteratura cittadina e post-etnica.

Prima dell’impatto, che non arriverà mai, dobbiamo accontentarci di quello che abbiamo: di qualche “foglietto”, vedi? di una letteratura per modo di dire. [edz]