Bolzania

La città di Bolzania si compone di due mezze città. In una c’è il grande ottovolante dalle ripide gobbe, la giostra con la raggiera di catene, la ruota delle gabbie girevoli, il pozzo della morte coi motociclisti a testa in giù, la cupola del circo col grappolo dei trapezi che pende in mezzo. L’altra mezza città è di pietra e marmo e cemento, con la banca, con gli opifici, i palazzi, il mattatoio, la scuola e tutto il resto. Una delle mezze città è fissa, l’altra è provvisoria e quando il tempo della sua sosta è finito la schiodano, la smontano e la portano via, per trapiantarla nei terreni vaghi di un’altra mezza città.

Così ogni anno arriva il giorno in cui i manovali staccano i frontoni di marmo, calano i muri di pietra, i piloni di cemento, smontano il ministero, il monumento, i docks, la raffineria di petrolio, l’ospedale, li caricano sui rimorchi, per seguire di piazza in piazza l’itinerario di ogni anno. Qui resta la mezza Bolzania dei tirassegni e delle giostre, con il grido sospeso dalla navicella dell’ottovolante a capofitto, e comincia a contare quanti mesi, quanti giorni dovrà aspettare prima che ritorni la carovana e la vita intera ricominci.

Un po’ d’ironia contro la retorica

L’anno appena trascorso è stato vissuto all’insegna della rammemorazione di Andreas Hofer e dell’epopea del 1809. Approfondimenti, rivisitazioni e manifestazioni celebrative hanno avuto, con poche eccezioni, un tratto in comune. La serietà. Il tema è stato cioè affrontato in prevalenza sotto l’aspetto di una riflessione sull’identità culturale. Poco spazio concesso all’ironia o all’autoironia. Se la “storia incontra il futuro” (questo lo slogan adottato per riassumere le iniziative del bicentenario) bisogna insomma assumere un atteggiamento impettito. E guai a chi sgarra: potrebbe perfino essere accusato di alto tradimento.

Eppure, una riflessione sull’identità che escluda i risvolti anche ridicoli ai quali si può giungere prendendola (e prendendoci) troppo sul serio risulta senz’altro fin troppo pesante. L’ironia è perciò un buon digestivo per rimetterci dalla scorpacciata di discorsi sull’identità che ci siamo lasciati alle spalle. E un libro, pubblicato da poco, può tornarci utile.

Si tratta dell’edizione critica di un testo che quando uscì (guarda caso esattamente cento anni fa, in corrispondenza del primo centenario hoferiano) destò grandissimo scalpore. L’autore (Carl Franz Techet, ma noto in questo caso con lo pseudonimo di Sepp Schluiferer) era un viennese cosmopolita, un biologo vissuto per alcuni anni a Trieste, il quale, finito un po’ di malavoglia a fare l’insegnante a Kufstein, scrisse una fulminante satira-invettiva proprio contro il Tarrol (cioè il Tirolo), mettendone a nudo in forma caricaturale vizi e peculiarità non proprio lodevoli. “Tirol ohne Maske (Fern von Europa)” destò allora una reazione veemente nell’opinione pubblica locale. In una rivista locale, ad esempio, un recensore adirato scrisse: “Cada la mano a chiunque offra a questo aborto di escrementi e liquame anche solo un pezzo di pane o una goccia d’acqua, e sia premiato chi uccida questo mostro e lo trasformi in carogna”.  Carlo Romeo, che ha curato la nuova edizione dotandola anche di una coraggiosa traduzione in italiano, fornisce in un ampio saggio introduttivo e in appendice la cornice per ricostruire il significato e la storia della ricezione di questo singolare (e raro) esempio di letteratura anti-tirolese.

Lontane le polemiche del tempo (e forse, speriamo, anche la suscettibilità), per noi è oggi utile sfogliare queste pagine allo scopo di decostruire l’unilateralità di identità etniche, regionali, linguistiche “granitiche”, e, come dicevo, acquisire una salutare distanza ironica da certa retorica patriottarda, sempre impegnata a illuderci (e illudersi) che basti dire “mir san mir” (noi siamo noi) per aver già detto tutto.

Il Corriere dell’Alto Adige, 14 gennaio 2010

Vedi anche:

http://antonadler.wordpress.com/2009/12/03/schluiferers-analyse-des-tarrolas-schadeltypen-und-anderes/