Per Fernanda

Ma aggiungo tre ricordi personali. Il primo. Ho ricevuto in regalo l’Antologia di Spoon Rivers dal professor Cook, ex insegnante d’inglese all’accademia navale di Livorno, che veniva a fare “conversation” a casa mia (quando avevo quindici, sedici e diciasette anni). Mia madre gli preparava sempre il tè (se era inglese, pensava mia madre, berrà volentieri il tè). In realtà preferiva di gran lunga la birra, che mia madre però gli concedeva soltanto nei mesi più caldi. Questo a dimostrazione che i pregiudizi non raramente riescono ad essere anche sadici. Il secondo (mi sembra di averne già parlato, una volta). Quando stavo a Heidelberg andavo sempre al Bar Hemingway a fumarmi i miei sigari Smarat. Atmosfera in verde e un grosso pesce spada che pendeva dal soffitto. Il terzo. All’età di diciannove anni scrivevo di musica sul quotidiano della mia città (Il Tirreno). Il redattore (un sessantottino impenitente) ci diceva sempre che la Pivano era una stronza, perché pretendeva 500.000 lire a pezzo (anche di poche righe). Ripensandoci, lo stronzo era lui. Che ci dava 35.000 lire a pezzo (anche di parecchie righe).

Importazione

Importo questo contributo (di Matteo Gesualdo Corvaja) postato originariamente in un luogo nel quale non può essere compreso. Lo riporto a casa, in un certo senso.

Nel 1929 il fascismo aveva già fatto vedere il suo volto bestiale già da un pezzo, vedi le violenze squadristiche, il delitto Matteotti, il pestaggio di Gobetti, la persecuzione degli antifascisti, l’ oppressione delle minoranze linguistiche, operata con brutalità particolare a Trieste e in Venezia Giulia.
Per quanto riguarda la Libia, non scordiamoci che Badoglio e Graziani l’ hanno “riappacificata” tra gli anni ‘20 e ‘30 grazie a indicibili violenze, internamento della popolazione civile e allo sterminio di un terzo della popolazione della Cirenaica.
Basta qui pensare al film “Il leone del deserto”, con Anthony Quinn nel ruolo del combattente per la libertà del popolo libico Omar el Mukhtar, censurato in Italia nel 1982 per intervento di Andreotti e Raffaele Costa che lo ritenevano offensivo e diffamante nei confronti delle forze armate italiane.
Per quanto riguarda i terroristi dell’ 11 settembre: erano quasi tutti cittadini sauditi o egiziani (quindi di Paesi alleati degli USA) e tutti avevano un’ istruzione accademica occidentale, molti di loro avevano studiato alla TU (Technische Universität) di Amburgo (la quale da allora viene anche chiamata “Terror-Universität Hamburg”).
Gli attentatori di Londra erano cittadini britannici, nati e cresciuti in Inghilterra, le loro famiglie erano ivi da due o tre generazioni. Colletti bianchi impregnati di fondamentalismo religioso.
Dei 10 cittadini tedeschi sotto processo per pianificazione di attentati su territorio della Repubblica Federale, solo uno (somalo) è di origine straniera, gli altri sono tutti giovani tedeschi convertiti all’ islam.
Come vede, i terroristi ce li abbiamo in casa già da tempo e il terrorismo è un fenomeno che può valicare le frontiere con grande facilità.
Non si fa di certo fermare da restrizioni sull’ immigrazione o da leggi severe, le quali, alla fine, vanno a ledere i diritti civili e che spesso sono solo una scusa di vari governi europei per trasformare i rispettivi Paesi in Stati di polizia e di controllo totale del cittadino.

Scommessa

Ho fatto una scommessa con una ricca ereditiera di Los Angeles sul fatto che Lou Reed non abbia mai fatto una cover del pezzo dei Beatles “Helter Skelter”. Se vinco io vinco due ville provviste di palmizio e vista sul mare. Se vince lei sono costretto a cederle le chiavi del blog. Sono sicuro di vincere.

Sense of Akasha, Val[e] il viaggio

Una delle poche opere esposte alla mostra Labyrinth::Freiheit di Fortezza a mio avviso degne di nota. Un’installazione luminosa “rovente” di Julia Bornefeld, immersa nei suoni prodotti da un brano di una giovane band di Brunico (Sense of Akasha). Visto che l’ingresso della mostra è gratuito non posso dire “vale il prezzo del biglietto”. Allora dico che Val[e] il viaggio (e chi deve capire capisce).

Ci vorrebbe Leonardo

Leonardo da Vinci

Leonardo da Vinci

Il 20 settembre, come ormai ampiamente noto, si terrà a Innsbruck il corteo storico che rappresenta un po’ il momento più atteso ma anche paventato delle celebrazioni raccolte attorno all’anno hoferiano. La ragione di questa duplicità – l’attesa che s’infrange nel timore, come se insomma ci trovassimo di fronte non solo a qualcosa che giunge, ma in un certo senso che incombe – è dovuta alla strumentalizzazione dell’evento operata dagli ambienti più estremisti del patriottismo locale.

Ora, il motto preposto all’intera campata sotto la quale sono state pensate queste celebrazioni suona: “la storia incontra il futuro”. Non bisogna lasciarsi fuorviare dalla scelta del verbo (“incontrare”), che suggerisce un’immagine di sorridente conciliazione. Gli organizzatori sono consapevoli che il rapporto tra storia e futuro (cioè tra passato e avvenire) è per sua natura contraddittorio. Essi infatti scrivono: “Nell’ambito conflittuale tra tradizione e modernità i miti e la cultura del ricordo si riflettono secondo lo spirito del tempo, mentre si affina lo sguardo rivolto al passato. L’anno di commemorazione potrebbe favorire il lavoro del futuro in un contesto sociopolitico”. Come si vede, l’anno di commemorazione “potrebbe” favorire il lavoro del futuro, ma potrebbe anche farci ricadere nel passato, posto che lo spirito del tempo – o più prosaicamente la propaganda irresponsabile di qualche invasato – intenda sottolineare gli elementi di divisione e di scontro ancora presenti nella nostra memoria collettiva.

I due capitani tirolesi, Durnwalder e Platter, hanno sottolineato più volte che è loro intenzione comune guardare più avanti che indietro. Non alle spine del dissenso, dunque, ma verso le rose della convivenza. E soprattutto attenta sorveglianza sugli slogan che sfileranno sui cartelli, possibilmente privi di richiami alla secessione e auspicanti, invece, quella maggiore collaborazione tra le varie parti di un territorio disunito soltanto dalla pigrizia di chi non riesce a cogliere e sfruttare le indiscutibili occasioni d’unità.

Eppure si avverte la mancanza di uno slancio di creatività. Nel 1515, allorché la città di Lione si apprestò ad accogliere Francesco I, Leonardo da Vinci progettò un leone semovente, animato da ingranaggi meccanici, da inviare in dono al nuovo re di Francia. Dominando il terrore degli astanti, il sovrano avrebbe dovuto compiere solo un cenno per imporre a quell’animale fittizio di fermarsi, inchinarsi e aprirsi inondando il terreno di gigli e di fiori. Un coup de théâtre ingegnoso e sdrammatizzante. Peccato che a Innsbruck non ci sia un Leonardo a cui affidare l’allestimento di qualcosa del genere.

Corriere dell’Alto Adige, 18 agosto 2009