Unità d’Italia, una visione altoatesina

Umberto Bossi, intervenendo recentemente a una festa leghista in provincia di Brescia, ha liquidato alla sua maniera il problema dei soldi per i festeggiamenti dell’Unità d’Italia: “quanto bisogna spendere? Credo zero”. Anche se certamente la Lega non propone un approccio rappresentativo di tutto l’orientamento del governo, la battuta è significativa di un clima che sta caratterizzando il discorso pubblico nell’intero Paese.

L’imminente ricorrenza del centocinquantesimo anniversario della nascita del nostro Stato (o perlomeno di un suo immediato antesignano, visto che nel 1861 mancavano all’appello tutte le regioni del Nord-Est e soprattutto Roma) sembra infatti coronare un processo tutt’altro che unificante. All’avarizia mescolata a disprezzo del “senatur”, va aggiunto un disinteresse più generale, denunciato con grande veemenza da Ernesto Galli Della Loggia, sul Corriere della Sera, e da altri (finora inascoltati) intellettuali. Quel che manca è un punto di vista in grado di pensare la vicenda della nostra nazione alla luce di una sua idea non estemporanea, vale a dire in virtù di una politica culturale almeno degna di questo nome.

Se dunque sembra probabile che a sud di Salorno il compleanno dell’Italia verrà festeggiato in modo approssimativo e scarsamente consapevole, possiamo essere sicuri che qui da noi (in questa terra così poco italiana o comunque sentita da una parte della sua popolazione come addirittura non italiana) assisteremo a un esercizio di radicale rimozione. Ciononostante, non è completamente inutile tentare d’individuare alcune linee di costruttiva (e cioè antinazionalistica) opposizione a questa tendenza.

Vorrei porre due questioni. La prima: qual è stato il contributo positivo dato dagli “italiani” al benessere e alla prosperità, anche culturale, dell’Alto Adige-Südtirol? La seconda: esiste una possibilità di interpretare la “diversità” dell’Alto Adige-Südtirol non solo come esempio d’incipiente sfaldamento territoriale (la sua punta più avanzata, per così dire), bensì come segno di costitutiva (e dunque incancellabile) molteplicità? Mi paiono due punti importanti, anche perché, sfruttando l’occasione data da una particolare ricorrenza storica, possiamo capire che qui ne va del significato stesso di un’appartenenza – quella degli “altoatesini” al nostro territorio e quella dei “Südtiroler” all’Italia – vissuta da tutti in modo ancora problematico. Si tratta insomma di collocare anche la nostra provincia all’interno di una discussione complessiva sul significato dell’unità italiana. Possibilmente disattivando quegli automatismi e quei preconcetti che ci portano sempre ad imbatterci in risposte deprimenti, scontate, o in qualche brutto cartello piantato sul confine di contrapposte emozioni.

Corriere dell’Alto Adige, 13 agosto 2009

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