Franui

Era l’inverno del 199…, ero da un anno in Sudtirolo, abitavo a Vipiteno. Mi vennero a trovare due miei carissimi amici da Livorno. Andammo a Innsbruck. A un certo punto, mi sembra appena passata la frontiera del Brennero, alla radio si udì una musica che ci colpì molto tutti e tre. Una musica stranissima, un azzardato ma riuscito melange di tradizione locale e avanguardia. Feci subito delle ricerche (mi pare che telefonai alla radio). Così conoscemmo i Franui.

L’autonomia e la doppiezza costitutiva

La parola “doppiezza”, riferita a un contesto politico, fa venire subito in mente Palmiro Togliatti e il vecchio Pci. Un atteggiamento costitutivamente incerto, ambiguo, per l’appunto “doppio”, all’origine di una strategia da Giano bifronte. Da un lato, quindi, l’assenso alle regole democratiche (che proprio il Pci, nell’immediato dopoguerra, contribuì a creare), dall’altro il mantenimento di un’opzione eversiva, da coltivare mediante un patto di fedeltà e dipendenza con l’Unione Sovietica. Come noto, nonostante lo “strappo” di Berlinguer a favore di un comunismo più europeo e l’avvio di una collaborazione più stretta con la Democrazia Cristiana di Aldo Moro, questa ambiguità di fondo si mantenne fino alla fine degli anni ottanta, cioè fino alla fine della “guerra fredda”. Ma il radicale mutamento della cornice geopolitica internazionale, ponendo definitivamente fuori gioco il ricorso alla “doppiezza”, decretò anche la fine del Pci.

Sergio Romano, in una lucida ricostruzione di questa vicenda, ha scritto: “L’ambiguità gli aveva giovato, la fine dell’ambiguità segna l’inizio del suo lento declino”[1]. In una certa fase storica la doppiezza era insomma utile, ancorché moralmente sospetta. Il che dimostra che la moralità, la correttezza, la chiarezza delle scelte, possono essere virtù apprezzabili in teoria, ma in politica talvolta è più conveniente puntare sul contrario.

Forse il parallelismo è un po’ azzardato, ma non mi pare del tutto inopportuno accostare l’esperienza della “doppiezza” comunista a quella della Svp. Qui l’ambiguità riguarda la duplicità di un’opzione che, anziché apparire come risolta, continua a mantenersi in una condizione di permanente oscillazione tra l’autonomia intesa come traguardo (anche se da consolidare e incrementare indefinitamente), oppure come passo intermedio per qualcosa di ben più radicale (uno statarello indipendente, l’annessione all’Austria). Rimane la domanda se – come nel caso del Pci – l’ipotetica fine di questa “doppiezza” rappresenterebbe una fortuna o una disdetta, per le sorti del partito di via Brennero.

Nonostante molte persone ragionevoli (come per esempio il nostro Florian Kronbichler) auspichino l’uscita dall’ambiguità, o coltivino l’illusione di non dover più commentare certe esternazioni (come quelle di Durnwalder, contemporaneamente iperautonomistico e antiautonomistico), è per nulla escluso che tale ambiguità sia ancora funzionale alla preservazione dell’integrità della Svp (non a caso insidiata, alla sua destra, da chi vorrebbe liquidare questa autonomia). E in qualche misura, almeno per il momento, forse è utile  anche all’equilibrio dell’autonomia stessa che, a mio giudizio, è per sua natura precaria, compromissoria e inevitabile matrice di continue “doppiezze”.

 


[1] Sergio Romano, Il lungo viaggio dei comunisti attraverso la democrazia, in: I confini della storia, Milano Rizzoli 2003, p. 130.

Nota: la versione soprastante è apparsa oggi sul quotidiano Il Corriere dell’Alto Adige. Il finale, però, non corrisponde esattamente a quello da me progettato, in quanto fa apparire la tesi dell’utilità di certe ambiguità (a proposito dell’autonomia, considerata in se stessa) come anch’essa provvisoria e correggibile. In realtà io avrei voluto dire che è proprio l’autonomia – per come essa è stata concepita – a non consentire che si esca da un regime di oscillante ambiguità. Giudizio ovviamente molto pessimista, non condiviso dal direttore del mio giornale e per questo “corretto” con una variante più possibilista. Allego qui di seguito il “mio” finale:

Nonostante molte persone ragionevoli (come per esempio il nostro Florian Kronbichler) auspichino l’uscita dall’ambiguità, o coltivino l’illusione di non dover più commentare certe esternazioni (come quelle di Durnwalder, contemporaneamente iperautonomistico e antiautonomistico), è per nulla escluso che tale ambiguità sia funzionale non solo alla preservazione dell’integrità della Svp (non a caso insidiata, alla sua destra, da chi vorrebbe liquidare questa autonomia), bensì anche all’equilibrio dell’autonomia stessa: per sua natura precario, compromissorio e inevitabile matrice di continue “doppiezze”.