Addio a Aldo Gargani

Grave lutto nel mondo della filosofia italiana. È morto Aldo Giorgio Gargani, profondo conoscitore del pensiero di Wittgenstein e scrittore, pensatore affascinante e originale. Soprattutto è stato un grande maestro.

http://www.pisanotizie.it/index.php/news/news_20090618_gargani.html

http://www.asia.it/adon.pl?act=doc&doc=588

Contestualmente, segnalo questo articolo di AGG, un necrologio di R. Rorty, al quale sono arrivato mediante questo blog [qui]:

http://stereotypi.tumblr.com/post/126934824/il-mio-richard-rorty-da-reset-105

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Nicola Perullo (NP) mi ha spedito un ricordo di Gargani, suo maestro all’università di Pisa, che molto volentieri pubblico.

Giorgio Gargani non aveva detto a nessuno la verità sul suo male, e il motivo, come avevo intuito non appena lo avevo saputo, non più di dieci giorni prima del suo decesso, e come d’altra parte mi aveva confermato al funerale il figlio maggiore Alberto, era che confessare il suo male avrebbe significato ridurre il carico dei suoi impegni e del suo lavoro. Giorgio Gargani ha lavorato, scritto, studiato, partecipato a conferenze fino a pochi giorni prima della sua morte, e questa passione per la filosofia, per il rigore incessante del pensiero, è stato il contrassegno, direi le stimmate della sua intera vita. Giorgio Gargani ci ha lasciato senza alcuna concessione al pettegolezzo, senza alcuna concessione all’esibizionismo, neppure quello, che solitamente ma certo erroneamente tendiamo a scusare, della malattia e del disagio. Confessare pubblicamente il male che lo aveva colpito, o che forse era semplicemente esploso, a causa delle profonde sofferenze da lui subite negli ultimi anni, per la morte della compagna della sua vita, Paola, e del fratello maggiore, che per lui era stato come un padre, confessare quel male avrebbe significato suscitare negli altri un atteggiamento compassionevole e richiedere speciali riguardi, tutto ciò che Giorgio Gargani non voleva, non per moralismo, né per una visione bigotta della vita, tutt’altro: per continuare ad avere la libertà di essere ciò che era. Il coraggio di essere è il titolo di un libro di Aldo Giorgio Gargani sulla cultura mitteleuropea, ma il titolo esprime al meglio la tonalità emotiva dell’esistenza di Giorgio Gargani.

Nell’ottobre del 2008 Giorgio Gargani mi aveva onorato della sua partecipazione alla presentazione di un mio libro, proprio nell’Aula Magna nuova della Sapienza di Pisa, dove anche ha tenuto, nel maggio del 2009, l’ultima lezione della sua vita, nell’ambito delle celebrazioni dell’anno galileiano. Pochi giorni prima della presentazione ero andato a trovarlo nella sua casa, in quella che è stata la sua ultima casa. Giorgio Gargani non stava bene, aveva febbri alte che non riusciva a eliminare, così mi disse quando mi accolse, facendomi accomodare nella sala con le finestre che davano sulla strada. Nella sala dove mi aveva accolto non c’erano libri, ed era la prima volta che entravo in una casa di un professore universitario senza avere la vista sovrastata e devastata dalle immagini di migliaia di volumi ma, avevo subito dopo pensato, questo era in fondo proprio quello che avevo imparato da Gargani, che il mondo non è solo il mondo dei filosofi, come la maggior parte dei filosofi pensa, e neppure il mondo dei libri, come la quasi totalità dei professori universitari effettivamente pensa. Spero di non peggiorare, mi avevo detto, perché ho letto il suo libro e verrei molto volentieri; aveva preso in mano il mio libro, e io mi ero accorto che il libro era chiosato, piegato con le orecchie in molti punti, e poi guardando il tavolo davanti al divano dove era seduto Giorgio Gargani, di fronte a me, mi ero accorto che su quel tavolo erano presenti anche altri miei lavori precedenti, lavori che io non gli avevo certo fatto avere per la presentazione del mio ultimo libro ma che, evidentemente, Giorgio Gargani si era procurato o aveva recuperato da solo. L’ho letto due volte, mi aveva detto, e io lì sono rimasto basito, effettivamente lì l’insegnamento che avevo coscientemente ricevuto non mi aveva permesso di razionalizzare il fatto: aveva letto due volte il mio libro, pagina per pagina, riga per riga, e la riprova del suo rigore assoluto era già lì, perché mi parlava a memoria degli esempi che io avevo fatto nel libro, ricordando nomi, citazioni e circostanze. Parlammo poco, perché non stava bene, avevamo solo accennato, anzi io avevo ancora accennato all’idea, vecchia di almeno un anno, di andare a cena sul mare, magari la prossima estate, insieme al mio amico e suo altro allievo Marco Lenzi, e Giorgio Gargani aveva detto che volentieri sarebbe venuto a cena con noi, non appena si fosse rimesso ma che, cosa che in effetti sapevo dal primo anno in cui l’avevo conosciuto, nel 1988, dovevamo sapere che non aveva patente, e quindi non poteva guidare. La veniamo a prendere, gli avevo detto, perché a volte ci davamo del lei, a volte, quando lui lo ricordava, del tu, ma questo era avvenuto solo negli ultimissimi tempi. Prima di congedarmi, mi aveva chiesto di riscrivergli il mio numero di telefono, per qualunque evenienza aveva detto, e con quel sorriso accennato da grande attore di teatro, quale anche effettivamente egli era, guardando un foglio di carta sul tavolo davanti al divano sul quale Giorgio Gargani era seduto, di fronte a me, un foglio di carta su cui erano scritte alcune formule matematiche per me del tutto incomprensibili, mi aveva detto “che dice, lo scrive sotto quei limiti?”

Alla presentazione del mio libro Giorgio Gargani era ovviamente venuto, anche se aveva la febbre alta, e aveva parlato più di trenta minuti con grande profondità, con rigore e con originalità e, come avveniva sempre, e per me dall’ottobre del 1988, durante la prima lezione all’Università in cui avevo avuto modo di ascoltarlo, aveva aperto nuovi scenari e illuminato nuovi sentieri.

Quel numero di telefono servirà per la nostra cena sul mare, che ormai  potrò consumare solo nei sogni.

Sull’apprendimento delle lingue (III)

Pubblico di seguito il mio editoriale (apparso oggi, sabato 20 giugno, sul Corriere dell’Alto Adige), intitolato Plurilingui a prescindere dalla scuola.

Strana coincidenza: l’anno scolastico è quasi finito e si torna a parlare di plurilinguismo e di metodi per favorirne lo sviluppo. Potrebbe trattarsi di un involontario frutto del caso, di una discrepanza temporale apparentemente ininfluente, oppure in questa circostanza si esprime una contraddizione non priva di significativi risvolti: da un lato abbiamo le pratiche alle quali siamo abituati (non ovunque: valga la virtuosa eccezione della scuola ladina, lodata da Mussner), dall’altro ci sono le teorie e le proposte di chi vorrebbe aggiornare o persino rivoluzionare l’intero impianto della glottodidattica, ritenendo che ciò contribuirebbe a renderci come per magia tutti più aperti, tolleranti ed europei. Il dibattito è vecchio e purtroppo non è difficile pronosticarne l’ennesimo arenamento.

Prima che l’interesse generale ripieghi su altri temi, proviamo però a svolgere alcune considerazioni basilari. Innanzitutto, è vero o no che il sistema educativo vigente – basato sulla separazione delle scuole per gruppo linguistico e orientato ad un plurilinguismo soltanto “funzionale” e non “valoriale” – impedisce l’apprendimento delle lingue rispettivamente “seconde”? La risposta è no. Pur nei limiti tracciati da un’offerta che non prevede un diffuso insegnamento “veicolare”, gli ostacoli frapposti all’evoluzione di una società compiutamente plurilingue risiedono altrove e la responsabilità non può essere accollata in primo luogo alla scuola. Questo ovviamente non significa che un intervento sui programmi (anche grazie alla somministrazione di una potente “cura veicolare”) non cambierebbe alcune cose. Ma in profondità non è escluso che molte delle cause responsabili della scarsa attitudine plurilinguistica della popolazione locale agirebbero anche in un contesto mutato (magari con altri effetti, persino peggiori o illusori di quelli che già conosciamo).

Ora, esiste sufficiente chiarezza riguardo alla natura di queste cause? Chi punta tutto sulla scuola dovrebbe chiedersi con molta onestà quali e quante occasioni vengono concretamente sfruttate per mettere alla prova le proprie competenze linguistiche. Quante volte cioè si ricorre ad informazioni redatte nell’altra lingua, quante volte accettiamo che una conversazione si svolga adottando la lingua dell’“altro”, quante volte, insomma, siamo disposti a investire sul “nostro” plurilinguismo, anziché attenderci meraviglie sempre e solo da quello dei nostri figli? Se ammettessimo che il consuntivo di una simile quantificazione è piuttosto magro, anche l’eterna discussione sulle alternative da praticare per acquisire e potenziare le lingue potrebbe essere svolta in modo diverso. E forse si aprirebbero maggiori prospettive di reale cambiamento.

https://sentierinterrotti.wordpress.com/2009/06/18/sullapprendimento-delle-lingue-ii/

https://sentierinterrotti.wordpress.com/2009/06/17/sullapprendimento-delle-lingue-i/

La questione morale

Leggo sul blog di Concetta Failla un commento che (come spesso accade) mi lascia senza parole:

Anche se è un paragone ardito, la situazione politica mi sembra molto simile a quella verso la fine della I Repubblica in cui si è distrutto un sistema polico che avrebbe potuto preludere ad un periodo di grandissima instabilità politica e sociale. In tale periodo la sinistra dell’allora segretario Occhetto aveva comiciato a tirar fuori la questione morale e lo stesso Craxi nella seduta nella seduta del 29 aprile 1993 aveva detto “Basta con l’ipocrisia tutti i partiti qui dentro si servono delle tangenti per autofinanziarsi anche quelli che qui dentro fanno i moralisti”. Il sistema politico di allora, aggiungo io, per fortuna è morto e l’allora MSI adesso è diventato forza di Governo (MSI che è praticamente rimasto uno dei pochi partiti totalmente al di furi del grande scandalo di tangentopoli). Per tutti questi anni vi sono stati numerosi processi per condannare Berlusconi per poi arrivare a consegnarli un avviso di garanzia durante la Conferenza mondiale delle nazioni unite del 2006. Si noti come in questo periodo si stiano organizzando manifestazioni contro l’opera di ricostruzione dell’Abruzzo, si sta cercando di diffamare il premier attaccandolo su ogni fronte da quello patrimoniale a quello morale. Sto leggendo con molta attenzione i giornali ed una cosa bisogna dargli ragione a Giuliana Ferrara sul foglio di oggi in cui scrive che l’unica via d’uscita del premier è quello di cercare di fare una vita privata il più possibile attenta ed estremamente morigerata in quanto il momento è delicatissimo. Quando ci sono profonde crisi economiche ogni facile populismo, dalle masse viene colto ed amplificato sperando che i nuovi padroni distribuiscano pane per tutti!

A parte le varie inesattezze (la più clamorosa: non fu certo Occhetto ad inventarsi la “questione morale” e comunque non era di “questione morale” che si parlava, all’epoca di Tangentopoli) stupisce questo meccanismo di pensiero: per fortuna che il sistema politico di allora è morto… fortuna che l’MSI…”. Il mito del fascismo onesto è duro a morire. Ma che si faccia strame della verità storica è francamente troppo. Berlusconi (legato a filo doppio ad Andreotti, al Vaticano, a Craxi e a Licio Gelli) non è stato certo il “nuovo” succeduto al sistema politico marcio e corrotto che fu in piccola (ahimé) parte liquidato dall’azione dei magistrati! Berlusconi è stato il traghettatore di un’intera classe dirigente (variamente corrotta) dai mari della prima a quelli della seconda (cosiddetta) repubblica. Berlusconi, colluso in tutto e per tutto col vecchio sistema, è un micidiale farabutto e ha proseguito (con altri mezzi) quello che il mitico CAF faceva e sfaceva nell’Itaglia degli anni ottanta.

Postilla: la foto qui sopra è anche un auspicio: speriamo che il personaggio di destra faccia presto la fine del personaggio di sinistra.

Sull’apprendimento delle lingue (II)

Facciamo come i ladini! Fino a poco tempo fa, confesso, lo dicevo anch’io. Metodo paritetico (50% tedesco, 50% italiano, più un paio di ore la settimana di lingua ladina), CLIL a manetta e via!… (personalmente ero favorevole anche al mantinemento di una piccola quota di ore in ladino da estendere a tutta la provincia). Ho sempre trovato risibile, inoltre, l’argomentazione di chi vi si opponeva (“ma i ladini poi non sanno bene né l’italiano né il tedesco…”), in primo luogo perché comunque i ladini sanno sempre meglio il tedesco di come lo sanno gli italiani e l’italiano di come lo sanno i tedeschi. Inoltre, chi muove quella debolissima accusa dimentica che i ladini sono per l’appunto LADINI, e dunque è quella la lingua che in teoria sanno bene (dico in teoria, giacché qualche ladino lamenta l’esiguo sostegno dato dalla loro scuola alla lingua madre ladina).

Facciamo come i ladini, dunque pensavo. Sia chiaro: lo pensavo e in parte ancora lo penso. Lo penso meno, però, se mi faccio una domanda (e da qualche tempo è una domanda che mi faccio). Questa: ma i ladini sanno così bene le altre lingue SOLO perché le imparano in quel modo a scuola? Secondo me la risposta è SÌ, ma non esclusivamente. I ladini (correggimi Mateo se sbaglio) sanno le altre due lingue parlate in provincia perché, se non le sapessero, sarebbero confinati in un’isola d’incomprensione: tra le loro due valli. È dunque una radicata consapevolezza dell’impossibilità di capire, di farsi capire DA TUTTI quello che “sblocca” la capacità di comprendere e parlare le lingue, che ne rende possibile l’apprendimento. Infatti (per converso) perché tantissimi italiani e non pochi tedeschi non apprendono la lingua dell'”altro”? Non certo perché non ne avrebbero teoricamente (e anche scolasticamente) la possibilità. Il motivo è un altro. Essi non apprendono la lingua dell'”altro” perché in fondo (anche se non lo ammettono esplicitamente) non attribuiscono all’incapacità di comprendere o di farsi comprendere dagli “altri” una particolare importanza. Suona male, lo so, ma è in gran parte così. Un italiano può sempre dire: che m’importa se i tedeschi non mi capiscono e io non capisco loro? Idem un tedesco. Un ladino invece non può letteralmente permetterselo. In sintesi: è impossibile fare come i ladini se non si è ladini (ed è anche per questo che Durnwalder – quando afferma: non possiamo semplicemente adottare il metodo dei ladini in tutto il Sudtirolo – ha pienamente ragione).

Referendum

Con un postremo sussulto di coscienza civica mi viene da pubblicare qui un post dedicato al referendum di domenica [eccolo]. È del tutto evidente che il referendum non raggiungerà il quorum (mi espongo: andrà a votare il 25% degli aventi diritto). Io invece andrò a votare (anche perché, continuando di questo passo, c’è il rischio che l’istituto referendario perda totalmente il suo senso e dunque venga abrogato: senza referendum). Sul COME votare regna però la massima incertezza (non farti impressionare dalla foto e leggi). Io farò così (senza starmi troppo a dilungare sulle motivazioni, che sarebbe alquanto penoso). NO/NO sui quesiti che riguardano il premio di maggioranza e lo sbarramento per Camera e Senato (non concordo con l’amico enzopenzo, per il quale “tanto peggio tanto meglio”). per il quesito che vuole abrogare le preferenze multiple. E voi?

P.S. Solo dopo aver scritto questo testo ho VISTO e ASCOLTATO il video d’apertura. Quindi confesso che la mia volontà di andare a votare è adesso molto più debole rispetto a cinque minuti fa (quando ho cominciato a scrivere). Sono anche leggermente depresso. Correggo allora la mia previsione sulla partecipazione al voto: non più del 7%.

Berlusconi-Martello

(…)

Cavaliere egli era assai valente
ed anche in quel frangente
d’onor si ricoprì

e giunto alla fin della tenzone
incerto sull’arcione
tentò di risalir

veloce lo arpiona la pulzella
repente la parcella
presenta al suo signor

“Beh proprio perché voi siete il sire
fan cinquemila lire
è un prezzo di favor”

“E’ mai possibile o porco di un cane
che le avventure in codesto reame
debban risolversi tutte con grandi puttane…”

(…) 

Profetica canzone…

Sans abri

clochard avec chiens

È l’espressione con cui i francesi chiamano i “barboni”: senza riparo. Non ho dubbi a sceglierla rispetto alla burocratica “SDF”, “sans demeure fixe”, anche per una questione semantica. Mentre quest’ultima lascia intendere che una dimora c’è, ma è mobile, non fissa, come può essere il cartone all’ingresso di un supermercato, o una panchina o le scale del métro, l’espressione “sans abri” nomina la condizione di uomini che sono esposti, talvolta per scelta più spesso perché il destino non è generoso, non lo è quasi mai con i più deboli. Senza riparo: in realtà lo siamo tutti, siamo tutti esposti – agli sguardi degli altri, al tempo meteorologico, agli eventi, all’avvenire con ciò che esso può arrecarci. Il “sans abri”, con i suoi cagnetti dagli occhi tristi, le sue poche cose impacchettate con meticolosità in un carrello della spesa – un piccolo armadio a rotelle – i suoi cenci, ci mette sotto gli occhi ciò che siamo, la loro condizione è lo specchio della nostra e, al tempo stesso, di una storia che non conosce giustizia.

Qui, a Parigi, i “sans abri” sono le sentinelle della civiltà. Lo storico dell’arte Didi-Huberman mi ha recentemente detto che il quartiere in cui abita, nel X arrondissement, è magnifico perché vivo, popolare e, per dare forza alla sua descrizione, ha aggiunto: «conosciamo per nome tutti i nostri “sans abri”». Allora capisci che, quando non c’è più un tetto, il riparo sono gli altri. Perché il “sans abri” è infinitamente fragile nel suo essere esposto e la sua fragilità è un costante e silenzioso appello rivolto all’altro.

Qui a Parigi i “sans abri” sono discreti, salutano gentilmente, si limitano a chiedere “une petite pièce, s’il vous plaît”, ma spesso neanche quello: c’è solo una tazza sbeccata o un piattino sporco, con qualche monetina, gli oggetti parlano per loro.

Quando percorro rue du Poteau, che mi porta a place Jules Joffrin, so dove si trovano, ormai ho imparato a riconoscerli, soprattutto i due uomini, ancora giovani che hanno sistemato cartoni e sacchi a pelo davanti al Monoprix. Li trovo in piedi a fare chiacchiere con il personale del supermercato o con i clienti, più spesso donne un po’ anziane, mentre i loro due cani sonnecchiano tranquilli sulle coperte.

Quando percorro, come oggi pomeriggio, boulevard Saint Michel, so che li troverò davanti alle vetrine dei negozi di moda, accanto alle edicole, accompagnati dai loro piccoli cani. Ce n’è uno che, con grandissimo pudore, ha aggiunto un cartoncino accanto alla sua ciotola, dove ha scritto con un tratto di pennarello: “pour le chien”, per il cane. Come se l’animaletto che tiene in braccio con delicatezza avesse bisogno della sua voce per appellarsi all’altro, della voce del suo compagno “sans abri”, che rimane muta.

Questo pomeriggio ero quasi arrivato all’incrocio delle terme di Cluny, una ventina di metri prima c’è un “sans abri” anziano, è sempre seduto per terra, il cagnetto accanto. Tra la folla dei passanti mi accorgo che c’è un ragazzotto bruno, meno di trent’anni, jeans e maglietta verde, si agita mentre parla a voce molto alta, rivolgendosi a una ragazza poco appariscente, decisamente bruttina, è la sua ragazza. Nessuno per strada usa quel tono, che è sorprendentemente violento e arrogante. Trovo qualcosa di disturbante nella scena. La ragazza ha una piantina in mano e non dice una parola. Il ragazzotto cammina davanti a lei, poi si fermano entrambi quasi all’ingresso del métro, lui continua a inveire piantandosi sul marciapiede come se dominasse l’intero Quartiere Latino. Ora sento quello che dice, e capisco. È italiano, lo tradisce un forte accento romano. La sua ragazza continua a rimanere in silenzio. “Barbone de mmerda, nun me deve guardà così, che nun je do un cazzo io, che devono sparì dalla strada sti barboni. E devono annà a lavorà”. Lei continua a non dire nulla. Quell’individuo è italiano, come me. Poi attraverso l’incrocio e passo accanto al “sans abri” del marciapiede davanti alle terme. A due passi da lui c’è una giovane dalla pelle chiarissima e dai capelli lunghi e corvini, suona il flauto traverso, anche lei ha un piattino. Ho voglia di piangere.

A casa

Rientro a casa, rue Championnet, Montmartre, la mia casa ancora per pochi giorni, prima di ritornare in Italia per l’estate. Accendo il mio computer portatile, desidero leggere qualche giornale on-line. Apro la homepage di “Repubblica”, la prima notizia è un tuffo al cuore: “Lega Nord l’ultima tentazione. Immigrati fuori dai giardinetti”. Leggo l’articolo (http://milano.repubblica.it/) che contiene le dichiarazioni allucinate di un tal Davide Boni, capogruppo della Lega alla regione Lombardia. Come in un incubo diabolico ritrovo lo stesso male che si diffonde, si impadronisce degli individui, trasformandoli in insetti feroci. Leggo e non riesco a togliermi dalle orecchie la parole dell’arrogante ragazzotto: lo stesso ottuso risentimento, la stessa normale violenza, la stessa mancanza di dignità e di sensibilità divenuta abitudine, la stessa assenza di cultura di linguaggio di idee di gesti, la stessa inumana sordità di fronte alla fragilità della vita. Insomma, ritrovo la stessa decomposta Italia fascista che trascina il suo cadavere vivente a spasso per l’Europa. [rk]

Sull’apprendimento delle lingue (I)

Non avrei molta voglia di intervenire sul tema dell’apprendimento delle lingue, tema che è stato un po’ risollevato dai giornali, nei giorni scorsi. Mussner che tesse le lodi del sistema ladino, il commissario europeo per il multilinguismo, Orban, che ci rivela (che scoperta!) come la conoscenza di più lingue favorisca l’apertura e la tolleranza, Dieter Steger che si mostra interessato (“insegnamento veicolare: perché no?”), Durnwalder che non si mostra interessato (“perché no!”), i politici italiani che offrono i soliti commenti di sempre. Lunedì, a Bolzano, sono andato a sentire Francesco Palermo, Günther Pallaver, Giorgio Mezzalira, Walter Pichler e Siegfried Baur. In sala i soliti noti, sempre i soliti, ad annuire stancamente. Poca voglia insomma di dire qualcosa, forse per l’incapacità di dire qualcosa di sensato, se non proprio di nuovo.

Ma ecco che leggo sul blog di Concetta Failla un commento di Mariateresa Tomada (qui con accenti un po’ leghisti): “Magari fra 20 anni parleremo tutti arabo ed il problema sarà risolto”. Ottimo spunto. Se dopo ottant’anni c’è qui gente che non ha imparato il tedesco, se c’è gente che balbetta l’italiano, in appena vent’anni riusciremo ad imparare tutti l’arabo per poterlo adottare come “lingua franca”? Magari….

Un chiasmo perfetto

Ho letto questo [QUI]. E subito ho pensato: ma guarda…, adesso arriva lui e risolve tutto. In un certo senso il Signani che ha deciso di occuparsi di Sudtirolo assomiglia molto al personaggio di Villaggio che voleva occuparsi di Napoli. Un chiasmo perfetto. 🙂

Teatro notturno

Avenue d’Italie

 Sabato notte, perdo l’ultimo métro dopo una cena con amici: chitarra, le melodie della bossa nova, evocazione dello spirito di Toninho Horta e di altri virtuosi delle sei corde, il gusto brasiliano per la battuta che rovescia una vicenda drammatica in uno scherzo della storia, due liriche di Paulo Leminski (http://www.scribd.com/doc/6871931/Paulo-Leminski-Distraidos-Venceremos-pdfrev)

In fondo a rue de Tolbiac la pensilina del bus notturno, ma è pure la casa di un uomo di colore, non posso immaginare se per qualche ora o più. Si accorge che sto cercando un mezzo per tornare alla mia, di casa. Mi dice che il servizio del 62 è terminato, mi chiede dove devo andare, se la linea 14 del métro è ancora in funzione, ma no, non lo è più, gli rispondo. Arriva una donna, anche lei di colore, dallo sguardo reso liquido dall’alcool, forse più di quello dell’uomo, e del mio. In quel singolare tinello aperto sulla strada, tra i due una gara di gentilezza per farmi tornare a casa. All’incrocio, poi sul boulevard, a sinistra, c’è la fermata del Noctilien. Li ringrazio, ci sorridiamo, esco da quel tinello senza porte né finestre, mi volto e con la mano mando un bacio a entrambi. La donna continua a sorridere, il viso dell’uomo si illumina.

Arrivo al boulevard, che per caso si chiama Avenue d’Italie. Nemmeno un minuto, ecco il bus. Abbraccio i miei amici brasiliani. Salgo. Il bus attraversa la città, non conto le fermate fino a place de Clichy. A ogni fermata nuovi protagonisti di un piccolo teatro, ciascuno recita la sua parte a contatto dell’altro: una pallida signora con gli occhi bistrati di nero, ragazzine dalla carnagione lattea e con le spalle nude, giovani beurs in jeans e maglietta, un francese bianco dall’aria malinconica che fa sorridere due sue amiche, una bianca e una nordafricana, un nero in giubbotto con lo sguardo triste, accanto a lui un altro nero dall’aria molto socievole, che tra una fermata e l’altra fa amicizia con una giovane dal naso camuso, capelli scuri e occhi chiari, poi a Chatêlet sale pure un gruppetto di italiani che, prima che iniziassero a parlare, avevo scambiato per nordafricani, forse solo la giacca blu di un ragazzo poteva fare la differenza. In fondo al bus, mi accorgo, c’è il vero spettacolo. Tre americani seduti, ed è scena nota: giovani yankee a Parigi. Ma, accanto a loro, in piedi, un giovanissimo francese africano, nerissimo e alto, occhiali a specchio, gli sta facendo la commedia, come spalla un beur coetaneo che rilancia senza sosta la battuta. Gli americani ridono più rumorosamente degli altri, una delle due ragazze lancia degli urletti di approvazione, i due commedianti se la spassano perché è solo l’inizio e pure altri africani, negli ultimi posti del bus, approfittano di quel palcoscenico tra due file di sedili. Quando gli americani smontano non smettono di ridere, il nero li saluta da protagonista, come se ringraziasse il suo pubblico.

Clichy alle tre di notte è un viavai. Scendo dal bus a malincuore, cammino per venti minuti lungo rue Damrémont. La notte è calda e dalle finestre aperte di appartamenti ai piani alti musica, voci di giovani borghesi che, camicie bianche sbottonate, fumano conversando. [rk]

Definizioni

Il nostro simpatico Alessandro Bertoldi, in un commento di oggi pomeriggio, ha definito “rivoluzionario” il fascismo. Come noto, l’appellativo “rivoluzionario”, nel caso del fascismo, si accompagna spesso all’altro, “reazionario”, in una formula che, a dir poco, diventa di ardua interpretazione. Dal canto mio, senza perdermi in dotte disquisizioni storiche o politologiche, propongo una definizione magari un pochino più rozza, ma comunque vicina al vero: Mussolini e il fascismo sono manifestazioni d’infamia. Capisco che non è tanto più di moda dirlo. Ma io proprio per questo lo dico. Mussolini era un infame. E il fascismo è un’infamia.