Sull’apprendimento delle lingue (IV)

Pubblico l’editoriale di Francesco Palermo, apparso sull’Alto Adige di oggi, per gentile concessione dell’autore.

Scuola plurilingue: l’ultimo tabù

“Ma come? La comunità internazionale insiste perché le minoranze possano avere scuole separate. Ma quando le hanno, ci vengono a dire che dobbiamo favorire il multilinguismo e i modelli scolastici integrati. Insomma, un po’ di coerenza!” Sono molti i politici in Europa che si meravigliano quando gente come il commissario Orban invita ad adottare modelli scolastici multilingui. Lo avranno pensato in molti anche da noi: “Ci dicono che siamo un modello di convivenza e poi ci chiedono di rivoluzionarlo con la scuola plurilingue”.

Ma non c’è alcuna contraddizione. Per proteggere una minoranza è indispensabile garantirle l’istruzione in madrelingua e spesso anche un percorso scolastico separato. Quando questa garanzia c’è, è indispensabile guardare al passo successivo. Troppo spesso i politici, specie se sono espressione delle minoranze, capiscono il primo passaggio (le scuole separate) ma non il secondo (le forme di integrazione tra alunni e l’istruzione plurilingue). Ma in un sistema funzionante non c’è l’uno senza l’altro.

Non ci può essere integrazione se un gruppo teme l’assimilazione. Ma nel contempo la separazione scolastica deve avere dei contrappesi, altrimenti conduce alla creazione di società parallele. E la segregazione non è meno dannosa dell’assimilazione.

Le recenti aperture da parte di autorevoli esponenti della SVP all’istruzione multilingue in Alto Adige sono un segnale importantissimo, perché mostrano disponibilità a ragionare del futuro. Certo, cosa nel concreto possa significare istruzione plurilingue è tutto da verificare. Ma questa verifica può farsi solo se si iniziano a superare le chiusure pregiudiziali.

Finora l’assenza di volontà politica nell’intraprendere questo percorso è stata ipocritamente mascherata dietro due foglie di fico: l’articolo 19 dello statuto di autonomia e i pareri degli esperti.

L’articolo 19 garantisce l’inviolabile diritto della minoranza tedesca allo studio nella propria lingua. In altre parole, la premessa indispensabile per la fiducia. Nulla dice invece rispetto alla possibilità di affiancare a quel modello altre forme di istruzione. Che non sono vietate e sono quindi permesse, come ricordato dalla Corte costituzionale quando diede torto alla Klotz che riteneva violato lo statuto per l’introduzione dell’italiano nelle prime classi elementari delle scuole tedesche, perché l’art. 19 lo prevede della seconda.

L’art. 19 è il primo passo (scuole separate) che non solo non impedisce il secondo (scuole plurilingui) ma ne costituisce la premessa. Ritenere quell’articolo un ostacolo alla scuola plurilingue perché scritto in un’epoca e in un contesto in cui a quelle scuole non si pensava neppure lontanamente è come l’atteggiamento di quelle comunità Amish che rifiutano televisore, telefono, automobile e corrente elettrica perché la Bibbia non ne parla.

Il parere degli esperti, poi, è quanto di più ballerino esista. Negli anni ’70 la corrente dominante riteneva indispensabile “proteggere” e rafforzare la madrelingua prima di esporre al contatto con altre lingue. Oggi il multilinguismo precoce è invece ritenuto un’opportunità non solo per l’apprendimento delle lingue, ma anche nelle altre discipline. Steger lo sa benissimo, e con sottile perfidia invoca il parere degli esperti per decidere il da farsi. Lo stesso argomento su cui Zelger basava negli anni ’70 la politica del “più ci separiamo e meglio ci capiamo” serve oggi a mettere una pietra tombale su quella politica.

Non giriamoci intorno: la scelta è politica, non tecnica. Ed è la politica, non gli esperti, a dover dare alla società ciò di cui la società ha bisogno. Alla nostra società serve ancora l’art. 19 nella sua attuale formulazione, proprio per garantire risposte al secondo bisogno: quello di aprire a sistemi diversi. E’ proprio perché siamo un modello che ci chiedono la scuola plurilingue. Che non contraddice la tutela delle minoranze ma la esalta e la porta a compimento.

 

21 thoughts on “Sull’apprendimento delle lingue (IV)

  1. Straordinario come sempre. Nella casa dell’autonomia Francesco Palermo è un tale che dice: “Guardate che quella finestra non è chiusa, ma è aperta. Bisogna soltanto avere la volontà politica di varcarla”.

    Però c’è un problema: qui da noi, nel DNA della nostra classe dirigente, l’impossibilità di uscire da una situazione favorevole per migliorarla ulteriormente è una specie di grumo sentimentale insolubile. È una miscela di abitudine e cinismo talmente interiorizzata, da produrre effetti imprevedibili: se anche un funzionario SVP decidesse di uscire da una finestra aperta, andrebbe probabilmente a sbattere contro una lastra immaginaria, frantumando tutto e tagliandosi la faccia con un vetro che non c’è. E in conseguenza di quelle ferite autentiche prodotte da un vetro fittizio, la finestra verrebbe chiusa per davvero.

  2. Mi pare che il merito principale dell’articolo di Francesco Palermo sia quello di aver dislocato l’articolo 19 dal piano (mitico) della Rappresentazione del contrasto etnico al discorso politico in senso stretto.

  3. Il mio carattere euforico dice: “Un editoriale così ha il potere di aprire una crepa nelle incrostazioni del nostro Immaginario”.

    Il mio carattere depresso contemporaneamente afferma: “Ecco il solito articolo intelligente che verrà divorato e digerito dal nostro Immaginario”.

  4. Una questione di identità geografica: io sono un piccolo fan di Francesco Palermo. Sono dunque un bimbo palermitano?

  5. francesco palermo è bravo ma sono trenta e più anni che a turno qualcuno dice le stesse cose, ne serviranno altrettanti prima che dalle parole si possa passare ai fatti?
    ..senza voler esser disfattista, solo totalmente spazientito, stufo e lessato!!

  6. Allora, svolgo un paio di riflessioni spero non troppo afose.

    Il ragionamento di Palermo è intelligente e abbastanza innovativo perché riesce a storicizzare il sostrato giuridico che costituisce il quadro di riferimento più generale per il discorso glottodidattico. Soltanto infatti storicizzando, come fa Palermo, il quadro giuridico-istituzionale è possibile individuare le due fasi tratteggiate dall’articolo senza inscenare sempre una contrapposizione ideologica tra conservatori e innovatori (questa contrapposizione è stata la tomba dell’innovazione, caro Graziano). Dunque, dice Palermo, la legislazione vigente (articolo 19) non va ritenuta obsoleta, ma può essere intesa come la BASE per muoverci in una direzione nuova. Questo punto, secondo me, se venisse ben recepito e sostenuto politicamente, potrebbe generare uno scatto gestaltico (animando cioè il passaggio dall’epoca del predominio dell’insegnamento nella madrelingua a quella di un insegnamento maggiormente votato al plurilinguismo). A Graziano dico però che forse dovranno passare comunque ancora molti anni prima che un discorso come quello di Palermo si affermi anche a livello di “coscienza pubblica condivisa” (non in senso “vago”, ma proprio in tutta la sua precisione). Cambiamenti epocali hanno bisogno di tempo e del lavoro congiunto e assiduo di più persone. Il difetto maggiore di chi proponeva cambiamenti drastici sul piano della didattica (assecondando il richiamo quasi sloganistico di certi indirizzi) era quello di non permettere la crescita di questa “coscienza collettiva”, finendo, come detto, col suscitare automaticamente delle contrapposizioni.

  7. @ gabriele

    Concordo. Questo editoriale di Palermo ha il merito di rendere di nuovo praticabile, almeno potenzialmente, un discorso che sembrava destinato a sprofondare in una doppia palude contrapposta: la retorica nazionalista e la retorica della convivenza. Poi è chiaro che uno spunto del genere può ricordare lo sforzo del barone di Münchhausen, che tenta di uscire dalle sabbie mobili tirandosi fuori per i propri capelli. Ma questo, io credo, non è un problema di Francesco.

    @ graziano

    Il punto di vista espresso dal pezzo di Palermo mi piace proprio perché “non dice le stesse cose”. Forse, però – e lo dico senza ironia -in questi trent’anni mi sono perso qualcosa. Se mi indichi un articolo, un saggio, un libro che si occupa dell’articolo 19 come ha fatto Francesco nel suo editoriale, ti offro una pizza. Anzi, se passi da Brunico, te la offro comunque.

  8. Due osservazioni:

    La prima è “classica”: Orban è un fan dichiarato del sistema scolastico catalano.

    La seconda è che l’europa e la comunità internazionale non ci invitano a superare il sistema scolastico attuale.

    Per il resto anche a me l’articolo di Palermo sembra geniale nella sua semplicità e chiarezza.

  9. ci sono più persone che negli anni hanno parlato di opzione formativa in più (scuole miste) mettendo in risalto che questa possibilità non intaccava l’art. 19. Nessuno di coloro che nei decenni passati chiedeva scuole miste ha mai parlato di abolizione dell’art. 19 che io sappia.
    Personalmente quando parlai con Durnwalder nel periodo dello sciopero della fame per il censimento etnico come rappresentante degli obiettori etnici, parlammo anche di questo.
    Tra le cose gli chiesi se riconosceva il principio della libertà nel campo della cultura, lui rispose di si, chiesi se riteneva le scuole appartenessero a questa sfera, rispose di si, chiesi allora perchè fossero vietate le scuole miste non era certo l’articolo 19 che poteva impedirlo, alzò la voce e cambiò tema, non rispose, perchè colse la contraddizione, parli di libertà nella sfera culturale e vieti un’offerta formativa richiesta da molti…
    Palermo è bravissimo e chiarissimo, ma queste idee non sono novità.
    Rispetto alla “retorica della convivenza”, mi sono un pò rotto di sentire questa frase. Se uno 30, ( ero un ragazzino) 20, 10 anni fa diceva cose che adesso lentamente vengono dibattute da alcuni esponenti del spv, non è che allora era retorico. Era semplicemente più avanti. (Penso non solo a Langer, per esempio alla Emeri a Lanzinger e ad altri personaggi meno famosi, ma animati dalle stesse idee). Quando poi nessuno ti ascolta è chiaro che se hai energia cerchi di farti vedere, sotto questo aspetto le persone che sfilavano nelle gabbie etniche chiedendo tra le cose anche le scuole miste, non volendo abolire l’articolo 19, non erano retorica, erano una provocazione, cercavano di rendere visibili le contraddizioni del sistema sudtirolese, lo sterilizzazione le sue potenzialità che così bene Francesco P. mette in risalto alla fine del suo articolo.
    Si mettesse in politica io lo voterei!
    ciao graziano

  10. @ Graziano

    Una notazione tecnica. Se casomai decidessi di adottare sempre una stessa firma (la cambi in continuazione!) potresti non finire in coda di moderazione. Pensaci. 😉

  11. era un pò come dire; l’identità non è mai ferma, sono riconoscibile ma in movimento, chi siamo veramente?
    Ma se è un problema (che non so se ho capito davvero, ogni nuovo nome devi registrarlo e per te è una seccatura in più?) smetto il giochetto, mi divertirò un pò meno..
    tornando al tema pensavo; oggi invece di trovare parole su un tema che ne ha sprecate anche troppe, avrei preferito “sprecare” parole per Pina Bausch la grande coreografa, danzatrice tedesca, inventrice del teatrodanza. E pensavo: “lei si che ho amato e le sue creature, perchè non riesco ad amare così il Sudtirolo?”
    La risposta spontanea; lei è come una madre creativa, l’Alto Adige spesso è padre severo, troppo severo!
    Riesci a dedicare un post a quella grandissima artista, capace di muovere e commuovere, bewegen, tantissimi, da Wenders all’impiegata, da Fellini al postino, da Almadovar all’operaia?
    Se hai tempo e voglia ciao grazie

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