Song to the siren

Grazie a YouTube vado collezionando da tempo versioni della mia canzone preferita (è incredibile: ho una canzone preferita!). Song to the siren, di Tim Buckley. Qui interpretata (con grande intensità e bellezza, a mio avviso) da Robert Plant.

On the floating, shapeless oceans
I did all my best to smile
til your singing eyes and fingers
drew me loving into your eyes.

And you sang “Sail to me, sail to me;
Let me enfold you.”

Here I am, here I am waiting to hold you.
Did I dream you dreamed about me?
Were you here when I was full sail?

Now my foolish boat is leaning, broken love lost on your rocks.
For you sang, “Touch me not, touch me not, come back tomorrow.”
Oh my heart, oh my heart shies from the sorrow.
I’m as puzzled as a newborn child.
I’m as riddled as the tide.
Should I stand amid the breakers?
Or shall I lie with death my bride?

Hear me sing: “Swim to me, swim to me, let me enfold you.”
“Here I am. Here I am, waiting to hold you.”

Michael (o della “fama”)

Sicuramente lo sapete tutti. È morto Michael Jackson. Ora, non voglio spendere inutili parole di commento sulla sua figura d’artista e di personaggio pubblico. Non ne ho la competenza e poi, devo dire, neppure m’interessa (le sue canzoni non mi piacevano). La sua morte mi dà però l’occasione di trascrivere qui un ricordo che forse serve a chiarire il meccanismo della “fama”, la sua capacità pervasiva.

Una ventina d’anni fa, forse addirittura qualcuno in più, ero ospite a casa di mia zia Marisa (la sorella di mia madre). Durante la cena, a volte capita, si creò un’improvvisa bolla di silenzio. Letteralmente, per alcuni secondi, nessuno pronunciò più alcuna parola (un registratore avrebbe carpito soltanto il rumore delle bocche che mangiavano). Zitto io, zitta mia zia, zitte le mie tre cugine. Zitto, soprattutto, mio zio Nicolino, il quale era uno che invece parlava sempre. Quand’ecco, forse perché esasperato da questa pausa muta che come un’ombra si stava allungando sulla tavola, che proprio mio zio si sentì in dovere di pronunciare qualcosa. E infatti, dopo aver deglutito un cucchiaio di minestra, scandì con voce stentorea e con una insospettabile pronuncia anglosassone un nome: “MICHAEL JACKSON!“. Seguirono ovviamente grandi risate da parte di tutti.

Piccola spiegazione: l’effetto comico innescato da mio zio era dovuto a più fattori. Prima di tutto all’impeccabile pronuncia (come detto, insospettabile) e poi anche da quel riferimento. Mio zio era un ammiratore delle canzoni di Claudio Villa e sono sicuro che non avesse mai neppure ascoltato un pezzo di Michael Jackson. Potenza della “fama”.

L’autonomia tra il fuoco e la cenere

In occasione delle celebrazioni per il Sacro Cuore, come noto, sulle montagne che circondano Bressanone è stata fatta brillare nell’oscurità la scritta “Ein Tirol”. Con una mail spedita alle redazioni dei quotidiani locali, il gesto è stato rivendicato da tre persone vicine alle organizzazioni patriottiche (in primo luogo gli Schützen) che hanno lo scopo di tenere vivo “il fuoco” dell’amore per la Heimat, e dunque anche quello di manifestare in modo visibile e spettacolare a chi essa “appartiene”. Una scritta di fuoco ricamata su una montagna corrisponde alla logica del “marchio” (un marchio “a fuoco”) e serve a rendere esplicito un confine identitario che, come ogni confine, risulta al contempo includente (alcuni vi si riconoscono) ed escludente (alcuni non vi si riconoscono). Da qui il solito balletto di prese di posizione al quale siamo abituati da sempre e che sempre saremo costretti a vedere, giacché la controversia che sta alla base di simili fenomeni non è risolvibile (intendo: definitivamente risolvibile) all’interno del quadro istituzionale vigente.

Vorrei cercare di spiegare bene quest’ultimo punto perché purtroppo sfugge ai più. Chi interpreta l’autonomia sudtirolese alla stregua di una soluzione capace di risolvere il contrasto etnico dimentica che essa è il frutto di un compromesso destinato a rimanere tale. L’autonomia non è servita e non serve cioè a sradicare il contrasto, ma soltanto a depotenziarne gli effetti più nefasti, a ridurne le occasioni degenerative. Ovviamente, questo significa che a livello latente (e dunque “sotto la cenere”) permane un serbatoio d’ostilità disponibile. Ma se questa ostilità non fosse disponibile, se l’autonomia, per come è stata concepita, servisse davvero ad eliminarla, avremmo il caso piuttosto paradossale di un dispositivo che rimuove le condizioni della sua stessa possibilità d’esistenza. Cosa inimmaginabile, anche utilizzando la semplice logica.

Letteralmente, allora, i fuochi della scorsa notte (e di ogni altra “notte dei fuochi”, passata e futura) non rappresentano altro che l’emersione rituale e cadenzata di una controversia inestinguibile ancorché, per fortuna, ridotta a una pura dimensione simbolica e per così dire teatrale. Quei fuochi non segnalano la propagazione di un incendio imminente, non meritano la preoccupazione (altrettanto rituale) che si esprime con l’ennesima inutile interrogazione parlamentare, ma devono essere visti come la rappresentazione del contrasto etnico sopravvissuta alla sua estinzione sul piano della realtà. Finché insomma avremo fuoco sui monti non lo avremo in città. E possiamo così continuare a dormire (anche se mai in modo del tutto sereno) sul nostro comodo letto di cenere. 

(Corriere dell’Alto Adige, 26 giugno 2009)