Addio a Aldo Gargani

Grave lutto nel mondo della filosofia italiana. È morto Aldo Giorgio Gargani, profondo conoscitore del pensiero di Wittgenstein e scrittore, pensatore affascinante e originale. Soprattutto è stato un grande maestro.

http://www.pisanotizie.it/index.php/news/news_20090618_gargani.html

http://www.asia.it/adon.pl?act=doc&doc=588

Contestualmente, segnalo questo articolo di AGG, un necrologio di R. Rorty, al quale sono arrivato mediante questo blog [qui]:

http://stereotypi.tumblr.com/post/126934824/il-mio-richard-rorty-da-reset-105

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Nicola Perullo (NP) mi ha spedito un ricordo di Gargani, suo maestro all’università di Pisa, che molto volentieri pubblico.

Giorgio Gargani non aveva detto a nessuno la verità sul suo male, e il motivo, come avevo intuito non appena lo avevo saputo, non più di dieci giorni prima del suo decesso, e come d’altra parte mi aveva confermato al funerale il figlio maggiore Alberto, era che confessare il suo male avrebbe significato ridurre il carico dei suoi impegni e del suo lavoro. Giorgio Gargani ha lavorato, scritto, studiato, partecipato a conferenze fino a pochi giorni prima della sua morte, e questa passione per la filosofia, per il rigore incessante del pensiero, è stato il contrassegno, direi le stimmate della sua intera vita. Giorgio Gargani ci ha lasciato senza alcuna concessione al pettegolezzo, senza alcuna concessione all’esibizionismo, neppure quello, che solitamente ma certo erroneamente tendiamo a scusare, della malattia e del disagio. Confessare pubblicamente il male che lo aveva colpito, o che forse era semplicemente esploso, a causa delle profonde sofferenze da lui subite negli ultimi anni, per la morte della compagna della sua vita, Paola, e del fratello maggiore, che per lui era stato come un padre, confessare quel male avrebbe significato suscitare negli altri un atteggiamento compassionevole e richiedere speciali riguardi, tutto ciò che Giorgio Gargani non voleva, non per moralismo, né per una visione bigotta della vita, tutt’altro: per continuare ad avere la libertà di essere ciò che era. Il coraggio di essere è il titolo di un libro di Aldo Giorgio Gargani sulla cultura mitteleuropea, ma il titolo esprime al meglio la tonalità emotiva dell’esistenza di Giorgio Gargani.

Nell’ottobre del 2008 Giorgio Gargani mi aveva onorato della sua partecipazione alla presentazione di un mio libro, proprio nell’Aula Magna nuova della Sapienza di Pisa, dove anche ha tenuto, nel maggio del 2009, l’ultima lezione della sua vita, nell’ambito delle celebrazioni dell’anno galileiano. Pochi giorni prima della presentazione ero andato a trovarlo nella sua casa, in quella che è stata la sua ultima casa. Giorgio Gargani non stava bene, aveva febbri alte che non riusciva a eliminare, così mi disse quando mi accolse, facendomi accomodare nella sala con le finestre che davano sulla strada. Nella sala dove mi aveva accolto non c’erano libri, ed era la prima volta che entravo in una casa di un professore universitario senza avere la vista sovrastata e devastata dalle immagini di migliaia di volumi ma, avevo subito dopo pensato, questo era in fondo proprio quello che avevo imparato da Gargani, che il mondo non è solo il mondo dei filosofi, come la maggior parte dei filosofi pensa, e neppure il mondo dei libri, come la quasi totalità dei professori universitari effettivamente pensa. Spero di non peggiorare, mi avevo detto, perché ho letto il suo libro e verrei molto volentieri; aveva preso in mano il mio libro, e io mi ero accorto che il libro era chiosato, piegato con le orecchie in molti punti, e poi guardando il tavolo davanti al divano dove era seduto Giorgio Gargani, di fronte a me, mi ero accorto che su quel tavolo erano presenti anche altri miei lavori precedenti, lavori che io non gli avevo certo fatto avere per la presentazione del mio ultimo libro ma che, evidentemente, Giorgio Gargani si era procurato o aveva recuperato da solo. L’ho letto due volte, mi aveva detto, e io lì sono rimasto basito, effettivamente lì l’insegnamento che avevo coscientemente ricevuto non mi aveva permesso di razionalizzare il fatto: aveva letto due volte il mio libro, pagina per pagina, riga per riga, e la riprova del suo rigore assoluto era già lì, perché mi parlava a memoria degli esempi che io avevo fatto nel libro, ricordando nomi, citazioni e circostanze. Parlammo poco, perché non stava bene, avevamo solo accennato, anzi io avevo ancora accennato all’idea, vecchia di almeno un anno, di andare a cena sul mare, magari la prossima estate, insieme al mio amico e suo altro allievo Marco Lenzi, e Giorgio Gargani aveva detto che volentieri sarebbe venuto a cena con noi, non appena si fosse rimesso ma che, cosa che in effetti sapevo dal primo anno in cui l’avevo conosciuto, nel 1988, dovevamo sapere che non aveva patente, e quindi non poteva guidare. La veniamo a prendere, gli avevo detto, perché a volte ci davamo del lei, a volte, quando lui lo ricordava, del tu, ma questo era avvenuto solo negli ultimissimi tempi. Prima di congedarmi, mi aveva chiesto di riscrivergli il mio numero di telefono, per qualunque evenienza aveva detto, e con quel sorriso accennato da grande attore di teatro, quale anche effettivamente egli era, guardando un foglio di carta sul tavolo davanti al divano sul quale Giorgio Gargani era seduto, di fronte a me, un foglio di carta su cui erano scritte alcune formule matematiche per me del tutto incomprensibili, mi aveva detto “che dice, lo scrive sotto quei limiti?”

Alla presentazione del mio libro Giorgio Gargani era ovviamente venuto, anche se aveva la febbre alta, e aveva parlato più di trenta minuti con grande profondità, con rigore e con originalità e, come avveniva sempre, e per me dall’ottobre del 1988, durante la prima lezione all’Università in cui avevo avuto modo di ascoltarlo, aveva aperto nuovi scenari e illuminato nuovi sentieri.

Quel numero di telefono servirà per la nostra cena sul mare, che ormai  potrò consumare solo nei sogni.

Sull’apprendimento delle lingue (III)

Pubblico di seguito il mio editoriale (apparso oggi, sabato 20 giugno, sul Corriere dell’Alto Adige), intitolato Plurilingui a prescindere dalla scuola.

Strana coincidenza: l’anno scolastico è quasi finito e si torna a parlare di plurilinguismo e di metodi per favorirne lo sviluppo. Potrebbe trattarsi di un involontario frutto del caso, di una discrepanza temporale apparentemente ininfluente, oppure in questa circostanza si esprime una contraddizione non priva di significativi risvolti: da un lato abbiamo le pratiche alle quali siamo abituati (non ovunque: valga la virtuosa eccezione della scuola ladina, lodata da Mussner), dall’altro ci sono le teorie e le proposte di chi vorrebbe aggiornare o persino rivoluzionare l’intero impianto della glottodidattica, ritenendo che ciò contribuirebbe a renderci come per magia tutti più aperti, tolleranti ed europei. Il dibattito è vecchio e purtroppo non è difficile pronosticarne l’ennesimo arenamento.

Prima che l’interesse generale ripieghi su altri temi, proviamo però a svolgere alcune considerazioni basilari. Innanzitutto, è vero o no che il sistema educativo vigente – basato sulla separazione delle scuole per gruppo linguistico e orientato ad un plurilinguismo soltanto “funzionale” e non “valoriale” – impedisce l’apprendimento delle lingue rispettivamente “seconde”? La risposta è no. Pur nei limiti tracciati da un’offerta che non prevede un diffuso insegnamento “veicolare”, gli ostacoli frapposti all’evoluzione di una società compiutamente plurilingue risiedono altrove e la responsabilità non può essere accollata in primo luogo alla scuola. Questo ovviamente non significa che un intervento sui programmi (anche grazie alla somministrazione di una potente “cura veicolare”) non cambierebbe alcune cose. Ma in profondità non è escluso che molte delle cause responsabili della scarsa attitudine plurilinguistica della popolazione locale agirebbero anche in un contesto mutato (magari con altri effetti, persino peggiori o illusori di quelli che già conosciamo).

Ora, esiste sufficiente chiarezza riguardo alla natura di queste cause? Chi punta tutto sulla scuola dovrebbe chiedersi con molta onestà quali e quante occasioni vengono concretamente sfruttate per mettere alla prova le proprie competenze linguistiche. Quante volte cioè si ricorre ad informazioni redatte nell’altra lingua, quante volte accettiamo che una conversazione si svolga adottando la lingua dell’“altro”, quante volte, insomma, siamo disposti a investire sul “nostro” plurilinguismo, anziché attenderci meraviglie sempre e solo da quello dei nostri figli? Se ammettessimo che il consuntivo di una simile quantificazione è piuttosto magro, anche l’eterna discussione sulle alternative da praticare per acquisire e potenziare le lingue potrebbe essere svolta in modo diverso. E forse si aprirebbero maggiori prospettive di reale cambiamento.

https://sentierinterrotti.wordpress.com/2009/06/18/sullapprendimento-delle-lingue-ii/

https://sentierinterrotti.wordpress.com/2009/06/17/sullapprendimento-delle-lingue-i/