Sans abri

clochard avec chiens

È l’espressione con cui i francesi chiamano i “barboni”: senza riparo. Non ho dubbi a sceglierla rispetto alla burocratica “SDF”, “sans demeure fixe”, anche per una questione semantica. Mentre quest’ultima lascia intendere che una dimora c’è, ma è mobile, non fissa, come può essere il cartone all’ingresso di un supermercato, o una panchina o le scale del métro, l’espressione “sans abri” nomina la condizione di uomini che sono esposti, talvolta per scelta più spesso perché il destino non è generoso, non lo è quasi mai con i più deboli. Senza riparo: in realtà lo siamo tutti, siamo tutti esposti – agli sguardi degli altri, al tempo meteorologico, agli eventi, all’avvenire con ciò che esso può arrecarci. Il “sans abri”, con i suoi cagnetti dagli occhi tristi, le sue poche cose impacchettate con meticolosità in un carrello della spesa – un piccolo armadio a rotelle – i suoi cenci, ci mette sotto gli occhi ciò che siamo, la loro condizione è lo specchio della nostra e, al tempo stesso, di una storia che non conosce giustizia.

Qui, a Parigi, i “sans abri” sono le sentinelle della civiltà. Lo storico dell’arte Didi-Huberman mi ha recentemente detto che il quartiere in cui abita, nel X arrondissement, è magnifico perché vivo, popolare e, per dare forza alla sua descrizione, ha aggiunto: «conosciamo per nome tutti i nostri “sans abri”». Allora capisci che, quando non c’è più un tetto, il riparo sono gli altri. Perché il “sans abri” è infinitamente fragile nel suo essere esposto e la sua fragilità è un costante e silenzioso appello rivolto all’altro.

Qui a Parigi i “sans abri” sono discreti, salutano gentilmente, si limitano a chiedere “une petite pièce, s’il vous plaît”, ma spesso neanche quello: c’è solo una tazza sbeccata o un piattino sporco, con qualche monetina, gli oggetti parlano per loro.

Quando percorro rue du Poteau, che mi porta a place Jules Joffrin, so dove si trovano, ormai ho imparato a riconoscerli, soprattutto i due uomini, ancora giovani che hanno sistemato cartoni e sacchi a pelo davanti al Monoprix. Li trovo in piedi a fare chiacchiere con il personale del supermercato o con i clienti, più spesso donne un po’ anziane, mentre i loro due cani sonnecchiano tranquilli sulle coperte.

Quando percorro, come oggi pomeriggio, boulevard Saint Michel, so che li troverò davanti alle vetrine dei negozi di moda, accanto alle edicole, accompagnati dai loro piccoli cani. Ce n’è uno che, con grandissimo pudore, ha aggiunto un cartoncino accanto alla sua ciotola, dove ha scritto con un tratto di pennarello: “pour le chien”, per il cane. Come se l’animaletto che tiene in braccio con delicatezza avesse bisogno della sua voce per appellarsi all’altro, della voce del suo compagno “sans abri”, che rimane muta.

Questo pomeriggio ero quasi arrivato all’incrocio delle terme di Cluny, una ventina di metri prima c’è un “sans abri” anziano, è sempre seduto per terra, il cagnetto accanto. Tra la folla dei passanti mi accorgo che c’è un ragazzotto bruno, meno di trent’anni, jeans e maglietta verde, si agita mentre parla a voce molto alta, rivolgendosi a una ragazza poco appariscente, decisamente bruttina, è la sua ragazza. Nessuno per strada usa quel tono, che è sorprendentemente violento e arrogante. Trovo qualcosa di disturbante nella scena. La ragazza ha una piantina in mano e non dice una parola. Il ragazzotto cammina davanti a lei, poi si fermano entrambi quasi all’ingresso del métro, lui continua a inveire piantandosi sul marciapiede come se dominasse l’intero Quartiere Latino. Ora sento quello che dice, e capisco. È italiano, lo tradisce un forte accento romano. La sua ragazza continua a rimanere in silenzio. “Barbone de mmerda, nun me deve guardà così, che nun je do un cazzo io, che devono sparì dalla strada sti barboni. E devono annà a lavorà”. Lei continua a non dire nulla. Quell’individuo è italiano, come me. Poi attraverso l’incrocio e passo accanto al “sans abri” del marciapiede davanti alle terme. A due passi da lui c’è una giovane dalla pelle chiarissima e dai capelli lunghi e corvini, suona il flauto traverso, anche lei ha un piattino. Ho voglia di piangere.

A casa

Rientro a casa, rue Championnet, Montmartre, la mia casa ancora per pochi giorni, prima di ritornare in Italia per l’estate. Accendo il mio computer portatile, desidero leggere qualche giornale on-line. Apro la homepage di “Repubblica”, la prima notizia è un tuffo al cuore: “Lega Nord l’ultima tentazione. Immigrati fuori dai giardinetti”. Leggo l’articolo (http://milano.repubblica.it/) che contiene le dichiarazioni allucinate di un tal Davide Boni, capogruppo della Lega alla regione Lombardia. Come in un incubo diabolico ritrovo lo stesso male che si diffonde, si impadronisce degli individui, trasformandoli in insetti feroci. Leggo e non riesco a togliermi dalle orecchie la parole dell’arrogante ragazzotto: lo stesso ottuso risentimento, la stessa normale violenza, la stessa mancanza di dignità e di sensibilità divenuta abitudine, la stessa assenza di cultura di linguaggio di idee di gesti, la stessa inumana sordità di fronte alla fragilità della vita. Insomma, ritrovo la stessa decomposta Italia fascista che trascina il suo cadavere vivente a spasso per l’Europa. [rk]

Sull’apprendimento delle lingue (I)

Non avrei molta voglia di intervenire sul tema dell’apprendimento delle lingue, tema che è stato un po’ risollevato dai giornali, nei giorni scorsi. Mussner che tesse le lodi del sistema ladino, il commissario europeo per il multilinguismo, Orban, che ci rivela (che scoperta!) come la conoscenza di più lingue favorisca l’apertura e la tolleranza, Dieter Steger che si mostra interessato (“insegnamento veicolare: perché no?”), Durnwalder che non si mostra interessato (“perché no!”), i politici italiani che offrono i soliti commenti di sempre. Lunedì, a Bolzano, sono andato a sentire Francesco Palermo, Günther Pallaver, Giorgio Mezzalira, Walter Pichler e Siegfried Baur. In sala i soliti noti, sempre i soliti, ad annuire stancamente. Poca voglia insomma di dire qualcosa, forse per l’incapacità di dire qualcosa di sensato, se non proprio di nuovo.

Ma ecco che leggo sul blog di Concetta Failla un commento di Mariateresa Tomada (qui con accenti un po’ leghisti): “Magari fra 20 anni parleremo tutti arabo ed il problema sarà risolto”. Ottimo spunto. Se dopo ottant’anni c’è qui gente che non ha imparato il tedesco, se c’è gente che balbetta l’italiano, in appena vent’anni riusciremo ad imparare tutti l’arabo per poterlo adottare come “lingua franca”? Magari….