Molto semplice

 

Faccio un po’ di autoanalisi e rispondo alla domanda: “se rimuovessero l’alpino di Brunico, tu saresti contento?”.

No, non penso che sarei contento. La “contentezza” è un sentimento che esprime soddisfazione, la realizzazione di qualcosa di agognato. E io confesso di non aver mai formulato in vita mia (o meglio: nel poco tempo che ho avuto a disposizione per “frequentare” quell’opera) un desiderio del genere: “oh, come sarebbe bello se l’alpino di Brunico potesse sparire..!”.

Proseguo nell’autoanalisi e mi chiedo: “perché non proveresti soddisfazione? Cos’è che ti fa preferire la permanenza di quella scultura, in quella piazza, rispetto al suo allontanamento?”.

Questa è una domanda difficile. Vado per esclusione. L’opera in questione è bruttissima. Uno sgorbio bianco piazzato su un muretto, con sotto una scritta pomposa (“Alla gloria imperitura degli alpini”). Gloria imperitura. Figuriamoci.  Non vederlo più non mi arrecherebbe sicuramente un danno. Anzi. Degli alpini m’importa poco. Non conosco la loro storia, ma sento che mi annoierebbe conoscerla. Dunque anche dal punto di vista del “significato”, devo dire, il cosiddetto Waschtl potrebbe essere eliminato. Ma devo supporre, forse, che l’alpino (indipendentemente dalla sua pessima fattura e dal suo significato immediato) rappresenti la mia “italianità”? A parte il fatto che dubito fortemente dell’esistenza di una roba del genere (l'”italianità”), se una tale “italianità” si lasciasse per così dire esprimere da una cagata siffatta… beh… ciò sarebbe un motivo di vergogna, non certo di orgoglio. E allora?

Forse riesco ad avvicinarmi a quel che cerco rispondendo a quest’altra domanda: “cosa ti costa dare ragione a quelli che vogliono abbatterlo o anche semplicemente rimuoverlo?”.

Ecco. Quello che in primo luogo mi fa irrigidire, che mi blocca, che non mi consente di annuire con assoluta indifferenza alle richieste di abbattimento o di rimozione è che sono “altri”, sono “gli altri” a chiedermelo. È questa ostinazione saccente (gli “altri” vogliono sempre spiegarmi bene PERCHÉ io dovrei acconsentire ai loro propositi), questa volontà di riparare la mia ignoranza, questa tendenza ad anticipare ogni mia mossa, che mi spinge persino ad affezionarmi a quell’alpino della malora. Di piu. Trattandosi di “altri” (che si definiscono così anche in rapporto a “me”), io mi sento giocoforza spinto nel mio ruolo di rappresentante etnico (sono spinto in questo ruolo a forza), avverto che qualcuno mi invita a cucirmi addosso un abito del quale ignoro il sarto (ma no, il sarto è proprio colui che mi sta spiegando perché io dovrei contribuire a togliere di mezzo la statua), e finisco con l’assumere un atteggiamento che altrimenti non mi apparterrebbe.

Sono convinto, allora, che se una notte, una notte d’estate, io fossi da solo, in quella piazza, davanti a quel monumento, con nessuno intorno, senza nessuno che mi dicesse quale atteggiamento dovrei assumere nei suoi confronti , nei confronti della sua storia, del suo “scandalo”… alzerei gli occhi, lo guarderei, guarderei quel poverino… e finalmente non lo vedrei più, non lo vedremmo più.

Cfr. anche: http://segnavia.wordpress.com/2008/02/29/vivere-qui/

26 thoughts on “Molto semplice

  1. “Trattandosi di “altri” (che si definiscono così anche in rapporto a “me”), io mi sento giocoforza spinto nel mio ruolo di rappresentante etnico (sono spinto in questo ruolo a forza),”

    Wen meinst Du konkret mit “gli altri”?

    P.S. Als ich das gelesen habe kam mir wieder in den Sinn, wie Du früher wie wild im Namen Derridas durch die Gegend dekonstruiert hast. Insbesondere den Identitätsbegriff.
    Naja, es ist natürlich das Recht von jedem seine Ansichten zu ändern.

  2. Naja, es ist natürlich das Recht von jedem seine Ansichten zu ändern…..

    Ich tippe auf Borderline-Störung.

    Charakteristisch für die auffällige Seite der Borderline-Störung ist die scheinbare Unfähigkeit, in bestimmten Situationen Kränkungen, Frustrationen und Belastungen auszuhalten und zu verarbeiten. Sie führen zu einer unerträglichen Spannung und Erregung, die sofortige Gegenmaßnahmen erfordert (z.B. Umherlaufen, Rauchen, Essen in sich hineinschlingen, sexuelle Erregung und Entlastung suchen, usw.). Das Gefühl, dass es nicht so weitergehen kann und die Katastrophe unmittelbar bevorsteht, wird zu einem permanenten Gefühl.

  3. P.S. Ich glaube, dass in diesem Denkmalstreit zwischen den Kleinstgruppen, die Gesamtgesellschaft mindestens äquidistant, wenn nicht sogar rein selbstkritisch ist. Vorbilder in dieser Frage sind etwa Michi, Lobis, Giudiceandrea, Kronbichler, die Antifa, ich…
    Ich habe sogar mal etwas von Italienern gelesen, die mit den Schützen ausdrücklich sympathisieren. Wen repräsentieren die?

  4. Non vi seguo. Si postula un cambiamento, da parte mia, di posizione. Qual era dunque la mia posizione precedente? E l’attuale? Non credo ci sia molta chiarezza, da parte vostra, al riguardo.

    @ PV

    Derrida continua ad essere un punto di riferimento essenziale. Decostruire l’identità significa esattamente questo: essa non è un presupposto, ma un risultato. Dunque è una costruzione, l’identità è una costruzione, e diviene evidente (si afferra) quando veniamo messi in contatto con qualcuno che marca una differenza da noi (ci esclude). In questo senso – nel testo qui sopra – ho cercato di far notare il meccanismo che mi porta a “difendere” qualcosa che in assenza di “altri” (gli Schützen, per esempio, con le loro marce) io non mi sentirei di difendere.

    PV, tu tendi a sottovalutare molto il piano della rappresentazione del contrasto etnico, che costituisce (in un luogo interstiziale tra storia e politica) la spina dorsale del discorso pubblico locale. Questo piano ESISTE e presiede alla formazione delle nostre inclinazioni anche se in molti aspetti della nostra vita quotidiana potremmo trovare dati che lo contestano. Valentino, in un commento su BBD, ti ha spiegato in modo molto semplice quello che intendo. Vai a rileggerti quello che ha scritto.

  5. Si vede che nessuno di voi è mai stato ad una festa nazionale degli alpini…e se son pallido come una strazza… vinazza, vinazza e fiaschi de vin!!!

  6. Wenn “gli altri” die Schützen sind, verstehe ich nicht warum Du in eine Gegenhaltung als Vertreter Deiner “Ethnie” gedrängt wirst.
    Die Schützen sind auch nicht die Vertreter einer “Ethnie” sondern ihrer Weltanschauung (die zudem auch nicht homogen ist, wenn Du etwa an den hier schreibenden Günter denkst). Es wäre also logischer, wenn Du Dich als Vertreter der Alpini, oder einer Partei verstehen würdest, die sich durch die Forderung der kleinen Gruppe der Schützen beleidigt fühlt. Das “sich anders fühlen” hat nichts mit der Ethnie zu tun. Ich fühle mich gegenüber der Position der Schützen auch als “anderer”.
    Mir gefällt nicht, dass hier die “ethnische Ebene” in das Spiel gebracht wird.
    Das Gefühl oder der Pavlov`sche Reflex “seine Volksgruppe” vertreten zu müssen existiert wohl nur auf einer irrational-emotionalen Ebene und ist die Grundlage des Nationalismus in allen seinen Spielarten.
    Es gibt genug Personen (m.E. nach die Mehrheit), die unabhängig von der ethnischen Zugehörigkeit über diesem überflüssigen Konflikt stehen. Und in welche Rolle würden die Mehrsprachigen gedrängt?
    Es kann schon sein, dass mir diese Finessen zu hoch sind und ich hier etwas falsch verstehe.

  7. Contributo stimolante. Vediamo.

    Wenn “gli altri” die Schützen sind, verstehe ich nicht warum Du in eine Gegenhaltung als Vertreter Deiner “Ethnie” gedrängt wirst.
    Die Schützen sind auch nicht die Vertreter einer “Ethnie” sondern ihrer Weltanschauung (die zudem auch nicht homogen ist, wenn Du etwa an den hier schreibenden Günter denkst).

    Gli Schützen sono solo un esempio (l’ho detto). Un esempio facile, forse troppo. Ma servono, per l’appunto, ad esemplificare come lavora la logica dell’identità. Osserviamoli. Sono vestiti in modo uniforme, marciano. Occupando lo spazio in un certo modo, per esempio il centro della strada, costruiscono intorno a loro due ali di folla. Chi applaude e chi fischia. In un certo senso obbligano a scegliere. L’identità presuppone sempre una scelta e questa si configura spesso come un obbligo (solo a fine “parata”, riprendendo abiti “civili”, la folla torna a confodersi, diviene liquida, le identità si sciolgono).

    Dire inoltre che gli Schützen sono i rappresentanti di una Weltanschauung e non di una etnia è corretto solo se al centro di quella Weltanschauung poniamo l’etnia (il loro credo è nel Volkstum, il resto segue).

    Certo, il buon Günther è un “individuo” che non nasconde le sue peculiarità. Ma non penso si possa dire che nel momento in cui anche lui, vestito di tutto punto, si mette in marcia con gli altri, proprio in quel momento egli voglia sottolineare le sue irriducibili peculiarità.

    È ovviamente falso che io (proprio io), davanti a una sfilata degli Schützen, sia obbligato a scegliere, ad “indossare” la mia identità (costruita in opposizione a quella degli Schützen). Posso rifiutarmi di farlo. Posso disertare il loro appello. Ed è quello che razionalmente anche faccio. Ma devo esercitare un forte controllo intellettuale, per riuscirci. Un controllo intellettuale che è “raro”.

    Das Gefühl oder der Pavlov`sche Reflex “seine Volksgruppe” vertreten zu müssen existiert wohl nur auf einer irrational-emotionalen Ebene und ist die Grundlage des Nationalismus in allen seinen Spielarten.

    L’ho spiegato prima, e tu confermi precisamente quanto ho detto. È del tutto ovvio che il riflesso pavloviano dell’identità sopraggiunge quando si sono lasciati gli ormeggi della razionalità. La mia tesi è che questo atteggiamento (emozionale) sia estremamente diffuso in un regime discosivo (pubblico) di un certo tipo. Se fosse vero quello che tu affermi (Schützen&co. rappresentano solo frange minoritarie e completamente ininfluenti), nessun uomo politico, nessun giornale, nessun telegiornale riprenderebbe e commenterebbe le loro azioni. È vero il contrario.

    Es gibt genug Personen (m.E. nach die Mehrheit), die unabhängig von der ethnischen Zugehörigkeit über diesem überflüssigen Konflikt stehen.

    Finché queste persone si occupano di cose quotidiane è così. Ma non è più così quando esse si trovano a dover rispondere alle sollecitazioni di un discorso pubblico che in larga parte ricalca gli schemi conflittuali che erano attivi nella nostra società in frangenti temporali pregnanti (come fiumi di lava, questi frangenti divengono “visibili”, sbucano all’esterno, quando festeggiamo determinate ricorrenze, per esempio l’anno hoferiano).

    Und in welche Rolle würden die Mehrsprachigen gedrängt?

    Anche gli individui plurilingui possono cadere nella rete di un discorso pubblico siffatto. E quando vi cadono, può accadere che la divisa identitaria (ontologicamente problematica, per quel che li riguarda) sfoggi bottoni più lucenti (non sono rari i casi di individui nati da coppie miste che – nel nostro contesto – abbracciano UNA delle loro componenti identitarie in modo più stretto dell’altra, finendo per sopprimere l’altra: mi vengono in mente due nomi: Armin Sölva e Davide Orfino).

  8. Da ich als “Beispiel” hergenommen werde:

    Das Marschieren an sich ist gesund…bin von Haus aus ein fauler Sack, sportlich gesehen. Wo ich mich aber bisher verweigert habe, in Schützentracht zu marschieren, sind die letzten zwei. Ich lasse mich nicht politisieren. Ich stehe zum Volkstum und “schütze” unsere Tradition und unseren Brauch. Vor allem, damit diese Dinge nicht in Vergessenheit geraten. Und sofern es kommende Generationen wünschen, die auch in Zukunft weitergepflegt werden.

    Wahrscheinlich hätte ich weniger Hemmungen, in zivil an solchen Veranstaltungen teilzunehmen. Wahrscheinlich, ich habe mich gedanklich noch nicht intensiv genug befasst.

    Wenn das Schützenwesen die eigene Vergangenheit aufgearbeitet hat…dann sehe ich die Dinge wahrscheinlich anders.

    Wenn die Bevölkerung die eigene Vergangenheit aufgearbeitet hat…dann sehe ich die Dinge wahrscheinlich anders.

    Ich hoffe, es kommt der Tag, wenn es die Schützen als Instrumentarium der Politik nicht mehr braucht.

    Das Schild “Südtirol ist nicht Italien” ist provokativ.

    Es gäbe ein geeigneteren Schriftzug, der in etwa lauten könnte: ” Südtirol ist unter anderem auch Italien”. (im Sinne, dass viele inzwischen italienisches Kulturgut in uns aufgenommen haben)

  9. Das Schild “Südtirol ist nicht Italien” ist provokativ. .

    ..mag sein… aber die ganze Situation ist ja auch provokativ und festgefahren. Vor dem Schild (zeitlich gesehen) durfte man ja gar nicht darüber reden und wer das Wort Siegesdenkmal in den Mund genommen hatte, wurde von den Medien zur “Sau” gemacht.
    Jetzt diskutieren auch ital. Süd-Tiroler über Zunkunft und Visionen ohne Italien ( in vielen wurde der Spiegel vorgehalten und sie sahen ihre Welt mal ganz anders)…….

    Das Schild am Brenner wird immer Pro- und Contraanhänger in Süd-Tirol haben…

  10. @ PV

    Mah, io non vedo nessun cambiamento di punto di vista. Il punto di vista di Gabriele, se in questi anni non l’ho frainteso completamente, era e rimane un punto di vista mobile, che si sposta tra i vari punti di vista in gioco per due ragioni fondamentali: innanzitutto per capirli e poi, con esito spesso fallimentare, per cercare di farli dialogare tra loro. La posizione che Gabriele si è scelto (o dalla quale è stato scelto) è sicuramente scomoda, inafferrabile, difficilissima da incasellare, ma credo sia l’unica posizione dalla quale si possa sperare di far ripartire un dialogo che sembra condannato allo scacco.

    Provo ad andare al nocciolo della questione (la presunta trasformazione del Gabriele decostruzionista in qualcos’altro). Per farlo, butto lì in forma d’esempi i due corni estremi di una tipologia che potrebbe imbrigliare la questione dell’identità dalla parte della sua ricezione. Da un lato ci stanno delle persone che dicono: l’identità come essenza è semplicemente una cazzata e non va presa in considerazione (questo, qui da noi, è l’atteggiamento di molti verdi ingenui e di qualche disperato alla moda). Dall’altro ci stanno dei tizi che sono intimamente convinti, sbagliando, che l’identità sia un fatto naturale e praticano disinvoltamente questo errore e lo cavalcano e ne sono cavalcati, e proprio per questo ottengono il consenso di tutti gli altri cavallerizzi o cavalli che cavalcano o si fanno cavalcare dal medesimo errore.
    La posizione di Gabriele non è né l’una, né l’altra: Gabriele è una di quelle non molte persone che, pur essendo stato informato dai suoi professori che “l’identità come essenza è semplicemente una cazzata”, prende tremendamente sul serio la PRATICA dell’identità e vuole comprenderla.

    Per farti capire cosa intendo in modo ancora più chiaro, lascio la parola a Marco Aime (Eccessi di culture, Einaudi 2004):

    La maggior parte degli studiosi si trova oggi d’accordo nel sostenere che le identità sono un prodotto culturale. Però, al di là dei paradigmi analitici che ci hanno condotto a riconoscere le identità come costruzioni, assistiamo a guerre, lotte, scontri politici in nome di queste identità. Fasulle o inventate finché si vuole, ma attive sul piano pratico. Come sostiene anna Maria Rivera “il fatto che l’etnicità sia un artefatto, un modello, una finzione o un criterio di classificazione non significa che le categorie che definisce siano caselle vuote. Al contrario, sono categorie investite di una grande carica affettiva ed emotiva, e percepite come dati reali da coloro che in esse si riconoscono”. Non basta dire “è una costruzione culturale, non c’è nulla di radicato, di assoluto, di dato” e rimanere a guardare. Fuori dalle aule accademiche la pratica sembra correre su un binario parallelo a quello della teoria e le conclusioni sembrano scontrarsi con l’osservazione quotidiana. Come fa notare Peter Berger a proposito dei sociologi (ma questo vale per qualunque studioso del sociale): “Il sociologo non può disinteressarsi dell’ideologia razziale semplicemente perché dal punto di vista scientifico è una scempiaggine: molte situazioni sociali sono efficacemente controllate dalle definizioni imbecilli”. Se da un lato possiamo affermare che non riscontriamo un’essenza dell’identità, dall’altro non possiamo che constatare l’esistenza di una pratica dell’identità”.

    Ecco, Gabriele è semplicemente un tizio che ha capito benissimo che “la pratica sembra correre su un binario parallelo a quello della teoria”. E ha deciso di non “rimanere a guardare”.

  11. @ gadilu

    Ah, dimenticavo: il tuo post, secondo me bellissimo, ha la freschezza tipica dei pezzi scritti di getto. È un testo che condivido al cento per cento. In sintesi dici: “Per me, un gadilu pensieroso e seriosamente autoanalitico, il Wastl è vuoto (non ha un significato estetico, né morale) ma è pieno del significato degli altri”. Le ultime cinque righe sono un finale straordinario, da mondi impossibili. Pur non scrivendolo, scrivi questo: “Ragazzi, me la devo scordare una notte così, una notte d’estate, da solo, in quella piazza, davanti a quel monumento, con nessuno intorno. Ci sarà sempre un altro a dirmi quel che dovrei fare e non faccio. E proprio per questo sono tentato di non farlo”.

  12. Das war mir schon vor fünf Jahren bewusst, dass der Identitätsbegriff eine Konstruktion ist (der natürlich seine kulturellen und empirische feststellbaren Eckpfeiler hat), die aber machtpolitische Relevanz besitzt (Foucault lässt grüßen). Ich habe auch immer so argumentiert.
    Die Veränderung liegt vielmehr in der Tatsache, dass Étranger diesen Identitätsfetischismus früher aus postethnischer Sicht als idiotisch gegeiselt hat, während er diese Denkweise heute entschuldigt.
    Dann will ich noch richtigstellen, dass die Behauptung, die von Gadilu oben aufgestellt wurde, dass man nur mit/ oder gegen die Schützen (in seinem Verständnis: mit oder gegen die Italiener) sein kann bzw. zu einer Entscheidung gezwungen wird einfach unrichtig ist. Ich erkennne in dieser Argumentationsweise die irrigen Annahmen eines Schmitt wieder.
    Es bleibt dabei: Die Gesamtgesellschaft sollte sich von den streitenden Kleinstgruppen nicht instrumentalisieren lassen, denn es gibt keinen “ethnischen Konflikt”.

  13. Un’ultima cosa: la mia ricostruzione è precisa perché il tuo punto di vista è anche il mio. Con una differenza: io sono uno di quelli che, purtroppo, stanno a guardare.

  14. @ PV

    Io mi tolgo di mezzo. Mi sembra corretto che alle tue obiezioni risponda il diretto interessato. Prima di tornare al lavoro mi limito a commentare il tuo ultimo pensiero: il conflitto etnico, checché ne pensiate tu e Lucio, esiste sul piano della rappresentazione e la rappresentazione non è altro che una realtà in potenza. Ostinarsi a non vedere questo potrebbe avere conseguenze spiacevoli.

    P.S.: tu hai capito che l’identità è una costruzione culturale cinque anni fa. Siccome mi sembri una persona intelligente, deduco che potresti avere nove anni.

  15. Non ho assolutamente mai detto di giustificare la pratica identitaria. Ne osservo il meccanismo e cerco di descriverlo, resistendo alla sua forza assimilatrice. Se proprio vogliamo vedere un cambiamento (ma non c’è, c’è soltanto un affinamento dei miei strumenti d’indagine o della strategia comunicativa) direi: Étranger si illudeva che lo “smascheramento” della logica identitaria riuscisse a convincere qualcun altro della sua vacuità. Gadilu sa che un tale convincimento è sempre passibile di venir abbattuto da una pratica automatica, che può riattivarsi dovunque, e perciò si limita a riconoscere o a tentare di riconoscere quando ciò accade (anche a proposito di sé stesso, giacché non pensa di esserne immune).

  16. “Non ho assolutamente mai detto di giustificare la pratica identitaria.”

    Doch indem Du behauptest, dass man in diese Rolle gezwungen wird. Dass man gezwungen wird sich für eine Streitpartei zu entscheiden. Ich denke das stimmt nicht.

  17. No. L’obbligo ad interpretare una parte corrisponde ad una prescrizione diffusa all’interno del discorso pubblico. È un appello, al quale si è chiamati a rispondere. Certamente si può resistere (io cerco di farlo). Ma la pressione può rinascere altrove, motivo per cui non è mai possibile “saltare fuori” dal contesto obbligante in modo definitivo. L’immagine finale del mio testo (la notte d’estate ecc.) rappresenta una situazione ideale che può esistere soltanto al livello di finzione.

    Ovviamente è possibile sfuggire all’appello delle pratiche identitarie negando semplicemente che esso sia tale (è quello che sostieni tu), oppure anche provando indifferenza per esso (è quello che fanno in molti). Ma considera quello che scrive oggi N. Dall’Ò a proposito della parata degli Schützen di sabato: “Sonderbare Welt: Sowohl die Schützen als auch Seppi spielen nur eine marginale Rolle in ihren jeweiligen Sprachgruppen. Und trotzdem gelang es ihnen an diesem 25. April, sich und ihre Botschaft in den Mittelpunkt der Öffentlichkeit zu stellen”. Dall’Ò sembra stupito di questo fatto. Io no. E io non ne sono stupito perché ho capito che l’evoluzione della questione sudtirolese (dal piano della realtà a quello della rappresentazione) costituisce l’orizzonte a partire dal quale proprio eventi “marginali” come quelli diventano improvvisamente del tutto centrali.

  18. L’identità è fondamentale all’essere. Siamo ciò con cui ci identifichiamo. Identità individuale, di gruppo, quanto peso ha l’una, l’altra, è di nuovo scelta, indotta, libera, individuale? Sono quindi ciò con cui mi identifico. Con i nazionalismi? Specchi esclusivi e pericolosi…

  19. Interessanti domande, poste a sè stesso per poter rispondere sempre a sè stesso.
    Condivido l’osservazione che il monumento, così come si presenta, sia brutto, ma purtroppo è ciò che è rimasto dopo essere stato deturpato e distrutto dagli attacchi fisici ci certi eroici personaggi.
    Quest’ultimo dettaglio Gadilu lo ha però ignorato…

    “Non conosco la loro storia, ma sento che mi annoierebbe conoscerla”
    Quindi dai giudizi senza nemmeno sapere o conoscere.

  20. Le mie non sono domande ma delle semplici “parole”, per ogn’uno hanno diversi significati.
    Certamente possono essere utilizzate per un’autoanalisi !

    ciao. BERTO

  21. “Es bleibt dabei: Die Gesamtgesellschaft sollte sich von den streitenden Kleinstgruppen nicht instrumentalisieren lassen, denn es gibt keinen “ethnischen Konflikt”.”

    Wer sowas schreibt, war wahrscheinlich schon lange nicht mehr in einer Bar oder in einem Pub auf dem Lande. Nur die Anspielung an die letzten Märsche “unserer” Schützen führt zu lautstarken Diskussionen, um nicht zu sagen zu Streitereien, zwischen Befürwortern und Gegnern, es wird über die Italiener, über die verwalschten Südtiroler hergezogen, jeder Gegner der Vorgangsweise der Schützen wird als “Walscher” oder “Grüner” beschimpft, es wird immer schlimmer, und das rationale Diskutieren immer schwieriger, die Unzufriedenheit wächst rapide, und damit auch das Potential der rechten Rattenfänger! Und die Schützenaufmärsche haben eindeutig eine unterstützende Funktion, für jene, die hier und heute alles schlechtreden wollen, für jene, die als “Tiroler Patrioten” übers Land ziehen und nur Zwietracht und Unzufriedenheit hinterlassen. Das wird einmal das Erbe unserer Generation sein, zum Kotzen!!

    Jonny

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