Hans Egarter, partigiano ritrovato

Tra tre giorni, il 20 aprile, saranno passati 100 anni dalla nascita di Hans Egarter. Coincidenza singolare: il 20 aprile ricorre pure l’anniversario della nascita di Adolf Hitler (avvenuta nel 1889). Mentre però la figura del nefasto dittatore tedesco è universalmente nota, quella del primo (raro esempio di partigiano di lingua tedesca, sudtirolese) è in larghissima parte ancora sconosciuta. Anche nella sua piccola patria alpina. In base alla sua biografia è invece possibile ricostruire un ampio brano della nostra storia recente. Dopo aver studiato teologia, il giovane Egarter intraprese la carriera giornalistica, sempre rimanendo fedele a severi principi morali. Ciò lo portò, nel 1939, a fondare la Lega Andreas Hofer (Andreas-Hofer-Bund), un’organizzazione che si oppose fermamente alla politica delle “opzioni” e che poi, dopo l’occupazione del Sudtirolo da parte dell’esercito tedesco (settembre 1943), attuò un’opera di concreta resistenza. Finita la guerra, a causa del suo rifiuto a soprassedere sul coinvolgimento di molti sudtirolesi nel regime nazista, Egarter dovette affrontare un destino di emarginazione e oblio. L’associazione degli studenti sudtirolesi (sh-asus), l’associazione “Heimat/Bressanone/Brixen/Persenon” e il Comune di Bressanone organizzano – a partire da domani – 4 giornate di manifestazioni e d’incontri per onorarne la memoria. Tra gli eventi più significativi: il convegno “Giornalista, partigiano, dissidente” (domani, alla LUB di Bolzano), l’apposizione di una targa presso il cimitero di Bressanone (lunedì 20 aprile, alle ore 18.00); il convegno “Egarter ed i rapporti con la resistenza dopo il 1945 (sempre lunedì, all’Accademia Cusano di Bressanone, alle ore 20.00); il convegno “Resistenza ed impegno civile in Sudtirolo. Tradizioni storiche ed attualità” (martedì 21 aprile, presso la sede del sh.asus, in Via dei Cappuccini 2, a Bolzano). Per illustrare la vicenda di questo “partigiano ritrovato” abbiamo rivolto alcune domande allo storico Carlo Romeo (relatore domani all’Università – alle ore 16.30 – con un intervento dal titolo “La ricezione della Resistenza sudtirolese in Italia dal Dopoguerra ad oggi”).

 

Hans Egarter, patriota tirolese, fervente cattolico, intransigente anti-nazista. Questi sono gli ingredienti di una personalità storica che non ha purtroppo avuto la considerazione che meritava. Perché?

 

Egarter visse un breve periodo di notorietà e rilevanza politica dalla fine della guerra sino alla fine del 1946. Rappresentava agli occhi degli Alleati la resistenza sudtirolese e quindi tornava assai utile per controbilanciare l’immagine di una comunità compromessa col nazismo. Le vicende dell’Andreas Hofer-Bund, l’organizzazione con cui i Dableiber si erano opposti sin dal 1939 alla propaganda del Reich, nonché le persecuzioni che questi avevano subito durante l’occupazione nazista costituivano un fondamento di legittimità democratica della quale si avvalse molto la SVP. Una volta intervenuta la decisione definitiva sui confini e profilatasi la soluzione dell’autonomia, non vi fu più bisogno di sottolineare tale elemento. Anzi, l’intransigenza con cui Egarter chiedeva che gli ex nazisti non si riaffacciassero sulla scena politica, economica, culturale, fu avvertita come un fattore di disturbo e fonte di divisione. Era il momento in cui si ricercava l’unità della Volksgruppe. Egarter fu percepito come colui che viene meno alla solidarietà etnica e fu facile sbarazzarsi in fretta di questa figura, scomoda a molti.

 

Addirittura – come riporta lei stesso nel romanzo su Karl Gufler – nel 1954 la Corte d’Appello di Trento condannò molti degli appartenenti all’Andreas Hofer-Bund per le azioni compiute nel periodo bellico e quello immediatamente successivo, impedendo così che essi venissero considerati affini al movimento partigiano.

 

Sì, quel processo fu un duro colpo all’immagine di Egarter. Contro di lui, o meglio contro quel che rappresentava (il movimento di resistenza sudtirolese) si coalizzarono due logiche diverse. Da un lato, la voglia di rivincita degli ex nazisti locali. Dall’altro, il desiderio di certi ambienti italiani di affermare che in fondo non c’erano stati partigiani sudtirolesi, ma solo disertori e semplici banditi.

 

La divisione tra i gruppi linguistici non consentì alla pur esigua resistenza attiva presente sul nostro territorio di costituire un comune fronte di lotta. In che modo questi fatti hanno influenzato la rielaborazione del passato e la qualità della nostra convivenza?

 

Sono due resistenze assai diverse per formazione, ambiente e riferimenti ideologici. Esiste un filo che le collega, sottile ma di grande valore etico e civile. Sono i colloqui intercorsi nell’autunno del 1944 tra Manlio Longon ed Erich Amonn, testimoniati tra l’altro in un paio di documenti dell’epoca. Anche se il problema dei confini veniva lasciato aperto, i due si trovarono d’accordo su diversi punti. Il CLN di Longon prospettava già a quell’epoca un’ampia autonomia per il gruppo sudtirolese, l’istruzione nella madrelingua, il ritorno all’elezione delle amministrazioni locali. Questi contatti non poterono continuare perché nel dicembre 1944 l’intero CLN fu arrestato e Longon fu ucciso.

 

Il prossimo 25 aprile ricorre il sessantaquattresimo anniversario della “liberazione” del nostro Paese dal nazi-fascismo. Una ricorrenza molto controversa, soprattutto in Sudtirolo, giacché essa non ha portato alla “liberazione” dallo Stato italiano che molti auspicavano. Anche Hans Egarter era tra questi e sperava in un accorpamento del Sudtirolo all’Austria. Eppure, il suo impegno rivolto a una “purificazione” della società locale da elementi compromessi nell’esperienza nazionalsocialista gli dona i tratti del campione di una “libertà” più spirituale, priva di ristrette aggettivazioni nazionali. Qual è la lezione che possiamo trarne noi oggi?

 

Egarter era assai vicino al gruppo di Mayr Nusser, cioè a quei giovani formatisi negli anni ’30 nel solco della Katholische Jugendbewegung. Sotto la guida di don Ferrari discutevano di rinnovamento pastorale e liturgico e degli insegnamenti di Romano Guardini. Il loro motto era: “coscienza e responsabilità individuale”. Secondo loro il tema etnico aveva fatto passare in secondo piano ogni altra istanza di crescita morale e spirituale. E furono sensibilissimi nel cogliere gli effetti devastanti della penetrazione dell’ideologia nazista tra i propri coetanei. Sia quando nel 1939 compone la risposta dei Dableiber alla poesia degli optanti sulla Brennende Lieb (il geranio), sia quando rinnova il giuramento di fedeltà al Sacro Cuore, il concetto dominante in Egarter è proprio disancorare tradizione, religione e Heimat dal fanatismo nazionalistico.

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4 thoughts on “Hans Egarter, partigiano ritrovato

  1. Traduzione dell’articolo in linguaggio facebook (dedicato a Enrico Hell):

    Hey ragazzi! Mai sentito parlare di Hans Egarter? No? Peccato! Era uno tosto. Lo dice anche Romeo, quello che scrive libri di storia. Ciao!

  2. … dice Romeo, riferendosi a al gruppo di Mayr Nusser e a don Ferrari:
    “(…) Secondo loro il tema etnico aveva fatto passare in secondo piano ogni altra istanza di crescita morale e spirituale (…)”

    … purtroppo ho la sensazione che per molti aspetti siamo ancora fermi lì, quando le altre istanze morali erano l’opposizione al nazifascismo (i cosiddetti mali assoluti)…

    …fatte le debite differenze, come allora, il “tema etnico” continua come un tarlo a lavorare e a far passare spesso in secondo piano tutte le altre istanze… ha una centralità devastante che, come società, non siamo stati (ancora) in grado di depotenziare, ci siamo limitati a tenerlo sotto controllo per evitare che esplodesse (e non è poco), ma forse oggi, a 90 anni da un’ingiusta annessione, è necessario fare qualcosa di più per rompere questo meccanismo…

  3. Grazie per questo post, molto interessate.
    Poi, scorrendo sotto, ho trovato anche Lou Reed e mi sono sentito a casa.

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